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Finale donne

Parigi incorona
la Ivanovic

Primo slam in carriera per la serba, da lunedì nuova numero 1 del mondo. Battuta la Safina 6-4 6-3 in un'ora e 38' di gioco tutt'altro che memorabile. Ubaldo Scanagatta

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Una finale davvero poco memorabile quella vinta da Ana Ivanovic, se non fosse che forse la ragazzona di Belgrado (1m.85 per 70 kg) è _ stando ai primi referendum in sala stampa _ la più bella tennista che abbia mai trionfato al Roland Garros. Giocavano troppo a specchio, troppo uguale, troppo di potenza e poco di fino, le due amazzoni, la serba mora e la russa bionda. La miss di Belgrado, 20 anni, che deve molto a Daniel Holzmann, l’uomo d’affari svizzero dall’occhio lungo _ la vide che era soltanto una ragazzina iperpromettente, fece avere ai suoi genitori un prestito senza interessi di 300.000 euro, naturalmente ripresi in pochi anni _ ha battuto 6-4,6-3 in un’ora e 38 minuti la russa Dinara Safina (per la quale non si era scomodato dalla vicina Londra neppure il poco affettuoso fratello Marat). Adesso Ana, oltre che sul podio di un virtuale concorso di bellezza, merita di salire su quello della migliore tennista di questo periodo post-heniniano. E’ stata proprio Justine a consegnarle una coppa che forse, ci fosse stata lei, si sarebbe tenuta ancora per sé, per la quinta volta.

Quanto tempo Ana riuscirà a restare sul trono di Justine è difficile dirlo. Lei non è come lo scricciolino belga che si staccava nettamente dal resto del gruppo, sia per via di quel rovescio ad una mano che non ha una sola imitatrice fra le prime 18 tenniste del mondo, sia per la straordinaria continuità dei suoi successi simil-Nadal.

Ma la splendida serba, infinitamente più dolce e beneducata di Maria Sharapova, l’altra reginetta di bellezza cui aveva sottratto il doppio scettro, ha soltanto 20 anni e bisogna tenerne conto. “Quando ho visto che Novak (Djokovic) aveva vinto il suo primo Slam in Australia, mi sono detta: ‘Allora posso farcela anch’io’”. Non si fermerà qui, penso. Non è più solo dritto, ha anche un ottimo rovescio. “Su quello ho lavorato tanto, il dritto invece l’ho sempre avuto”.

Ana aveva pagato duramente lo scotto delle prime due finali affrontate in uno Slam, quando era tornata negli spogliatoi in lacrime, sia dopo aver perso dalla Henin qui un anno fa (6-1,6-2), sia quando era stata messa sotto dalla Sharapova (7-5,6-3) lo scorso gennaio in Australia. Ieri finalmente le lacrime che sgorgavano sul suo bel visino erano di gioia. Il momento in cui Ana ha rischiato di più in questo suo sabato indimenticabile, dopo la rimonta patita da 4-1 a 4 pari nel primo set e un interminabile settimo game del secondo set (20 punti e due palle break mancate per il 5-2), è arrivato nel corso della sua arrampicata alla… Pat Cash (edizione Wimbledon 1987), quando si è issata pericolosamente in bilico sulle tribune per andare ad abbracciare tutto il suo clan, dal palleggiatore polacco conosciuto a Indian Wells Marcin Rozpedski (“La mia specialità è imitare il gioco delle sue avversarie: stamani ho fatto la Safina, rovesci piatti e pesanti, dritti un po’ liftati…” ) al fisioterapista Scott Byrnes, al fratellino Milos che predilige il basket come il padre, al professor Francesco “Laser” Parra che le aveva rimesso a posto il gomito. Mancava solo Sven Groeneveld, l’uomo Adidas che non poteva fare il tifo: anche la Safina era una sua “testimonial”.

L’ultima grande finale femminile al Roland Garros rimane Capriati-Clijsters, 12-10 al terzo set per l’americana di papà italiano nel 2001. Da allora le finali femminili sono invariabilmente finite in due set, troppo poco emozionanti per risultare anche avvincenti. E purtroppo ieri mancava anche la suspense per la leadership mondiale. Oggi, ore 15, ennesima sfida Nadal-Federer (10-6 il bilancio, 8-1 per lo spagnolo sulla terra rossa)

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