Il Delfino ha battuto il Principe: la vittoria di Rafa Nadal apre una nuova era. La sconfitta potrebbe però far bene a Federer per curare la "sindrome Nadal"
Alessandro Mastroluca
Federer ha vissuto il suo 11 settembre. Come gli Stati Uniti, trafitti per la prima volta dopo Pearl Harbor sul loro apparentemente inviolabile territorio, sul regno di Federer a Wimbledon è tramontato il sole.
La maledizione del sei colpisce ancora sui verdi prati dell'All England Club. Ventisette anni fa fu Borg a mancare il sesto titolo consecutivo, nel 1981, in finale contro McEnroe. Allora come oggi c'erano in campo il numero uno contro il numero due, il Principe e il Delfino. Allora come oggi il Delfino ha battuto il Principe.
La finale del 2008 sarà ricordata come un'epifania, come un'improvvisa rivelazione. Roger ha visto svelata a se stesso la sua immagine autentica di umana fragilità. Il suo tennis, il suo match sono stati un chiasmo di rabbia cieca e tremori inattesi, di ansia da prestazione e disperato bisogno di vincere. Federer ha cullato come un bimbo il suo regno londinese, il suo record incipiente, il suo avvicinarsi alla scia di Sampras. Ma quel bimbo è cresciuto deforme, è diventato un mostro, ha ingigantito pressioni e responsabilità, ha costretto Federer a generare una fulgente e gigantesca immagine di sè e a dover giocare sempre in modo da esserne all'altezza.
E nella sua regale introversione, costruita negli anni seppellendo sotto la cenere una natura focosa che lo farebbe più simile a un Safin, ansie e paure covano sotto un aspetto esteriore che sfiora l'indifferenza. Anche se il guscio all'interno ribolle. Ieri Roger ha raramente, e brevemente, aperto il rubinetto delle emozioni.
Ma dall'altra parte aveva il prototipo del giocatore moderno. Un competitor nato, con una percezione del campo e del proprio corpo rispetto alla palla in ogni frangente della partita che ha dell'incredibile. Come un giocatore di scacchi, Nadal vede e legge lontano, sembra programmare i colpi a due o tre alla volta, pur essendo capace di atti di improvvisazione da standing ovation. Ma ancor più dei rovesci incrociati ad angoli fuori dall'umana portata, al di là del nuovo servizio e del suo topspin uncinato di diritto, oggi ancora più velenoso in quanto viaggia più basso sopra la rete e prende un rimbalzo più sgusciante, al di là del suo martellare incessante sul rovescio di Federer, del suo affondare il coltello nella ferita, a colpire sono stati gli occhi di Nadal. In tutta la partita dallo sguardo del maiorchino traspariva una passione viscerale, un amore incondizionato e totale verso questo sport, verso il giocare a tennis, che raramente ricordo di aver visto in altri campioni.
Nadal adora giocare, adora stare in campo e lottare, adora sentire il pubblico che lo incita, adora provare e trovare nuove soluzioni quando ne ha l'occasione. È una passione che si traduce in quella che, a mio avviso,è la sua qualità migliore: la capacità di apprendere in partita. L'amore che ci mette nel gioco è tale da renderlo una spugna, e dalle partite assorbe tutto il possibile, ogni match diventa un'occasione di allenamento. E ha una tale fiducia in se stesso, o forse una tale incoscienza, da giocare il primo serve and volley della finale servendo sul 7-6 Federer nel quinto set. Lucidità da automa, o piena incoscienza da flow agonistico? Forse non lo sapremo mai.
Quello che sappiamo è che la casa è stata violata. Il sorpasso è compiuto, per tutti tranne che per il computer dell'ATP. Ma Federer ha finalmente dato l'anima prima di perdere. Non come a Montecarlo, dove pure era stato avanti rispettivamente 4-1 e 5-2 prima di perdere con un doppio 7-5, non come a Parigi. Ieri, nonostante le 11 palle break gettate al vento, segno della sua poca lucidità ma anche di un barlume di "umanità"nell'automa-Nadal che gliene ha concesse così tante, non si è visto il dead man walking rassegnato alla sconfitta. Ieri Federer ha lottato, ha dato quello che poteva dare. In altri casi era stato criticato, molte delle sue sconfitte nelle sfide precedenti sono da imputare più ai suoi demeriti. Ieri no. Ieri semplicemente Nadal ha giocato meglio di lui. La statua fulgente di Federer si è spezzata. Il gigante che dormiva si è svegliato.
Il mito etero-creato ed auto-alimentato dell'inviolabilità è crollato, nel modo più doloroso, ad un passo da una rimonta che sarebbe stata epocale. Oggi inizia una nuova era del tennis. Potrebbe essere anche l'inizio del nuovo Federer. Perchè questa partita, questa finale, questa sconfitta costituiscono il primo passo per curare la "sindrome Nadal".
Ora, come gli Stati Uniti dopo l'11 settembre, Federer ha due strade. Chiudersi in un rifugio di desolante autocommiserazione o inziare a combattere con nuova forza anche in territori ostili per ristabilire l'orgoglio ferito. L'impressione è che sceglierà la seconda.
Alessandro Mastroluca