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Remi d'argento

Galtarossa il nostro Redgrave dei poveri

A 36 anni il canottiere di Padova ha centrato la quarta medaglia in cinque finali. Si è trovato gli sponsor da solo. Per Raineri, Venier e Agamennoni invece lo sponsor è lo Stato, con le Fiamme Oro di Sabaudia. Ubaldo Scanagatta

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PECHINO _ Visto quest’estate in tv, avvicinando Beijing, quello spot con un gigantesco canottiere calvo che remando accende le luci lungo il fiume sviluppando energia? Era proprio lui, Rossano Galtarossa, lo Steve Redgrave della Canottieri Padova, l’omone di 2 metri per 101 kg che ieri, assieme al capovoga pelato come lui Simone Raineri (Mn), e agli altri giovanottoni da 92 kg e passa, Luca Agamennoni (Li) e Simone Venier (Lt), a 36 anni ha conquistato con il quattro di coppia _ due remi per ciascun canottiere _ la sua quarta medaglia olimpica in cinque finali.

Remo d’argento ieri, preceduto soltanto dai “mostri” polacchi tricampioni del mondo (2005-06-07) così come era stato remo d’oro a Sydney 2000, bronzo a Barcellona e Atene (nel 2 con con Alessio Sartori).

Subito dopo Sydney Queen Elizabeth nominò baronetto il mitico Redgrave, unico a conquistare cinque ori in cinque diverse Olimpiadi sconfiggendo pure il diabete, così come Azeglio Ciampi rese il nostro Rossanone Commendatore della Repubblica, ma se sir Steve a Sydney attaccò il remo ormai trentottenne, Rossano _ dopo due anni sabbatici, 2005 e 2006 _ non esclude di ritrovarsi in acqua, quarantenne, anche ai Giochi di Londra “anche se temo che Elisa (sua moglie) non farebbe i salti di gioia. Vorremmo avere un figlio, prima o poi…”.

Lui, “delfino” dei celebri Abbagnale che conquistarono 5 ori (Giuseppe e Carmine 2, il più giovane Agostino 3), è l’unico dei quattro remi d’argento a non aver per sponsor lo Stato, le Fiamme Gialle di Sabaudia. Gli sponsor Big Rossano, direttore impianti alla Canottieri Padova, per il suo personale “Progetto Pechino” se li è trovati da solo: nove piccole aziende venete dai nomi improbabili e dallo slogan “Accompagniamo Rossano a Pechino”. All’inizio era “Accompagniamo un campione alla quinta Olimpiade”. Non deve sorprendere che fra i suoi hobby dichiarati, fra moto e libri, ci sia il “fai da te”.

Con il loro sostegno rieccolo lì, negli ultimi due anni, a macinare 11.000 km l’anno con i suoi compagni nell’indifferenza mediatica generale: “Sembra che esistiamo soltanto se saliamo su questo maledetto podio” sbotta, rituale denuncia, ad ogni Olimpiade, di chiunque pratichi uno sport (in Italia) che non sia il calcio. “Non ce l’ho con il calcio, ma magari in tv al posto di qualche telenovela del cavolo, potrebbero anche ricordarsi del canottaggio prima delle una di notte”.

L’impresa del quattro di coppia salva all’ultimo colpo di remo, con l’ultima di sette imbarcazioni, una disciplina solitamente prodiga di medaglie (quella di ieri è la n.35, 10 ori, 13 argenti, 12 bronzi), ma qui abbastanza deludente, dopo che anche il doppio leggeri (Miani-Luini) ha dovuto accontentarsi d’una medaglia di legno. “Bisogna fare i conti con 59 nazioni, 206 equipaggi e 900 atleti _ snocciola il ct Andrea Coppola, l’erede di Peppiniello di Capua _ la competizione è molto cresciuta.

Insomma bisogna accontentarsi, i polacchi allo Shunyi Park fra due ali di folla (10.000 spettatori) sono sempre stati in testa, irraggiungibili. “Ai mille metri speravo di riagganciarli, la barca è salita bene di colpi, 38 palate al minuto, ma la Polonia ha risposto subito e allora meglio controllare” racconta il capovoga Raineri. “Credevo che la Francia ci strappasse l’argento” si rallegra l’esordiente Venier prima di ammettere: “I polacchi ci hanno dato 2 secondi e 24’’, sono più forti di noi”.

Dei soldi si parla e non si parla. “Il canottaggio non è uno sport che si fa per i soldi, ma per il gusto di stare con se stessi, una sfida personale, uno stile di vita”. Parola di Galtarossa. “Già, sarà meglio che mio figlio faccia il calciatore” ribatte da buon livornese Agamennoni. Sarà papà a febbraio, meglio pensarci per tempo.

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