Gli ultimi giorni sono i più tranquilli si riposano gli accordatori. I nuovi arbitri vengono valutati con i match degli juniores. La cura per il raffreddore. La Shriver e Navratilova 'sotto i piedi'
Il pullman che porta dagli alberghi ufficiali al USTA BJK NTC (tutte le volte mi ricorda un codice fiscale) cioè a Flashing Meadows, nella seconda settimana è pieno dei ragazzi del torneo juniores.
A vederli così, se non fosse per le sacche con le racchette, sembrano normali studenti in gita scolastica. L’atmosfera è scherzosa. I ragazzi sono più compagnoni e pronti alla scherzo e alle risate. Le ragazze più tranquille. Fanno gruppetti separati. Immancabile l’ipod, per tutti.
I genitori si dividono in due categorie: i genitori coach che allenano i figli, vestiti come loro, stanno in campo a tirar palline e dare consigli e quelli vestiti in borghese che vanno in campo a raccogliere palline. E questo è qualcosa che rendere gli juniores uguali ai top player. L’altro giorno, le due Williams si allenavano sui due campi adiacenti e il papà le seguiva con la massima attenzione, maglietta grigia, pantaloncini neri e ciabatte da mare, ogni tanto provava a raccogliere qualche pallina.
Per i match dei tornei Juniores, gli arbitri con la qualifica più internazionale più basa, con meno esperienza e non sempre vuol dire più giovani Vengono mandati sulla sedia per fare pratica in match di tornei importanti e fuori dal campo c’è sempre un altro arbitro più esperto che li valuta. Buoni voti, come a scuola, significa poter passare al livello superiore. A volte capita di dover discutere con i giocatori ed a questo dovrebbero essere preparati, sapere come comportasi e cosa dire. Ma a dover discutere con l’addetto alle bevande in campo, a questo proprio no.
Fine del secondo set di un match maschile, oltre un’ora e mezza sotto al sole. L’arbitro chiede un gatorade fresco. Il tizio delle bevande in campo, fa cenno di no con la testa. Come no? Sono solo per i giocatori. L’arbitro ripete ‘Ho bisogno di bere’. L’addetto non lo considera nemmeno. Allora l’arbitro alza la voce ‘Ehy ho detto che voglio un gatorade. ORA’ poi per dare più peso alla sua richiesta scende dalla sedia con fare minaccioso, allora l’addetto un po’ impaurito gli porge la bottiglietta. L’altro l’afferra con un gesto rabbioso. Il suo valutatore fuori dal campo prende appunti.
Sul viale principale, ci sono delle mattonelle con i nomi per ricordare chi ha fatto delle donazioni all’ USTA. E’ chiamata “The Avenue of Ace”. Se si dona una certa cifra c’è una mattonella piccola, con una cifra più alta una mattonella-targa in metallo, così nessuno si dimenticherà più di voi. Su di una c’è il nome di Martina Navratilova (come se corresse ma il rischio di essere dimenticata). E poi ce ne è un'altra con il nome di Pam Shriver, è del 2005. Peccato per Pam che insieme al suo di nome ci sia anche quello del ex-marito George Lazenby. Con cui sta avendo una aspra battaglia legale per la custodia del figlio. Chissà forse la prossima volta la Shriver farà una donazione solo a suo nome.
Negli ultimi giorni del torneo, fra i più contenti ci sono gli accordatori. La sala, a vetri, dove lavorano è composta da 15 macchine per accordare. 3 macchine ogni fila. Nei primi giorni si possono vedere tutti questi che lavora a velocità folle per accordare in meno di 40 minuti una racchetta. Sembrano robot per la velocità e la precisione con cui lavorano. Negli ultimi giorni rimangono in 4 o 5. Il loro lavoro è più tranquillo e riescono anche a sorridere quando si passa e li si saluta con la mano.
Da cosa si capisce che camminando per il corridoi interno allo stadio ci si sta avvicinando alla zona giocatori? Dagli uomini della security in giacca blue, cravatta rossa e pantaloni grigi, mentre ne resto dell’impiato sono in maglietta gialla e pantaloni neri (e sembrano tutti benzinai dell’Agip)? No, te ne accorgi subito per l’odore forte e aleggia ovunque di olio canforato alla menta. Se per caso hai il raffreddore è quasi meglio una passeggiata vicino agli spogliatoi dei giocatori che far dei fumini con il Vicks.
Sulla navetta di ritorno dal tennis all’albergo.
Sale una signora con un capello di paglia e si siede accanto ad una giovane reporter. Le due incominciano a parlare amabilmente. La signora le chiede perché è qui. L’altra risponde che è una giornalista. La signora chiede se oltre a scrivere gioca anche un po’ a tennis. La giovane reporter risponde no, no. E poi forse per essere gentile chiede ‘E lei? Gioca?’, ‘Ho vinto Wimbledon’. Era Virginia Wade.
Angelica