Il miglior Gulbis può vincere i due singolari. Ma il doppio? Ubaldo Scanagatta
venerdì 11.30
Fognini-Gulbis; a seguire Seppi-Juska;
Sabato 14.30 Seppi-Starace vs Gulbis-Pavlovs
Ottavi di finale all’US Open 2007 (battendo Starace e Robredo lungo la via), quarti di finale quest’anno al Roland Garros (superando Blake e Llodra, giustiziere del nostro Bolelli), un gran match a Wimbledon contro Rafa Nadal cui ha strappato uno dei tre set ceduti dal mallorquino in tutto il torneo (gli altri due glieli ha presi, ma solo al tiebreak, un certo Roger Federer…)…sono i biglietti da visita di Ernests Gulbis. Che poi ha giocato molto bene anche all’US open 2008 quando, vinto il primo set con Roddick, si è fatto ingenuamente sfuggire il secondo nel quale ha servito invano per andare avanti due set a zero. Un errore clamoroso gli ha poi impedito di arrivare al tiebreak. Ma Roddick per primo si è definito molto fortunato, al termine dell’incontro. E non c’è chi oggi non pronostichi a Gulbis un futuro da top20 e magari anche da top 10. Le qualità tecniche ci sono tutte.
Biglietti da visita preoccupanti, in chiave azzurra e di Davis, perché lo scorso anno il bel ragazzone lettone (1m. 90 cm. per soli 76 kg) al challenger tedesco di Heilbronn incontrò e battè il nostro Bolelli nei confronti del quale esistono dunque precedenti diretti e…indiretti (Llodra) poco confortanti.
Chi dei due avrà fatto più progressi? Il confronto di Montecatini sarebbe arrivato a proposito per darci la prima risposta al quesito, ma Bolelli purtroppo non c’è. Ha preferito andarsene a giocare i tornei di Bangkok e Tokyo e la vicenda è stata tratta a lungo su questo sito, un po’ in tutte le salse.
Eravamo per la verità rimasti tutti piuttosto perplessi quando a primavera _ mentre ci trovavamo a Dubrovnik per il duello onorevolmente perduto con i croati guidati da Mario Ancic _ avevamo letto della sua sconfitta in Davis con il macedone Magdincev, n.724 del mondo, ma già a Wimbledon al simpatico Ernests gliene ho chiesto conto.
Soprattutto perché Corrado Barazzutti che lo aveva visto giocare proprio in quell’occasione non ne era rimasto soltanto deluso, ma aveva anche stigmatizzato il suo comportamento perché dopo il singolare perduto se n’era andato, senza nemmeno giocare il doppio o il singolare in terza giornata.
E Ernests, con quel sorrisino da bravo ragazzo, l’aria un po’ sorniona che potrebbe essere scambiata per snob, mi ha risposto con grande cortesia: “Avevo male a un ginocchio, non pensavo neppure di poter giocare, ci provai…non ero in grado di difendermi all’altezza delle mie possibilità, non aveva senso correre rischi e pregiudicare tutto il resto della mia stagione agonistica”.
Dicevo sopra che tutti nel mondo del tennis pronosticano a Gulbis un grande avvenire. Chi si sbilancia di meno lo vede fra i primi 20 del mondo, chi di più lo promuove fra i primi 10.
Grandi tennisti lettoni non ce ne sono mai stati e a meno che Andis Juska, il n.2 lettone cui Ernests attribuisce un potenziale di tutto rispetto (“E’ n.356 del mondo, ma quando gioca bene ha mezzi tecnici per dar fastidio ai primi 20”), faccia progressi oggi imprevedibili, per un po’ non ce ne saranno al di fuori di lui.
Di Karlis Lejnieks si sa poco o nulla. Speriamo egoisticamente in chiave azzurra che lui (e anche Juska) non sia un buon doppista, perché sulla carta Gulbis potrebbe anche vincere i suoi due singolari a Montecatini e in quel caso (tocchiamo ferro) il punto del doppio potrebbe diventare determinante.
“Juska era un bel talento _ mi dice il giornalista lettone Janis Doriga che ho incontrato all’US open _ è figlio di un coach di tennis di Urmala e Ernests quand’era piccolo si allenava con loro. E’ alto, un bel servizio e il rovescio a due mani, la terra rossa è la sua peggior superficie …”. Poi mi ha spiegato che in tutta la Lettonia (repubblica diventata indipendente nel 1991, 2,5 milioni di abitanti) ci saranno una cinquantina di club e che Gulbis è diventato un idolo in Lettonia dove fino ad ora gli atleti più noti erano quelli del basket che partecipano al campionato russo e quelli della squadra di handball. La miglior tennista lettone Dekmeijere Sevastova,
A tanti tennisti dell’Est che ce l’hanno fatta a sfondare tra i “pro” si sono trovate motivazioni extra, dalla “fame” alla necessità di emergere e vincere per espatriare.
Non è assolutamente questo il caso di Ernests Gulbis, rampollo di una delle famiglie più ricche della Lettonia. Il papà, Ainars, è business-man di grande successo (SMS Grupa, un gasdotto, il più importante network radiofonico del Paese, una serie di case farmaceutiche) ed era stato anche un buon giocatore di basket, anche se non ai livelli del fratello Alvils, campione d’Europa dal 58 al ’60 con l’Ask Riga e nazionale URSS (prima della disgregazione delle repubbliche socialiste sovietiche, quando cioè anche solo riuscire a entrare in una delle squadre più forti del mondo era già una vera impresa).
Ricordo che un anno fa, quando Gulbis aveva cominciato a vincere un challenger dopo l’altro (nel 2007 ha vinto Besancon, Sarajevo e Mons), avevo incontrato Nikki Pilic a Umago e gli avevo chiesto ragguagli sul suo pupillo: “Purtroppo è troppo ricco per impegnarsi a fondo con la grinta di chi ha davvero fame, peccato perché ha tanto di quel talento…”.
Quelle frasi erano il prodromo al divorzio che, dopo 6 anni di “costruzione” tecnica congiunta, sarebbe avvenuto di lì a non molto tra Pilic e Gulbis. “Dal dicembre scorso mi alleno con Karl-Heinz Wetter, l’ex coach austriaco di Melzer. Pilic? Gli devo molto, ma i rapporti con un allenatore a volte sono come un matrimonio: dopo sei anni a volte si logora”.
Quel che Ernests non dice, ma probabilmente avrebbe l’onestà ci ammettere, è che per un “integralista” del lavoro come è sempre stato Nikki Pilic _ che aveva promesso a se stesso che non avrebbe più fatto il coach ad un solo giocatore prima di restare colpito dal talento straordinario di Gulbis _ lui non era ancora un “professionista” maturo. “Prima pensavo che il talento bastasse ad ottenere buoni risultati…ora ho capito che invece senza lavoro duro non si arriva a niente. Ci vuole impegno, sacrificio, concentrazione, studio…”.
Chissà quante volte glielo aveva detto, invano, Nikki Pilic. Del resto è stato lo stesso Ernests, a Parigi quando si apprestava ad affrontare Novak Djokovic (dal quale avrebbe perso soltanto dopo tre set molto combattuti, 7-5,7-6,7-5) a ricordare a suo modo i tempi in cui i due si allenavano insieme all’Accademia di Pilic: “Io avevo 12 anni e lui 13…Novak era molto più serio di me, voleva arrivare e lo ripeteva sempre, lavorava molto ma molto più duramente di me, con tutta un’altra grinta. Si merita di essere arrivato dov’è arrivato, sono davvero contento per lui…in due parole, per sottolineare meglio la differenza dei nostro comportamenti, io… giocavo, lui invece si allenava”.
Djokovic interpellato a proposito di Gulbis aveva detto: “In allenamento ci perdevo sempre”. Magari, visto che era un anno più anziano, è una balla…si sa, “Djoko” è tipo che ama conquistare la scena, fare un po’ di teatro, e ora che lui è il terzo tennista del mondo mentre Ernests a fine 2007 era soltanto n.67, sa di farsi ascoltare di più _ alla vigilia di un match fra i due _ che se non avesse detto: “Vincevo sempre io”.
Però è vero che Gulbis, sornione, non smentì.
Eppure Pilic anziché buttarsi a corpo morto su Djokovic, ha preferito dedicarsi a Gulbis. Saranno mica stati i soldi del papà Paperone? Il sospetto è maligno…ma a pensare male pur se si fa peccato, diceva Giulio Andreotti, talvolta ci si azzecca.
Perché Ernests non ha optato per il basket?
“Perché sono un individualista, negli sport di squadra non mi troverei bene…se vinco è merito mio, se perdo è colpa mia. E’ così che piace a me”.
Il tennis lo ha scelto da ragazzino, a cinque anni.
“Fu mia nonna a portarmi su un campo, a mettermi in mano una racchettina…Mi piacevano tutti gli sport con la palla, il basket, il calcio. Cominciai però a giocare con mia nonna, poi mio padre aveva un compagno di scuola che era diventato maestro di tennis e mi portò da lui. Il tennis mi piacque subito e il maestro diceva a mio padre che ero molto portato… Per questo a un certo punto mio padre si decise che per il mio bene era meglio che io provassi sul serio, e mi portò da Pilic in Germania, vicino a Monaco…avevo 12 anni e ci sono stato, fra un torneo e l’altro, quasi sei anni”.
_ E ora Nikki dice che sei troppo ricco per sacrificarti…dei 450.000 dollari che hai guadagnato te ne accorgi a malapena…_
“Beh forse quand’ero ragazzino non lo facevo abbastanza, ma è normale avere anche voglia di divertirsi no? E poi se non fossi stato ricco…beh non mi sarei mai avvicinato al tennis. Ecco perché non ci sono tennisti lettoni: giocare a tennis costa, fare attività internazionale junior ancora di più e la federazione lettone i soldi non ce li ha. Stanno aiutando qualcuno, sì, ma non basta. Bisognerebbe cominciare a farlo quando si ha 12 max 13 anni, invece cominciano a farlo con pochi quattordicenni, portandoli per adesso nei Paesi più vicini perché costa meno…insomma così non è facile. Ora può darsi _ aggiunge con il solito sorriso delicato _ che a seguito dei miei risultati e del fatto che abbiano trasmesso qualche mia partita nella tv del mio Paese, anche il tennis diventi uno sport più seguito, più importante…e che allora si trovino i soldi anche per aiutare dei giovani”.
Ho parlato fino ad ora di qualche risultato del giovane Gulbis, della sua marcia di avvicinamento al grande tennis _ a 18 anni nei primi 100, poi una graduale escalation _ accenno qui alla madre Milena, attrice di teatro drammatico, alle tre sorelle, Elina di 22 anni che studia in Inghilterra, Laura (13) e Monica (9) che giocano a tennis, al fratellino Kristops (15) che si diletta a modellare aeroplanini e automobili, ma non ho ancora detto nulla del suo tennis, anche se soprattutto il suo rovescio quando lo vidi giocare un anno fa contro Starace mi impressionò, per non parlare del suo gran servizio. Poi a Parigi sia contro Blake sia contro Djokovic sono rimasto affascinato dalla facilità con cui giocava le smorzate in contropiede, con un tocco, una naturalezza davvero invidiabili. Anche quelle soprattutto di rovescio (ed è strano, perché gioca il rovescio a due mani, eppure quando stacca la mano per il drop-shot lo fa così rapidamente che gli avversari non se ne accorgono). Perfino i due giocatori appena citati, Blake e Djokovic che sono considerati tra i più agili e scattanti del circuito, restavano sorpresi. Non li vedevano in tempo quei drop-shot, non li raggiungevano neppure.
“Il mio coach mi aveva detto di non provarli perché loro erano molto veloci…e all’inizio non ne ho fatti, poi però ho cominciato a farli all’improvviso e loro sembravano non aspettarseli quindi hanno funzionato…la smorzata mi va a giornate, certe volte non va proprio, vengono fuori cose orribili e allora sono costretto a fermarmi. Sì, è proprio un colpo che ti devi sentire…a volte va, a volte è meglio lasciar perdere!”
Certo è che il tennis di Gulbis è sempre molto rischioso: “Beh, avresti dovuto vedermi due anni fa, anche un anno fa. Non ero davvero il giocatore più furbo (“smartest” dice lui). Tiravo i colpi in situazioni dove non avrei mai dovuto farlo…ora invece ragiono molto di più. Cerco di concentrarmi ancora di più nei punti importanti e qualche volta accontentarmi di mettere intanto la palla dentro…prima di sparacchiare!. Però il mio tennis resta aggressivo…i miei errori gratuiti saranno sempre più numerosi di quelli di…un tennista spagnolo che fa della regolarità la sua arma prediletta. A Parigi ho giocato bene sulla terra anche se avevo saltato per via di quell’infortunio che dicevo in Macedonia sia Roma sia Amburgo, a Wimbledon non ho avuto fortuna con il sorteggio perché peggio che trovare Nadal al secondo turno non mi poteva capitare …eppur anche contro Rafa credo d’aver giocato una buona partita (5-7,6-2,7-6,6-3), il terzo set potevo anche vincerlo…”.
Ora forse sapete qualcosa di più di Ernests Gulbis. Dopo Montecatini ne saprò di più anch’io.
Una precisazione: il doppista della squadra cui allude Gulbis non è Juska ma Pavlovs, che si è allenato anche in Italia per cinque anni (in quale circolo lo scopriremo andando a Montecatini), quindi dovrebbe parlare bene la nostra lingua.
Ubaldo Scanagatta