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Economia al buio

Crisi: colpirà
anche il tennis?

Allarme sponsor: sei Masters su nove hanno banche o istituti assicurativi come main partner. A cui si aggiungono Coppa Davis, Fed Cup e la prossima Masters Cup londinese.Andrea Nizzero

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In questi giorni, solo i media sportivi non vedono monopolizzate le proprie aperture di pagina dalla crisi finanziaria globale. Purtroppo, e ovviamente, ciò non significa che lo sport, e più in particolare il tennis, non debbano risentire di queste difficoltà finanziarie.
Un facile (e per certi versi grottesco) esempio delle possibili connessioni tra crisi e mondo sportivo è la vicenda che ha visto protagonista l' American International Group, il colosso assicurativo che, il 17 settembre scorso, è stato nazionalizzato dal governo statunitense per evitare un catastrofico fallimento. A pochi giorni dal salvataggio, quasi paradossalmente, la sigla AIG campeggiava sul petto dei giocatori del Manchester United e sui teloni di fondo campo del torneo ATP/WTA di Tokyo.
Considerando che negli Stati Uniti il calcio è uno sport più popolare fra le ragazze che fra i maschi, e che il tennis attraversa un periodo piuttosto buio per via della mancanza di giocatori americani di vertice (Roddick e Blake non hanno l’appeal di un Agassi o di un Sampras), forse i contribuenti americani non saranno felici se ci dovranno rimettere di tasca loro per via di quelle sponsorizzazioni su mercati esteri. E almeno fino al 2010! Il fatto che Malcolm Glazer, proprietario dei Red Devils, sia un americano non varrà più d’una magra consolazione.
 
In realtà, tralasciando queste considerazioni semi-serie, la crisi potrebbe avere una portata ben più vasta di quanto si possa pensare.
Il primo aspetto a cui volgere lo sguardo è quello legato agli sponsor. In particolare nel circuito tennistico, ma anche in quello golfistico, giocano ruoli fondamentali banche e gruppi assicurativi, cioè i soggetti più esposti alla tempesta finanziaria. Sia come partner e sponsor ufficiali, sia come acquirenti dei cosiddetti “corporate box”, i carissimi posti a sedere delle prime file e riservati alle società. Sono utilissimi, con i loro introiti, per far quadrare i bilanci dei tornei.
Basti pensare come quest'anno, su nove Masters Series sei sono sponsorizzati da banche o istituti finanziari/assicurativi, inclusi i nostri Internazionali BNL d’Italia. E BNP Paribas (che è in pratica il “padrone” di BNL) è il principale sponsor mondiale del tennis: oltre al Roland Garros e Montecarlo sponsorizza la Coppa Davis e la Fed Cup.
Dal 2009, la Masters Cup si sposterà a Londra, anche grazie a Barclay Bank e ai circa 30 milioni di euro che ha messo sul piatto come main sponsor. Ma è sufficiente dare un'occhiata ai nomi dei tornei di queste settimane: oltre al sopracitato Tokyo, a Vienna si gioca sotto il nome di Bank Austria (controllata da Unicredit), e a Stoccolma è la compagnia assicuratrice IF a dare il nome al torneo. Il colosso Fortis, una settimana fa sull'orlo del fallimento prima di venire acquisita da BNP Paribas, è il title sponsor del torneo WTA di Lussemburgo, e controllava buona parte di ABN-Amro, lo sponsor tradizionale del torneo indoor di Rotterdam.
Gli esempi potrebbero proseguire a decine.
E' chiaro quindi come un'eventuale venire meno di questi rapporti a causa di difficoltà nei bilanci (o addirittura fallimenti) di tali società metterebbe in crisi molti eventi del circuito. Ad agosto, la Pacific Life si è sottratta dal suo impegno come main sponsor del torneo di Indian Wells. Il torneo di Los Angeles, facente parte della US Open Series, è tutt'ora a caccia di un partner dopo che la Countrywide ha lasciato. Insomma, se sicuramente è prematuro parlare di crisi finanziaria del tennis, potrebbe essere un errore altrettanto grave fare finta di nulla.
 In particolare, sembra più a rischio il continente nordamericano, che oltre ad essere il più vicino all'occhio del ciclone finanziario, è anche quello che più di altri può temere un ridimensionamento della popolarità del tennis, sebbene all’ultimo US Open si siano invece battuti tutti i record d’affluenza e di incassi.

Il secondo punto riguarda il pubblico. L'aumento del prezzo del carburante e di conseguenza dei trasporti, unito alla generale sensazione di precarietà economica, potrebbero invertire la tendenza che ha registrato, nelle ultime stagioni, un incremento del pubblico pagante in un crescendo quasi esponenziale. Inoltre, in periodi come questi può capitare anche che l’immagine del campione ricco e un tantino viziato, possa dare quasi fastidio a chi si dibatte in serie difficoltà economiche. Insomma va tenuto presente anche il rischio di una disaffezione del pubblico nei confronti dei grandi protagonisti con racchetta.
Al tempo stesso, ed a contrario, va sottolineato tuttavia come il tennis sia forse lo sport che garantisca il miglior rapporto qualità-prezzo per  lo spettatore che voglia assistere dal vivo (anziché seduto davanti alla tv) ad una giornata di gare.
Un ground pass per un torneo del Grande Slam costa attorno ai 50 dollari/40 euro, mentre lo spettacolo delle qualificazioni è spesso gratis o a prezzi simbolici. Difficile trovare un altro evento sportivo che metta in scena tutti i migliori al mondo a prezzi simili.
Inoltre, il tennis è uno sport dove il meccanismo di insofferenza verso i campioni milionari cui ho fatto riferimento poco fa  è tutto sommato abbastanza improbabile.
 Innanzitutto, il guadagno di un tennista è è strettamente legato al suo rendimento individuale, ai suoi risultati. Per un campione di uno sport di squadra non è sempre così. E la gente, i tifosi, mal sopportano chi guadagni cifre stellari e magari sul campo offra un rendimento deludente.
E poi, anche a livello individuale, ci sono sport che consentono ancora maggior guadagni rispetto al tennis. Il golf ad esempio. Il golfista n.50 del mondo, Baddeley, supera il  milione e 500.000 dollari nel 2009. Il n.50 del tennis, l’argentino Calleri si deve accontentare (si fa per dire) di 420.000 dollari (e probabilmente per le trasferte spende di più).

In conclusione in questo momento convulso e confuso è giusto preoccuparsi e al tempo stesso guardare all’avvenire anche con un certo ottimismo.  L’entusiasmo degli appassionati, grazie anche alla brillante rivalità sviluppatasi fra campioni-modello come Federer e Nadal,  non si è mai affievolito, anzi. E rivali d’indubbia qualità come Djokovic e Murray, ma anche Berdych e Del Potro sembrano garantire sempre successo ad uno sport che ha visto tramontare grandi campioni che sembravano insostituibili, Mc Enroe e Borg, Lendl, Becker e Edberg, Sampras e Agassi, ma che invece hanno sempre trovato eredi degni di loro. E un po’ dappertutto: in Spagna come in Svizzera, in Cile (Rios e Gonzalez) come in  Brasile (Kuerten) e  Argentina (Nalbandian e soci), in Serbia come in Francia. All’appello, da troppi anni, manca l’Italia, ma proprio per la legge dei grandi numeri dovremmo cercare di essere ottimisti sul futuro del tennis anche noi. Incrociando le dita.
 

Andrea Nizzero