Un profilo del tedesco, fresco trionfatore a Vienna, che unisce talento e spensieratezza. Alessandro Mastroluca
C'è una linea sottile che divide il genio e la follia. Una linea che Philipp Petzschner ha scavalcato spesso, tanto da essere famoso nel circuito col soprannome di Picasso.
Nato a Bayreuth, Petzchner è la grande speranza del tennis giovanile tedesco. Nel 2002 vince il Roland Garros junior in doppio, e in patria già lo definiscono il miglior talento dopo Nicolas Kiefer. Arriverà anche nei quarti a Wimbledon, in singolare, perdendo da un certo Rafa Nadal.
Ad Halle, durante un incontro di calcio, Philipp incontra Roger Federer, che gli dice: “Così tu saresti quello come me, con un gran talento e pazzo per il calcio?”. Lo svizzero diventa numero uno, il tedesco vede come un trionfo entrare nei primi 300. Petzschner è un cavallo pazzo, che non vuole essere inserito in schemi predefiniti. C'è chi lo chiama arrogante, chi dice che non si spreca nemmeno a raccogliere le palline alla fine dell'allenamento. Il suo idolo, e non è un caso, è Goran Ivanisevic.
I primi miglioramenti arrivano con la cura Kuhnen, che lo porta a raggiungere i quarti a Metz nel 2003, alla sua prima apparizione in in un torneo ATP. “Il più giovane tedesco a riuscirci dopo Tommy Haas” sottolinea Philipp in un'intervista a Tennis Week. Ma il suo gioco non migliora, e per di più Kuhnen diventa capitano della squadra tedesca di Davis. Philipp inizia a cambiare allenatori, ma nonostante il suo talento la sua carriera praticamente non comincia. Per molti il suo è talento sprecato.
Nel 2006, durante il torneo di Wimbledon, decide che è il momento di cambiare qualcosa. Convince Klaus Langenbach a farlo entrare nella sua equipe, che lavora a Leverkusen d'estate e Pulheim, vicino Colonia, d'inverno. Con lui si allenano, tra gli altri, Bjorn Phau e Dominik Meffert.
La trasformazione si completa nello studio del dottor Werner Krass, ad Aschaffenburg, che lo cura per una doppia lacerazione ai legamenti. “Tu non sei un atleta” gli dice. “Fai cinque settimane di fisioterapia con me e lo diventerai”. Petzschner stavolta obbedisce, si sveglia alle sei, lavora, pedala e ne esce più in salute che mai.
L'anno scorso il definitivo salto di qualità. Gioca il suo primo match nel tabellone principale di un torneo dello Slam, contro Benjamin Becker. Rimonta due set e vince 26 36 64 64 61 per un secondo turno da favola contro Tommy Haas. “È stata una delle più belle esperienze di tutta la mia carriera” , confessa, nonostante la sconfitta 64 36 26 57. Alla fine del match Haas dirà: “Dovrebbe stare molto più su in classifica, davvero”.
Abile anche in doppio, quest'anno in coppia con Christopher Kas, raggiunge i quarti agli Us Open per un match da brividi con i gemelli Bryan. Il primo set si chiude dopo un infinito tie-break: 16-14 per gli americani, che sprecano 5 set point. Anche la coppia tedesca ne ha uno, col servizio a disposizione, ma Kas commette doppio fallo. Ma è Petzscher ad avere il black-out decisivo, nel secondo set. Serve sul 4-4, va sotto 0-30, manca una volée alta e alla prima palla break i Bryan, grazie ad un nastro, firmano lo strappo decisivo. In quel game Philipp, capace di un servizio ben oltre i 200 orari, non ha messo una prima in campo.
Petzscher è genio e sregolatezza, potenza e divertimento. “Non mi piace stare con persone che non hanno senso dell'humour”. Sarà per questo che gioca spesso il doppio con l'austriaco Peya, cui è legato il suo ricordo più buffo. Risale alla finale del Challenger di Besançon di quest'anno contro Allegro e Tecau. “Ho giocato una risposta corta e loro hanno tirato addosso a Peya, che l'ha presa di testa, come se avesse giocato una volèe incrociata stretta. Poi è rimasto steso a terra, a ridere. Non riusciva a dire una parola. L'arbitro continuava a chiedergli: come l'hai presa? Con la testa o con la racchetta? Lu continuava a ridere. Ci hanno dato il punto. Li abbiamo brekkati con quel punto. Eravamo sotto 1-3, alla fine abbiamo vinto 6-3 6-1. Quel punto ha cambiato la partita”.
Petzchner migliora, anche in singolare, ma continua ad ottenere risultati altalenanti. Va in finale in due challenger ad inizio stagione, si qualifica per Wimbledon dove costringe al quinto set Mario Ancic; ma poi perde da Andujar a San Marino e da Levy (con cui non ha mai vinto un set in tre precedenti) al challenger di Donetsk.
Proprio come il suo idolo Ivanisevis, a volte tende a buttar via le partite quando non ha tanta voglia di giocare, come con Stadler al primo turno a Tokyo: un 2-6 4-6 condito da pessime statistiche al servizio.
Ma proprio come il suo idolo, quando prende la via giusta, non lo fermi più. E se tutti i pezzi si incastrano al meglio per un'intera settimana, finisce anche che Petzschner vince il suo primo titolo ATP al primo tentativo, contro Gael Monfils, “uno dei giocatori più simpatici con cui ho giocato”, dice.
C'è riuscito a Vienna, dove è partito dalle qualificazioni, giocando il primo match meno di tre ore dopo che il suo aereo era atterrato da Tokyo. C'è riuscito battendo al primo turno Wawrinka (prima vittoria in carriera contro un top-10) e giocando una finale praticamente perfetta.
Quest'anno è il terzo giocatore a centrare la vittoria in un torneo partendo dalle qualificazioni: un'impresa riuscita in precedenza a Kei Nishikori a Delray Beach e a Gilles Simon a Casablanca.
La vittoria gli vale l'ingresso nei primi 100 del ranking, alla posizione n.72. Prossimo obiettivo: i top-50. E magari entrare come testa di serie in qualche torneo minore.
Picasso è entrato nel periodo rosa.
Alessandro Mastroluca