Trevisan, Fabbiano e Lopez avevano suscitato grandi speranze. Bilancio della loro prima stagione da professionisti, tra (pochi) alti e (molti) bassi, un po’ di confusione, infortuni e qualche scelta discutibile. Commentucci e Nizegorodcew
Premessa.
Lo scorso anno, di questi tempi, si faceva un gran parlare di Matteo Trevisan, Daniel Lopez e Thomas Fabbiano, il “trio primavera” della FIT: i tre promettenti ragazzi del 1989 prodotti da nostro settore giovanile, che facevano sognare gli appassionati. Dopo lunghi anni di buio, avevamo piazzato tre diciottenni nei primi 10 della classifica mondiale juniores, ottenuto buoni piazzamenti negli Slam, nonché una vittoria (a 10 anni di distanza) nel prestigioso torneo Bonfiglio. Tre ragazzi tecnicamente ben impostati, in possesso di un gioco moderno, educati, seri, con un positivo atteggiamento in campo e con molta voglia di applicarsi e faticare. E già con qualche punto Atp, nonostante una attività prevalentemente mirata al circuito juniores. Si aveva l’impressione che finalmente il vento potesse cambiare, che anche l’Italia potesse iniziare a produrre con continuità un certo numero di buoni giocatori, grazie all’ottimo lavoro svolto da Renzo Furlan, da Riccardo Piatti e dai maestri dei ragazzi.
Ci si accingeva, con un certo ottimismo, a seguirne la prima stagione nel circuito professionistico, quando ecco che iniziano a verificarsi colpi di scena in serie: dapprima Riccardo Piatti lascia a sorpresa la FIT; poi viene licenziato in tronco il tecnico federale Christian Brandi (cui erano affidati Lopez e Trevisan, mentre Fabbiano, che aveva seguito una programmazione più indipendente, lasciava il suo storico maestro Pierri); pochi giorni dopo, la Federazione assumeva il tecnico argentino Infantino, con il dichiarato intento di affidargli Trevisan e Fabbiano. Lopez infatti, sentendosi trascurato da Brandi, se ne era andato in Sudamerica, deciso a fare di testa sua. Ma le sorprese non erano finite: Fabbiano declinava l’offerta della FIT e si accasava al Parioli, sotto l’ala protettrice di Vittorio Magnelli, accordandosi per giunta proprio con il “reprobo” Brandi, mentre Lopez, convinto da Infantino, finiva per tornare a Tirrenia.
Insomma, una gran confusione, che non è certo stata un buon viatico per affrontare il difficile inserimento nel tennis professionistico.
Fabbiano
Ad oggi, il giocatore che ha ottenuto i migliori risultati è il piccolo ma determinato pugliese Fabbiano, che è stato capace di superare le qualificazioni al Foro Italico (dove ha battuto buoni giocatori come Hanescu e Pashanski e ha lottato alla pari con Mahut) e di vincere tre tornei Future, portandosi così intorno alla 370° posizione del ranking. Tommy paga per ora un certo gap di potenza e la statura non elevata (circa 1,70) “Tutti mi dicono da sempre che sono piccolo, ma cosa ci posso fare? Mi diano un po’ della loro statura, se ne hanno in più” Risponde, piccato, il pugliese, che ha trovato un ottimo feeling con il proprio tecnico Brandi: “Mi sa dire sempre la cosa giusta al momento giusto, specie quando sono troppo pessimista. Sono molto contento della sua guida tecnica, assieme lavoriamo benissimo”. L’obiettivo stagionale di Tommy era un po’ più ambizioso: arrivare intorno alla 250° posizione del ranking, in modo da poter partecipare alle qualificazioni del prossimo Australian Open. La stagione non è ancora finita, ma sarà molto dura scalare 120 posti in un mese. Sono mancati soprattutto i risultati a livello challenger, dove, in particolare sulla terra, il pugliese fa ancora parecchia fatica, soprattutto a causa di un potenziamento muscolare ancora incompleto, (che ne rende la palla troppo leggera) e di un servizio ancora insufficiente. Il ragazzo ne è consapevole, e ci sta lavorando sopra, ma per acquisire massa senza pregiudicare le sue notevoli doti di rapidità e reattività occorre del tempo. Tuttavia, la sua determinazione e serietà, (“il mio modello è David Ferrer: ammiro quanto è riuscito ad ottenere da se stesso con l’applicazione e la volontà”) la completezza del bagaglio tecnico (Tommy sa fare bene un po’ di tutto) e la buona adattabilità a tutte le superfici fanno ben sperare per il futuro.
Lopez
L’italo-paraguagio Daniel Lopez fino ad un paio di anni fa sembrava il più promettente dei tre. All’Australian Open junior, nel gennaio 2007, giocò un magnifico match contro il francese Eysserich, un talento annunciato, mettendo in mostra un ottimo servizio e un diritto molto pesante. Poi, l’ascesa tumultuosa di Trevisan, un rapporto forse incrinato con l’allora tecnico federale Brandi, la comprensibile voglia di stare più vicino alla famiglia, lo portarono ad una piccola “fuga” in Sudamerica, dove ha giocato dallo scorso novembre fino a gennaio, senza risultati apprezzabili. L’arrivo di Infantino lo ha convinto a tornare a Tirrenia: “Mi hanno richiamato dalla FIT dicendo che il nuovo allenatore era Infantino. Lo conoscevo bene, sapevo che era bravissimo”. E così Daniel ha iniziato a giocare nei Futures italiani, ma ha inanellato una sconfitta dietro l’altra, secondo alcuni anche a causa della preparazione invernale inadeguata svolta in Sudamerica. Tra l’altro, visto il suo precario stato di forma, non gli è stata data la wild card per le qualificazioni al Foro Italico. “Penso che la prima parte dell'anno è stata molta dura per me. Ho lavorato tanto ma non sono riuscito avere risultati. Però con Infantino ho continuato a impegnarmi e piano piano ho trovato il mio tennis.” Curioso notare, peraltro, che le cose sono migliorate quando Daniel, d’accordo con Infantino, ha preferito scegliere il circuito minore sudamericano: “Abbiamo pensato che era meglio non giocare sempre in Italia. abbiamo cambiato tornei, decidendo per il Sudamerica. Lì ho avuto buoni risultati”. L’azzurro ha finalmente vinto qualche partita, ha raggiunto due finali nei tornei future ed è entrato fra i primi 600 del mondo, con un progresso da inizio anno di circa 230 posizioni. Un risultato non esaltante, anche se più cospicui sembrano essere i passi avanti sul piano del gioco. “Con Infantino abbiano lavorato moltissimo sull’impostazione di una tattica più aggressiva. Sento che sono molto migliorato, e qualche giorno fa a casa mia, al challenger di Asuncion ho giocato con Cuevas (130 del mondo) e pur perdendo in due set ho avuto la palla del 5 a 1 nel secondo”. Nel frattempo, c’è ancora incertezza sulla sua gestione futura e non si sa se il ragazzo potrà contare anche il prossimo anno sul supporto della FIT: “proprio non ho idea di quello che accadrà l'anno prossimo. Non so cosa pensa di fare la Federazione, non li sento da un po'”. Vedremo cosa riuscirà a fare questo ragazzo, che ha sicuramente perso tempo e compiuto scelte discutibili, ma che può ancora diventare un buon giocatore, almeno sulla terra rossa, mentre la sua adattabilità al veloce sembra essere minore.
Trevisan
Matteo alla fine della scorsa stagione pareva destinato ad un rapido inserimento nel circuito pro. Colpi molto potenti, compatti, un ottimo fisico, un notevole servizio, una grande determinazione agonistica, adattabilità a tutte le superfici, ampi margini di miglioramento a livello tattico e in alcuni dettagli tecnici, che lui stesso riconosce: “Ho un back di rovescio insufficiente. Devo iniziare a variare di più il gioco e per farlo ho bisogno di un buon back di rovescio, altrimenti sarò troppo prevedibile.” Una autoanalisi molto lucida. Insomma, sembrava il materiale ideale da affidare ad un grande tecnico quale Infantino per costruire un giocatore di ottimo livello.
Purtroppo, prima una perniciosa forma di mononucleosi, poi tutta una serie di altri infortuni più lievi, ma fastidiosi, ha bloccato Matteo, condizionandone tutta la stagione: “E’ stato un anno totalmente negativo, un anno difficile. Dopo la mononucleosi ho avuto altri piccoli fastidi”. Tirando le somme Matteo ha potuto mostrare il suo potenziale (che è davvero notevole) solo a tratti. Ha giocato un grande match al Foro contro Bjorkman, perso sul filo di lana; e alcune ottime partite a livello challenger, dove, pur perdendo, ha fatto match pari con tennisti molto più avanti a lui in classifica. Classifica che però purtroppo piange, ed è rimasta sostanzialmente ferma intorno alla 900° posizione, un rank che in nessun modo ne riflette il valore.
Tuttavia, è lecito affermare che non si è trattato solo di sfortuna, e che la complessiva gestione del ragazzo si presta a qualche critica, come ammette, con la consueta onestà, lo stesso Matteo: “Probabilmente ho commesso degli errori. Sono rientrato troppo presto dopo la mononucleosi, non recuperando mai davvero bene la forma. Da ultimo, ho avuto una lesione di secondo grado al retto femorale sinistro che mi tiene fermo dal torneo di Todi (dove ha colto l’unico acuto stagionale, battendo un buon giocatore come il francese Sidorenko). Mi ero già fatto male due settimane prima al future di Piombino, ma non mi ero curato bene e già con Sidorenko mi dava noia. La partita dopo (con Ramirez Hidalgo) sentivo male e alla fine in uno scatto ho sentito tirare”.
Forse una maggiore prudenza sarebbe stata consigliabile.
In più, le scelte di programmazione, già rese complicate dagli infortuni, non sono parse convincenti: non si è avuta l’idea che dietro ci fosse una strategia di crescita coerente e graduale. Qua e là, fra un infortunio e l’altro, Matteo ha provato qualche future, ma più spesso ha preso parte a tornei di livello più alto (i challenger) grazie alle wild card federali. Quasi nessun match di qualificazione disputato. E’ probabile che in Fit si mirasse a fargli recuperare rapidamente posizioni, sperando in qualche suo exploit, considerando che il livello di gioco del ragazzo è già obiettivamente alto. Purtroppo, quasi tutte quelle partite, come detto, sono state perse sul filo di lana, e il risultato è stato che Matteo ha giocato pochissimi match e non è mai riuscito a prendere il ritmo di gara e ad acquistare la necessaria fiducia, che dopo tante sconfitte finisce ai minimi termini.
Probabilmente, una più intensa frequentazione del circuito future, e qualche qualificazione in più, sarebbe stata una scelta più saggia. Ora è in programma una tournèè in Sudamerica: “Se starò bene andrò a giocare Futures in Argentina nelle prossime settimane. ma non ho più toccato la racchetta dal match con Ramirez Hidalgo”, prima di dedicarsi alla fondamentale preparazione invernale e ripartire per il nuovo anno. “Con Infantino le cose vanno benissimo: lui è un grande allenatore, che deve insegnarmi ancora tanto. Non so se l'anno prossimo seguirà solo me o anche i più giovani. Ma sicuramente seguirà in prevalenza me.”
Su Matteo Trevisan in prospettiva, infortuni permettendo, si può puntare ad occhi chiusi.
Conclusioni
I risultati dei tre ragazzi sono stati certamente inferiori alle aspettative. Tra l’altro, alla loro età (19 anni) Seppi, Bolelli e Fognini erano parecchio più avanti in classifica. Per non parlare dei loro pari età stranieri, Kei Nishikori su tutti, con i quali il paragone è davvero impietoso.
C’è stata sicuramente molta sfortuna (Trevisan) forse una certa sopravvalutazione delle effettive potenzialità (Lopez) nonché la necessità di completare la piena maturazione fisica (Fabbiano).
Tuttavia, va anche detto che la gestione complessiva dei tre ragazzi non è stata ottimale. Prima la gran confusione scaturita dal divorzio Piatti-FIT, che ha fatto perdere tempo prezioso e generato incertezza sia nell’organigramma federale, sia nelle scelte tecniche dei ragazzi; poi la difficile gestione di Lopez; infine, alcune scelte discutibili nella programmazione e sui tempi di recupero di Matteo Trevisan.
Insomma, si poteva fare di meglio. Thomas, Matteo e Daniel, comunque, sono tutti e tre molto seri, determinati, grandi lavoratori: e sono ancora molto giovani. Aspettiamoli con fiducia.
Roberto Commentucci e Alessandro Nizegorodcew