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Coppa Davis

Davis: le otto pietre miliari

La competizione inizia nel 1900. Abbiamo sintetizzato la storia della manifestazione individuando otto pietre miliari, otto storie significative. Da Lacoste a Quist, da Panatta a McEnroe a Ferrero. Mastroluca

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Una storia lunga oltre un secolo. Una storia fatta di giganti e di eroi, di vittorie e di sconfitte. Il trofeo, voluto da uno studente di Harvard, Dwight Davis, nel 1899 è diventato tra i più celebri al mondo. Il percorso della Coppa Davis inizia al Longwood Cricket Club di Boston, nel 1900, quando gli Usa battono 3-0 le Isole Britanniche. Un secolo e oltre che abbiamo voluto sintetizzare in otto tempi, in otto pietre miliari.

I quattro moschettieri - È il 1927 e a Philadelphia sbarcano i “Quattro Moschettieri”: Jean Borotra, Jacques Brugnon, Henri Cochet e Rene Lacoste, detto “Il Coccodrillo” per la sua capacità di lottare. Quell'anno Lacoste aveva sconfitto Bill Tilden, l'eroe americano, nella finale degli Us Open, in tre set. Un capolavoro di pervicacia e sostanza. Attaccante dal fondo più per necessità che per scelta, Lacoste si ripete nella finale di Davis portando il punteggio della finale sul 2-2 prima della vittoria di Cochet su Bill Johnston. In un articolo, dal titolo “Quest for the Cup” (“All'inseguimento della coppa”), Lacost scrisse: “Vittoria! Una parola così semplice eppure così significativa. La fine di uno sforzo iniziato nel 1922: così tanti match giocati in ogni nazione, infinite miglia di viaggi, l'Oceano attraversato sette volte, mesi e mesi trascorsi sognando di vivere questo giorno. E alla fine è arrivato”. I giorni così continueranno fino al 1932, quando i moschettieri vennero sconfitti dalla Gran Bretagna, guidata da Fred Perry.

Una rimonta storica – Mentre in Europa la Germania invadeva la Polonia, negli Usa si faceva la storia su un campo da tennis. Adrian Quist e John Bromwich completarono un'impresa rimasta finora unica nella storia della competizione. A Philadelphia i due perdono i singolari d'esordio, ma vincono in doppio contro jack Kramer e Joe Hunt in quattro set, nonostante perdano il primo e si ritrovino sotto 1-3 nel terzo. Hunt serve sul 3-2 30-15 quando inizia la rivoluzione. Poi Hunt, giocatore a tutto campo dotato di un fantastico gioco di volo, dissipa un vantaggio di due set nel quarto singolare contro il campione di Wimbledon Bobby Riggs. Al quinto Riggs, sotto 2-5, salva un match point e va 4-5 ma si arrende 61 64 36 36 64. Il trionfo si completa con Bromwich che trionfa nel braccio di ferro da fondo contro Frank parker. Mai più una squadra riuscirà a vincere una finale partendo da uno svantaggio di 0-2.

La coppa “degli spiriti” - A quattordici anni dalla figuraccia mondiale nel calcio (eliminazione ad opera del Cile, con arbitraggio “casalingo” dell'inglese Aston che espelle due azzurri, e permette tutto ai cileni, e si scuserà nel 1998), l'Italia torna a Santiago del Cile. È una delle edizioni più discusse del trofeo, dato che in Cile si è da poco instaurata la dittatura di Pinochet, a seguito del colpo di Stato che ha portato al suicidio Salvador Allende (e il titolo fa riferimento al romanzo di isabel Allende che racconta quel periodo). L'Urss rifiuta di andare in Cile per le semifinali, l'Italia accetta di giocare la finale. Non c'è Pietrangeli, stakanovista della Davis: 164 incontri disputati, 120 vinti, nessuno come lui. Ma ci sono Panatta e Barazzutti, Zugarelli e Bertolucci. I cileni sono avversari modesti, l'Italia va subito 3-0 e alza la prima e unica insalatiera della sua storia.

1984 – “Il bianco vince sempre” scriveva George Orwell nel suo 1984. Se Barack Obama si è incaricato di smentirlo, il 1984 (quello reale) tennistico ha portato delusioni agli Usa e ad Arthur Ashe, capitano non giocatore della squadra a stelle e strisce che si arrende allo Scandinavium di Goteborg, nell'impianto più maledetto dagli americani. Non è bastato avere in squadra John McEnroe, reduce dall'anno dei record. Aveva perso solo due partite prima della finale, da Lendl in finale al Roland Garros e dall'indiano Amritraji. A Goteborg perderà la terza, nel secondo singolare, contro Henrik Sundstrom, dando via libera alla vittoria scandinava.

3+1=30 – Non siamo impazziti. L'equazione ci serve a raccontare la finale del 1992 tra Usa e Svizzera. Tre campioni della classe '70-'71, Agassi, Sampras e Courier in squadra con “nonno” McEnroe, che giocherà solo il doppio, ma lo ricorda come “il miglior momento della mia carriera in Davis”. Il primo giorno Marc Rosset costringe Courier al quinto; vince il primo, va due volte a due punti dal secondo, ma chiude solo 6-4 al quinto dopo quattro ore di battaglia. Ma McEnroe e Sampras in doppio fanno girare la finale dalla parte Usa, conquistando la trentesima insalatiera della storia per gli statunitensi.

Fil rouge – Nel 1996, a Malmo, si sfidano in finale Svezia e Francia. Fino al sabato sembra una finale in tono minore. Edberg si infortuna alla caviglia destra e cede il singolare d'apertura, ma la Svezia si salva con Enqvist che in tre set doma Boetsch. La Francia però vince il doppio. Domenica 1 dicembre la battaglia si fa infinita. Pioline sciupa un vantaggio di due set contro Enqvist e finisce per cedere 9-7 al quinto. Boetsch, nell'ultimo singolare contro Kulti, si ritrova sotto per 2 set a 1. Sul 6-7 0-40 al quinto deve annullare tre match point ma vince 10-8 dopo 4 ore e 47 minuti. È la prima volta che una finale di Davis si decide al quinto set del quinto singolare.

Con la Spagna fanno 10 – Cent'anni per dieci vincitori. La Spagna è il decimo nome nell'albo d'oro in un secolo esatto di storia. Contro l'Australia, in casa, si mette male all'inizio per gli iberici. Hewitt conquista una delle più belle vittorie in carriera, rimontando da sotto due set a uno contro Albert Costa. Quando serve per il match si ritrova 0-40, ma riesce comunque a strappare la vittoria. Il dolore, invece, frena Pat Rafter contro Juan Carlos Ferrero. Sul 3-1 al quarto per lo spagnolo, l'Aussie si ritira con crampi alle gambe e alle braccia. Un'Australia dimezzata cede il doppio. E in singolare Ferrero completa l'opera e con un passante lungolinea di rovescio, che gli appassionati non dimenticheranno, porta la Spagna dritta nella storia. Tre anni dopo, però, l'Australia si vendicherà vincendo 3-1 con un Philippoussis eroico proprio contro Ferrero.

Harakiri francese – Francia, Parigi-Bercy, 1 dicembre 2002. Il tennis sta per vivere una delle pagine più incredibili della sua storia. Quello tra i due giovanissimi Paul Henry Mathieu e Mikhail Youzhny, entrambi ventenni, è forse il più improbabile dei singolari decisivi di Coppa Davis. Sulle loro giovani spalle pesa la responsabilità del punto decisivo, del quinto incontro. Nessuno dei due ha ancora vinto un match di Davis che contasse per il risultato. Mathieu chiude i primi due set nel volgere di un istante, e la Francia pregusta il trionfo. Ma quando il volo di PHM sembrava finito, Youzhny inizia a giocare, a martellare col diritto e il suo rovescio a una mano. La caduta di Mathieu è fragorosa, nonostante arrivi a due punti dal match sul 4-5 40 pari nel quarto. Youzhny vince 6-4 al quinto. Safin esulta: “Nessuno si aspettava che potesse vincere. Ma penso che abbia sorpreso anche se stesso. Ha dimostrato di essere un vero uomo, un vero russo”.
 

Alessandro Mastroluca

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