Josè Acasuso si è trovato catapultato nel match più difficile della sua carriera. Limiti fisici e psicologici hanno condizionato la sua prestazione, voi cosa ne pensate?
Piero Pardini
Nello sport, come nella vita, i giochi possono ribaltarsi da un momento all’altro. Può capitare, ad esempio, che un tennista venga convocato per giocare il doppio nella finale di Coppa Davis, e già questa sarebbe una grande responsabilità. La finale, infatti, si gioca in casa e di fronte ad un avversario ostico. Nello stesso tempo, e proprio per le stesse motivazioni citate, è un onore ed un’occasione da non perdere se si pensa che l’ostica Spagna gioca senza il suo numero uno.
A questo deve aver pensato José Acasuso nel momento in cui Mancini ha confermato il suo ingresso in squadra. A questo e a molto altro avrà pensato quando, dall’oggi al domani, a seguito dell’infortunio di Del Potro, il numero 48 del mondo si è trovato non più doppista ma singolarista nella partita più importante della sua vita, quella che, se vinta, avrebbe dato un’altra chance all’Argentina per andare alla conquista della Davis.
Un incontro sulla carta possibile da vincere. In fondo, sia l’argentino che lo spagnolo hanno giocato più o meno allo stesso livello; molti gli errori e tanta la tensione. Ha vinto, probabilmente, chi ha consumato meno benzina e chi è più abituato ad affrontare incontri importanti.
Ad Acasuso, va dato merito di avercela messa tutta; ha fatto ciò che era nelle sue possibilità. Ne sarà cosciente Mancini e speriamo anche gli addetti ai lavori argentini. Addossare il peso di una responsabilità così grande ad un “outsider” sarebbe davvero troppo semplice.
L’argentino si “consolerà” potendo dire: “Io ero lì”. E non poca cosa per un giocatore su cui le cronache, fino a ieri, scrivevano poco o nulla.
Sui protagonisti di questa finale di Davis è stato scritto molto, dappertutto. Poco invece sul giocatore argentino di cui riportiamo alcuni cenni biografici e tennistici.
Nato a Posadas nel 1982, Acasuso si dedica sin da bambino al tennis ma anche alla pallacanestro, sport che abbandona a 15 anni per il tennis.
Dopo aver ottenuto un’offerta da parte della Federazione Monegasca per stabilirsi a Monaco per allenarsi lì, Acauso parte alla volta dell’Europa salvo poi rientrare in Patria dopo appena due settimane, perché incapace di adattarsi al nuovo stile di vita.
Si stabilisce a Buenos Aires dove, sotto la guida di Alejandro Cerúndulo inizia a giocare nel circuito professionistico.
Il suo primo torneo ATP è datato 2001, anno in cui partecipa per la prima volta anche al Roland Garros. Il suo miglior ranking (20 ATP) risale al 2006.
Ad oggi, sono tre i titoli vinti nel singolare e cinque nel doppio. La sua migliore prestazione in un Grande Slam risale al 2005, quando arriva al quarto turno dopo aver battuto Roddick. Nello stesso anno raggiunge i quarti di finale nel MS di Cincinnati.
Tra tutti, però, sarà di certo la stagione tennistica 2008, a rimanere indelebile nella sua memoria di tennista e di uomo.
Piero Pardini
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