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Niente Canas?
Niente Davis!

Un ultimo sguardo alla finale. Schierando Guillermo Canas, l’Argentina avrebbe raddrizzato il weekend di Mar Del Plata? Scelte banali e mancanza di coraggio hanno punito una squadra mozzata da beghe interne. Riccardo Bisti

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Guillermo è uno dei nomi più comuni d’Argentina. Chiamarsi così, da quelle parti, è assimilabile ai nostri Giuseppe, Antonio e Giovanni (i tre nomi più diffusi, fonte www.paginebianche.it). La finale di Coppa Davis, inoltre, si è giocata nella città del Guillermo per eccellenza. Essì, Guillermo Vilas, il “Gran Willy” è un marplatense doc. Da bambino, tirò i primi rovescioni arrotati presso il Club Nautico di Mar Del Plata, non troppo distante dal porto, riserva di gente umile e leoni marini. Niente a che vedere con il luccicante lungomare che si vede nelle cartoline. Laggiù, al Club Nautico, Felipe Locicero ha plasmato il “Più grande tennista argentino di tutti tempi”. Detta così, può sembrare la classica frase giornalistica. Invece gli argentini la prendono tremendamente sul serio: ogni volta che si parla di Vilas bisogna citare la filastrocca, come se fosse un obbligo, una desinenza del suo nome, un’etichetta da apporre sul biglietto da visita. “Piacere, sono Guillermo Vilas, il più grande tennista argentino di tutti i tempi”. Abbiamo un pensiero: Nalbandian e Del Potro potranno vincere quanto vorranno, collezionare Slam, salire in cima al ranking…ma nessuno, in Argentina, sarà mai considerato più grande di Vilas. Girando per Mar Del Plata nei giorni della finale, percepivi la venerazione per il “Gran Willy” ad ogni angolo. C’era chi lo ringraziava sui muri, i giornali gli dedicavano servizi ed interviste, e alcuni negozi (mica di tennis!) esponevano suoi poster e gigantografie.

SENZA UNA VERA ALTERNATIVA
Eppure Alberto Mancini, “dimissionato” capitano albiceleste, ha voluto giocare nella terra di Vilas senza neanche un Guillermo in squadra. La spariamo grossa, ma è il nostro pensiero: l’Argentina ha perso la Coppa Davis nel momento in cui è stato tenuto fuori Guillermo Canas. Giurano che, dopo la semifinale contro la Russia, il rapporto tra Nalbandian e “Willy” si sia inceppato al punto che quest’ultimo avrebbe dichiarato: “Nelle ultime settimane sono successe cose strane, incomprensibili, che mi hanno tenuto lontano dalla finale di Coppa Davis”. Dietro queste manovre, ovviamente, ci sarebbe stato Nalbandian. E allora fuori il “Todoterreno” di Tapiales, dentro Josè Acasuso, il “Pecho Frio”, colui che aveva perso il match decisivo a Mosca 2006. Mancini, capitano poco coraggioso, aveva un alibi di ferro: “Nalbandian e Del Potro non si toccano, Calleri è un buon doppista, e Acasuso è quello messo meglio in classifica”. Come se in Davis le classifiche contassero qualcosa. Puntando tutto su Del Potro e Nalbandian, “Luli” ha relegato Calleri e Acasuso agli allenamenti per il doppio, sapendo perfettamente che, se possibile, avrebbe schierato Nalbandian anche al sabato. Da una parte i singolaristi, dall’altra i doppisti. Viene in mente una frase di Adriano Panatta, uno dei migliori capitani degli ultimi 25 anni. Gli chiesero perché non convocasse Brandi e Mordegan, coppia che a metà anni 90 furoreggiava nei tornei ATP. “Chiamo solo Brandi perché per me è più forte”, disse l’Adriano nazionale “Non posso convocarli entrambi. Se Gaudenzi o Furlan si prendono il raffreddore chi gioca in singolare? Io?” E allora venne convocato il buon Pescosolido, ottima alternativa in singolo e improvvisato doppista con Brandi. Mancini ha ignorato la questione del terzo singolarista, sperando che filasse tutto liscio nei singolari.

PAPOCCHIO ARGENTINO
Il povero Willy ha preso atto dell’esclusione, ed è andato a farsi battere al primo turno ai tornei challenger di Guayaquil (dove è pure crollata una tribuna mentre giocava) e Dnepropetrovsk. Non l’hanno chiamato neanche a fare da sparring partner, preferendogli Schwank, Arnold e Puerta. Qualcuno potrebbe obiettare: “Il Canas del 2008 era osceno”. Vero, scattato da top-20 ha chiuso al numero 77. La sua palla, semplicemente, non cammina più. Ma quando Del Potro si è stirato l’adduttore si è capito che questa Coppa Davis sarebbe volata a Barcellona. L’unica alternativa era Josè Acasuso. Acasuso il perdente, uno il cui soprannome dice tutto: “Chucho”, Asinello. Eppure, giocando una partita da seconda categoria, ha rischiato di vincere. E avrebbe vinto, se non gli fosse finita la benzina e non si fosse arreso mentalmente. Niente ci toglie dalla testa che se ci fosse stato Canas le cose sarebbero andate diversamente. E’ vero, il Canas del 2008 era osceno. Ma viene in mente ancora Panatta: per caso il Camporese del 1997 era messo meglio? No, era numero 156 ATP. Non vinceva da quattro anni, e non avrebbe più vinto dopo. Adriano lo prese da parte, lo motivò, lo tirò a lucido e Omar cacciò da Pesaro la strafavorita Spagna di Moya e Costa. Mancini avrebbe potuto fare altrettanto con Canas. Lui si che sarebbe stato pronto a giocare contro Verdasco, anche se a Vienna ci aveva fatto tre giochi.
Diciamo di più: contro quel Verdasco avrebbe vinto. Perché in Davis ci vuole altro. Bisogna essere temprati alla lotta, alla battaglia vera. Bisogna esserlo nella testa, nel cuore. Willy lo è, lo ha dimostrato più volte. Acasuso no. Verdasco (i nove doppi falli e alcuni erroracci lo dimostrano) nemmeno.
Avrebbe potuto essere una favola: Canas che si traveste da eroe, Nalbandian che batte Lopez e l’Argentina in delirio. L’Argentina vittoriosa nella città del Gran Willy grazie a un altro Willy. Invece non è successo, per stupide beghe interne e per un capitano che non ha saputo assumersi le proprie responsabilità. Al contrario di Emilio Sanchez. Uno che da ragazzino ascoltava i consigli di Vilas come se fosse un oracolo.

Riccardo Bisti

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