Somdev Devvarman, finalista a Chennai, e bicampione universitario negli Usa. Questa la sua storia, sospesa tra tennis e studio. Mastroluca
“Un ragazzo coscienzioso, con una precisa etica del lavoro. E soprattutto con una squadra di tecnici preparati che lavora con lui. È il giocatore ideale per portare sulle sue spalle il mantello del nostro tennis”. Così Leander Paes, autentico monumento nazionale dello sport indiano, benedice Somdev Devvarman, rivelazione del torneo di Chennai.
Chi pensasse che questo ragazzo di 24 anni, capace l’anno scorso di passare dalla posizione 1033 al numero 204 del ranking mondiale nel 2008, sia solo un carneade, un uomo venuto da molto lontano e destinato a scomparire presto, probabilmente si sbaglia.
A scoprire il suo talento, e a valutarne le potenzialità, è Brian Boland, capo allenatore della squadra di tennis dell’Università della Virginia dal 2001. Era arrivato ai Cavaliers quando la squadra era fuori dalle prime 75 nell’ITA, la classifica delle squadre universitarie e l’ha portata a diventare la migliore di tutte. Scopre Devvarman in un torneo giovanile in Florida, e va fino a Chennai per convincerlo a lasciare l’India, e procrastinare il suo ingresso nel professionismo, per spostarsi a Charlottesville.
“Sono stati quattro anni fantastici” dirà della sua permanenza in Virginia. “Non rimpiango nulla di quello che ho fatto”.
Nel campus Somdev diventa estremamente popolare, suona la chitarra in un locale della città affollato da studenti; il suo gruppo esegue cover della Dave Matthews Band, un complesso rock di Charlottesville che ha venduto oltre 30 milioni di dischi, famoso perché permette ai fans di realizzare registrazioni e bootleg dei propri concerti, che spesso includono anche abbinamenti con video e spettacolari scenografie.
Al suo secondo anno, da sophomore, Devvarman perde la finale del campionato NCAA nel 2006. Da qui inizia una parabola spettacolare, che lo porterà a diventare il quarto giocatore nell’ultimo mezzo secolo a vincere il titolo universitario per due volte di fila. Nel 2007 sconfigge il compagno di università John Isner e si ripete l’anno scorso contro JP Smith del Tennessee.
Devvarman, che con Treat Huey compone la coppia di doppio più temuta a livello universitario in America, batte ogni record. 44 vittorie e una sola sconfitta nel 2008, 88-6 il bilancio negli ultimi due anni e una striscia di 36 successi consecutivi prima di passare pro.
E togliersi una piccola soddisfazione. Battere 6-3 6-1 in uno dei primi match da professionista quel Travis Helgeson che, studente della Georgia, gli aveva inflitto l’unica sconfitta della stagione 2007-08.
Prima dell’exploit di Chennai, si era fatto già notare al challenger di Lexington, vinto superando Bobby Reynolds, Xavier Malisse e Robert Kendrick, che nel 2006 aveva sorpreso molti costringendo Nadal sotto due set a zero a Wimbledon; e soprattutto con i quarti raggiunti al torneo ATP di Washington partendo dalle qualificazioni.
Non sembra aver risentito troppo del passaggio a professionista. “A parte un calendario più fitto”, dice, “non è poi così diverso”.
Ora per Devvarman, già componente stabile della squadra di Davis, il prossimo traguardo è un titolo ATP. È dal 1997 che un campione universitario non riesce nell’impresa: l’ultimo nome nella lista è quello dell’armeno Sargis Sargsian, vincitore a Newport.
Un buco di quasi dodici anni che spiega come la scelta di ritardare l’ingresso nei pro oggi sia decisamente meno popolare di un tempo, e lo dimostra il netto abbassamento dell’età media dei top 10. Basti pensare che in passato, calibri come Michael Pernfors o John McEnroe (l'ultimo a vincere il titolo NCAA senza perdere mai in stagione) passavano per i campionati universitari.
Il binomio tennis e studio non è più di moda.
Alessandro Mastroluca
“ Forse ho bisogno di stare di piu’ in campo. Ho giocato due incontri ad Abu Dhabi e tre qua. Non sono pochi, ma me ne servono di piu’. Adesso mi fermo, mi allenero’ qua e volero’ in Australia domenica. Questa sconfitta non mi preoccupa piu’ di tanto. Sto giocando bene, necessito solo di piu’ partite”
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