Rassegna Stampa del 30 giugno 2009

La Schiavone ai quarti, vince il tennis fai da te (Clerici) - Schiavone, l’impresa più bella (Martucci) - La donna dei record (Semeraro) - Francesca entra nel club (Azzolini) - “Un risultato speciale, vale molto di più di quelli del passato” (Marcotti)

Rubrica a cura di Elisa Piva

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La Schiavone ai quarti, vince il tennis fai da te

Gianni Clerici, la Repubblica del 30.06.09

Una cattiva e una buona notizia. L'influenza suina ha invaso Wimbledon, e nonostante un mio amico in visita, il dottor Paulesu, ritenga che abbia accumulato nel corso degli anni gli specifici anticorpi, conservo qualche timore. Francesca Schiavone ha battuto Virginie Razzano, e ha avuto alfine accesso al quinto turno, così come le era già riuscito, negli Open degli Stati Uniti e al Roland Garros.
Francesca riesce così a trascinare le fortune del suo paese quantomeno sino a oggi, giorno in cui anche i più ottimisti tra i patrioti non la ritengono favorita nei riguardi di Elena Dementieva, la più chic e la più intelligente — saranno sinonimi? — tra le russe.
Ma parlar del futuro non mi pare corretto, se non dopo aver dato conto della sua vittoria contro una francese di ascendenza italiana, Virginie Razzano. Virginie è giusto una discendente di quei poveri emigrati che, invece del passaporto rosso dei naviganti, traversavano le alpi per radunarsi nella banlieue di Parigi, e svolgervi i mestieri spregiati dai francesi veri. Quel grande scrittore ultraottantenne di Francois Cavanna li ha battezzati Les Ritals, un'etnia capace di grande artigianato, e di quotidiana sofferenza. Qualcuno tra loro si ribellò anche alla condizione di servitù, tentando magari la via del pugilato, come lo zio di Virginie, Robert, che raggiunse la corona europea dei superwelter.
Ed ecco che le nipotine, tanto franciose da non spiccicare una parola d'italiano, si permettono non solo di scegliere una racchetta quale regalo per la cresima, ma di jouer au tennis.
Arriva così a Wimbledon Virginie, e va a sbattere contro una donnina italiana che pare un po' un maschietto, pur senza appartenere al ben noto Amazon Club delle King e Navratilova varie. Un maschietto di sicuro talento, che ha sfiorato i quartieri alti pur senza del tutto accedervi, a causa di incertezze umane forse più significative di peso staturapotenza. Una ragazza, la Schiavone, in perpetuo dissidio immaginario con quelli che definisce "voi giornalisti", il vecchio gruppo di scribi italici, che conoscono il tennis non meno dei colleghi Usa, e certo meglio degli inglesi. Giunta sino agli ottavi, la Schiavone, dopo aver eliminato all'avvio una eccellente testa di serie, la Wozniak, e, presone il posto, sottomesse via via la futura star De Brito, miss Grantolo, e la finalista dell'altranno Bartolì.
Inizia a questo punto, di fronte al microfono del vecchio scriba, una vicenda nella quale Razzano colpisce con maggior vigore, e Schiavone con maggior talento. Vicenda che subisce una crepa nel quinto game del primo, quando Virginie vacilla di fronte a cinque palle break per cadere in
doppio errore alla sesta. E', questo strappo, certo più importante di un altro, successivo, che consente all'italiana di chiudere netto l'avvio.
Ma è qui che inizia il difficile. Più alta, più forte fisicamente, Virginie inizia a colpire diritti che fin lì veleggiavano verso i teloni, e ora trovano il campo. Per sottrarsi a quella grandine, Francesca deve variare parabola e rotazioni, inventare continuamente, e simile scelta obbligata non sempre si accompagna all'apnea di affannosi sprint difensivi. Sul quattro a cinque giungerà il momento chiave, un doppio errore che porterà Virginie a due punti da un terzo set davvero poco auspicabile. Uscita fuor dal pelago con un diritto contropiede e una prima a 177, Francesca si affaccerà, dopo due games condivisi, al tiebreak. Un tiebreak condotto con un'intelligenza tattica che fa onore ad una tipa che ha scelto di emanciparsi dai coach per "pensare in proprio".
Una ragazza che merita certo l'ammirata attenzione dello scriba, e lo costringe a rimandare gli aficionados ai soli risultati degli altri quindici match della giornata. Sorry.


Schiavone, l’impresa più bella

Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport del 30.06.09

In ginocchio da te, meraviglioso tennis, passione di una vita. Sull'erba più famosa dello sport, con l'indice della mano sinistra e il braccio destro ancora stretto alla racchetta, tesi verso il cielo, e il sorriso più felice che l'illumina tutta davanti al 6-2 7-6 del tabellone sul campo 18 di Wimbledon. Un campo importante per l'Italia: l'anno scorso Bolelli battè Gonzalez e nel 1998 Sanguinetti superò Clavet, raggiungendo i quarti. Stavolta Francesca Schiavone batte se stessa, le sue paure, il suo passato, il suo presente, prima ancora di Virginie Razzano, ed è promossa, oggi, per la prima volta ai quarti di Wimbledon. Quarta italiana di sempre, 6 anni dopo Silvia Farina, con nel
l'algida russa con la quale è 4-4 nei precedenti.
Mozart Francesca è particolare, estroversa, ironica. Arrivando ai Championships, dove non aveva mai superato 3 partite, non sente Ion Tiriac che dice: «Ma qui i campi sono più lenti del Roland Garros». Incontra Vittorio Selmi dell'Atp e gli dice: «Stamattina non ho ascoltato Mozart, mi canti qualcosa?». E «monsignore», sorridente, intona l'aria di Susanna, 4° atto delle Nozze di Figaro: «Dèh, vieni, non tardar o gioia bella...». La musica è vita, e Francesca è viva: «Oggi mi sono ascoltata, sono felice. Il dritto è costruito e fa male, il rovescio è melodico». Francesca racconta: «Nel primo set ho fatto un buon break del 3-2, spingevo bene, poi ho servito molto bene, ho fatto anche il 5-2, ma lottando, sentivo che eravamo 60 e 40». Si prende il 6-2 in 38 mi-
nuti, davanti al clan Dementieva: mamma Vera, che prende appunti, e l'ex prò Andrei Cherkasov, coach da 3 settimane.
Brivido Sul 2-3 0-40 del secondo set, l'umidità di Londra diventa nuvole sempre più nere, ma il vero tornado da fronteggiare è in campo. Francesca lascia l'acceleratore, la Razzano le ruba l'iniziativa: «Ho avuto un calo, e ho fatto un grande sforzo per restare concentrata». Francesca non è più brillante, ma stringe i denti e tiene, trova 4 prime, esce dalla buca, sospira: «Lo sforzo ha pagato nel tie-break, quando ho
giocato molto bene, ho servito, sono stata aggressiva come dovevo, e ho fatto io i punti». Francesca dimostra la freddezza dei grandi, domina 7-1. Francesca è generosa: va a rete e abbraccia l'avversaria: «So cosa provava, quanti sacrifici e sogni ci sono dietro. E' una brava ragazza, le ho detto: "Avrai un'altra possibilità"».
Superwoman Francesca è cambiata: «Mi facevo chiamare Leonessa, e mi piace ancora, se volete continuate a farlo, ma c'è stata un'evoluzione, mi sento in un'altra maniera, non più quella di 7 anni fa. Chiamatemi superwoman». Francesca è già alla Dementieva: «Sarà un gran match fisico, farà la differenza chi farà muovere l'altra e sarà aggressiva».


La donna dei record

Stefano Semeraro, La Stampa del 30.06.09

La donna dei record ama la musica. Mozart la mattina, per trovare il ritmo giusto al rovescio «che è melodico, mentre il dritto che serve a fare male, è più costruito». Rock duro la sera, per ricaricarsi. Ma ieri mattina l'ipod era rimasto sullo stop, bloccato dai pensieri, dalla tensione per una partita che valeva una nicchia nella storia, una statuetta nella galleria dello sport italiano. Steccare l'acuto, stavolta, sarebbe stato imperdonabile. «Però io sono una superstiziosa, così quando sono arrivata al Club ho incontrato Vittorio Selmi, che lavora all'Atp e conosce benissimo la lirica, e gli ho chiesto di cantarmi un'aria di Mozart». E madamina Schiavone è stata servita, con gusto e ingegno, come meritava: l'aria di Susanna dal quarto atto delle Nozze di Figaro. Quella che inizia con le parole «Vieni non tardar o gioia bella».
La gioia bella, bellissima, era una vittoria contro Virginie Razzano, francese, numero 23 del mondo, una gioia che vale i quarti a Wimbledon. E la gioia non ha tardato troppo. Un' ora e trentadue di gioco, 6-2 7-6 per Francesca, che così è diventata la prima italiana della storia capace di prendersi i quarti di finale in tre Slam differenti. Nel 2001 a Parigi, nel 2003 agli Us Open, ieri sull'erbetta più sacra. Come lei, nessuna mai.
Fra le «last eight», nel club delle ultime otto, qui erano già arrivate Lucia Valerio, ma nel Pleistocene del tennis (1933), poi Laura Golarsa nell'89 e Silvia Farina nel 2003. Tutte e tre battute da giocatrici che erano o sarebbero state delle number one: Dorothy Round, Chris Evert e Kim Clijsters. A Francesca oggi tocca Elena Dementieva, una delle bionde dell' Armata Russa, numero 4 del mondo, semifinalista qui l'anno scorso, finalista agli Us Open e al Roland Garros nel 2004. Francesca ci ha vinto 4 volte e perso altrettante, riuscisse a sparigliare il conto in suo favore meriterebbe una nicchia più importante. E, sotto la statua, un cartellino: «Francesca Schiavone, migliore giocatrice italiana di sempre». In una semifinale di Slam le nostre girls non mettono piede da 55 anni - l'ultima fu Silvana Lazzarino, nel 1954, a Parigi - e visto che la «Schiavo» ha già in tasca, insieme con Pennetta e Farina, la miglior posizione mai raggiunta in classifica mondiale da un'azzurra (n.ll), agguantare un posto fra le quattro migliori dei Championships equivarrebbe ad una laurea: «Me lo auguro». Ad un cambio di status, da vidimare anche con un cambio di soprannome. «Leonessa mi chiamate voi giornalisti», ha spiegato ieri, «E intendiamoci, a me va benissimo. Però ormai sono passati sette o otto anni, io mi sento diversa, cresciuta, maturata». Suggerimenti? «Super Schiavone, o SuperWoman».
Contro la Razzano, come del resto già prima contro la Bartoli o la bimba urlatrice Larcher De Brito, la Schiavo è stata davvero Super. Le ormai famose variazioni - back, slice, top, un campionario affilatissimo -, le discese a rete in perfetta tonalità, i rovescetti in chiave bassissima, che non si alzano dal verde. E poi allunghi alla Nadal in recupero, difese ringhianti e sbuffanti, sonore, alla Gattuso o alla Chiellini. Una continuità alla Maldini dei bei tempi. Il tutto sul filo dei nervi, per una donna di 29 anni che forse solo ora si sta sgrovigliando dentro nodi antichi, non solo tennistici. Che sta compiendo «step importanti», come li chiama lei. La Razzano è stata schiantata con la forza dei nervi e spingendo sul dritto lungolinea, «che a Virginie dà più fastidio». E poi consolata con un abbraccio: «Sapevo cosa provava. Le ho detto che avrà un'altra occasione».
Con la Dementieva, che ha istinti da geometra, cervello da scacchista e debolezze in parte risanate, servirà una tattica diversa, da studiare su YouTube. E poca compassione: «È vero che fra le avversarie rimaste avrei scelto anch'io lei, ma attenti, se è arrivata nei quarti un motivo ci sarà. Elena è migliorata nel servizio. Con il rovescio tiene meglio ma è con il dritto che fa i punti. Dovrò cercare di usare il mio rovescio in back per darle fastidio. Sarà una battaglia, più fisica che mentale». Una tattica condivisa da Paolo Bertolucci, e che ieri sera SuperSchiavo, che gira senza coach, ha ripassato al telefono con il «suo» capitano di Fed Cup, Corrado Barazzutti: «Corrado è importante, mi dà consigli buoni. Quando se ne è andato gli ho detto: mannaggia, perché non resti qui?». Anche le Super-Donne, a volte, hanno bisogno di un parola buona, di un consiglio in più.


Francesca entra nel club

Daniele Azzolini, Tuttosport del 30.06.09

Il club degli ultimi otto. A Wimbledon ha una sua storia e una sede, con le finestre appena sopra l'ingresso del museo. Vi fanno parte i pochi che ce l'hanno fatta, e sono giunti a concorrere per il podio. Negli ultimi trent'anni, per l'Italia, solo Adriano Panatta, Davide Sanguinetti e Silvia Farina. E ora lei, Francesca Schiavone.
Francesca è entrata nella piccola storia del nostro tennis con disinvoltura, senza manie di grandezza ma al riparo da quei sensi d'insufficienza che altre volte ne avevano minacciato il cammino. Era giovane, forse fragile, certo più insicura di oggi. Ora ha imparato a difendere la sua serenità, e tutto sembra scorrere con placida determinazione. Il suo tennis. La sua vita. Sa quello che deve fare, e lo fa. Al punto che l'impresa, alla fin fine, non è sembrata nemmeno quella di battere Virginie Razzano, la francese che ha la taglia atletica delle saltatrici in lungo, o delle pallavoliste, gambe lunghe e solide a sostenere un tennis semplice nei colpi e forse un po' troppo banale nelle idee. Francesca, in fondo, l'aveva sempre battuta; Lo ha fatto solo una volta di più. Piuttosto, l'impresa è giunta dalla perfetta costruzione che l'ex Leonessa («Chiamatemi come volete - dice - ma quei nomignoli fanno parte del mio passato») ha edificato sul campo numero diciotto, il suo talismano. Architettura solida, concreta, senza per questo rinunciare a qualche stravaganza, a qualche ghirigoro, qui e là. Francesca l'ha innalzata su fondamenta solide, opportunamente impiantate nei primi quattro game, poi l'ha spinta verso l'alto, in un gioco di contrafforti che prevedevano un rallentamento seguito da un'accelerazione, una palla alta e una spinta di rovescio, in back, a renderla filante e infida come una biscia. Così la francese si è smontata. Francesca ha messo in campo un piano tattico sul quale l'avversaria non poteva seguirla, non avendo i colpi né la facoltà. Ha fatto il break, poi un altro. E il primo set è andato così.
L'importante era tenerlo in piedi, un edificio del genere. Lì Francesca ha messo in 'mostra il resto, la continuità che ha dato al suo tennis, la tranquillità interiore. «Ho avvertito, nel secondo set, che la concentrazione mi stava lasciando. Mi sono ritrovata sotto 0-40 sul tre pari, le stavo per fare un regalo grande. Mi sono imposta di tornare in carreggiata, ce l'ho fatta. Il resto è venuto sulla scorta di quel recupero». Vittoria al tie break. L'edificio è stato ultimato. Così, la Storia ha acquistato spessore, e ha preso forma non una, ma due volte. Il Last Eight Club, da una parte, ma anche il terzo quarto di finale nello Slam conquistato dalla Schiavone. Roland Garros nel 2001, Us Open nel 2003, e ora Wimbledon. L'unica fra le ragazze ad esservi riuscita. «Ho 29 anni e tutto ciò che faccio oggi ha un sapore diverso da prima.
Si cresce, e s'impara ad assaporare di più le cose belle». Ha abbracciato forte la francese, a fine match. «Capisco la sua delusione, so che ha lavorato tanto per riuscirvi, proprio come ho fatto io. Le ho detto di non preoccuparsi, avrà di sicuro un'altra possibilità». Cuore d'oro, Francesca. Pensieri lindi e una romanza per distendersi. Gliel'ha intonata l'amico Vittorio Selmi. «Non so che brano fosse, ma lui canta bene». Il pomeriggio era cominciato così, con un preludio alla vittoria. Ora, Elena Dementieva, nei quarti. Subito in campo, oggi stesso. «Tra le forti è quella con cui amo di più giocare». E battere. Sono quattro pari nei precedenti. Francesca non lo dice, ma la semifinale non è impossibile. Cinquantacinque anni dopo Silvana Lazzarino, a Parigi. «Poche storie - ha tagliato corto, toccando ferro - gioco contro una tennista che da dieci anni è nel gruppo di testa». Vero. Ed è anche campionessa olimpica in carica. Ma Francesca lo sa. Molto dipenderà da lei. Dal suo tennis. Dalle sue variazioni. «Sapete, non è facile giocare come gioco io». Noi lo sapevamo. Ora lo sa anche lei.


“Un risultato speciale, vale molto di più di quelli del passato”

Gabriele Marcotti, il Corriere dello Sport del 30.06.09

Giura di non essere scaramantica. Ma ieri mattina, quando si è accorta di non aver ascoltato -come di routine - l'amato Mozart, ha chiesto a Vittorio Selmi, Tour Manager Atp ma soprattutto appassionato melomane, di rimediare. E sulle note di "Deh vieni, non tardar", la celebre aria di Susanna da "Le Nozze di Figaro" interpretata per l'occasione dallo stesso Selmi, si è immersa nella concentrazione.
Di lì a un paio di ore Francesca Schiavone sarebbe scena in campo contro la francese Virginie Razzano. Un match storico, che ha assicurato a Francesca un posto nella storia del tennis italiano, prima giocatrice di sempre a raggiungere i quarti di finale in tre prove dello Slam.
«Ovviamente è un risultato che mi fa molto piacere e mi riempie di orgoglio - le parole della milanese trapiantata a Londra - E' un risultato che ha un sapore speciale, lo apprezzo di più perché ora ho ventinove anni e ho compiuto tanti passi in avanti rispetto al mio ultimo quarto di finale».
Sei anni dopo New York (2003), addirittura otto dopo Parigi (2001), Francesca cancella per sempre la striscia di risultati mediocri all'Ali England Club, dove solo una volta nelle precedenti otto partecipazioni aveva raggiunto il terzo turno.
«Rispetto al passato gioco con più convinzione. Entro in campo sempre determinata ad imporre il mio gioco. E poi bisogna ricordare che l'erba è più lenta, non ha mai piovuto nella prima settimana».
Grazie al successo sulla Razzano, Francesca eguaglia un'impresa centrata solo da tre azzurre prima di lei (Lucia Valerio nel 1933, Laura Golarsa nel 1989, Silvia Farina nel 2003). E oggi potrebbe interrompere il digiuno del tennis femminile, assente in una semifinale dello Slam da 55 anni (due volte: Annalies Ulstein Bossi Bellani nel 1949 e Silvana Lazzarino nel 1954, entrambe a Parigi).
«Posso usare solo tre parole: me lo auguro».
Lucida l'analisi del match contro la francese. «Nel primo set ho giocato molto bene, ho sempre spinto. Lei forse era più tesa di me, ma è stato un match estremamente equilibrato. Nella seconda frazione ho accusato un calo, non di stanchezza ma di concentrazione. Ma sono stata brava perché ho fatto uno sforzo supplementare che ha pagato nel tie-break decisivo».
Un match quasi perfetto che Francesca però incasella solo al secondo posto nella sua graduatoria, dietro alla vittoria nel primo turno contro la canadese Aleksandra Wozniak.
«Anche se l'incontro con la portoghese (Michelle Larcher De Brito - ndr) è stato sicuramente il più impegnativo a livello mentale».
Nei quarti di finale Francesca trova oggi la russa Elena Dementieva, favorita n.4 del tabellone.
«E una giocatrice di grande esperienza, da tantissimi anni nelle prime dieci al mondo. E negli Slam ha sempre avuto una grande continuità. Sarà una bella lotta, fisica e tattica, i nostri match sono sempre stati molto combattuti».
In perfetta parità il bilancio dei precedenti, quattro vittorie per ciascuna. Senza coach, e anche senza il sodale Corrado Barazzutti, rientrato in Italia domenica, Francesca non ha paura.
«Cerco sempre di preparare le partite al meglio, con i video o parlando con gente che sa di tennis. Ovviamente la presenza di Corrado è importante perché mi ha insegnato tanto e la sua parola conta molto per me. Il coach? Non ho mai detto che non serva, ma penso che quello che ti può dare agli inizi, in termini di disciplina ed esperienza, non c'è bisogno che me lo insegni alla mia età. Per il momento sto bene così».

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Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker

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