Serena raggiunge la sorella Venus in semifinale. Ormai manca solo una partita alla finale in famiglia. Vani cenni di ribellione dell’Azarenka. Gianluca Comuniello
Il primo set va via con la stessa velocità con cui si beve un bicchier d’acqua, specialmente in questo torrido martedì di Wimbledon. 22 minuti, ed è già 6-2 Williams. Traccianti da destra e sinistra, servizio (sovente intorno ai 200 orari), dritti, rovesci: pioveva da ogni parte e la povera Victoria Azarenka, entrata in campo forse con qualche velleità (considerando la vittoria di Miami quest’anno e la buona prova a Melbourne prima del malore), si malediceva per aver anche solo pensato di poter far partita. Un massacro.
“E’ ridicolo” diceva a fine set un giornalista inglese seduto accanto a me. Serena stava, senza mezzi termini, scannando Victoria. Poi è successo che l’orgogliosa bielorussa ha cercato una ribellione al macello. Ha cercato di fermare il nastro trasportatore che la stava portando verso l’impacchettamento per allietare la cena di casa Williams. E’ successo all’inizio del secondo set. In quel momento, e per circa mezz’ora, Vicotria ha orgogliosamente alzato lo sguardo, rischiato risposte senza margine di errore. Ha alzato lo sguardo sì, ma ha chiuso gli occhi e ha cominciato a sparare. Questa sua decisione è stata contemporanea, e forse aiutata, dal bisogno di Serena di rifiatare un attimo. Ecco quindi che l’Azarenka si è presa un fugace break di vantaggio, ha costretto la Williams a tre games consecutivi molto lunghi (tutti oltre i 12 punti).
Poi è finita. Ha dovuto rifiatare, ed ha aperto gli occhi. Quello che si è trovato davanti era una Serena Williams che aveva di nuovo gli occhi della tigre, le ha sparato un “c’mon” in faccia e ha ricominciato a sommergerla di colpi: quattro games di fila per l’americana e 6-2, 6-3 finale. Il computo dei vincenti alla fine segnava 26 a 7 per Serena. Rino Tommasi, accanto a me, ha commentato: “fortuna che era solo tennis, perché se era pugilato la uccideva”.
La domanda quindi è una sola, ed è sempre la stessa: chi può evitare una finale Venus-Serena? Ormai sono rimaste in due che possono ambire al ruolo di guastatrici del pranzo di famiglia. Ma fra la Dementieva giustiziera di Francesca Schiavone e la Safina di lotta e di governo di questo torneo, e visti gli incroci, mi sento di rispondere: nessuno. Nonostante siano in campo le prime quattro giocatrici del seeding. Nel senso che forse la Safina poteva impensierire Serena, apparsa comunque un filo meno competitiva dell’impressionante Venus di oggi. Ma la Safina gioca appunto contro Venere contro cui non c’è oggettivamente niente da fare. E la Dementieva è troppo poca cosa per la bestia Serena. Il mattatoio Williams è quindi aperto fino a giovedì, in attesa di un regolamento sulle quote aziendali che andrà in onda sabato.
Gianluca Comuniello
1 Luglio 1977
Virginia Wade vince il titolo a Wimbledon nell’anno del centenario dei Champioships battendo l’ olandese Betty Stove 4-6 6-3 6-1 in finale.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
Il nuovo centrale come appariva durante l'incontro tra Murray e Wawrinka