Rubrica a cura di Elisa Piva
Schiavone sommersa, il viaggio è finito
Gianni Clerici, la Repubblica del 01.07.09
Da quando uno dei miei vicini di banco, Filip Bondy, ha reso nota sul New York Post la grottesca vicenda del furto del mio zainetto, che tenevo sulle spalle, mi sono messo a scommettere. Per rifarmi delle 500 sterline sottrattemi di un artista del ramo. Seguo fedelmente i pronostici pubblicati lunedì sul nostro giornale, e, fin qui, non mi posso lamentare. Sulle otto partite femminili pronosticate ne ho infatti sbagliata solo una, per colpevole mancanza di professionalità. Si trattava infatti del match tra una per me ignota tedesca, Sabine Li sicki e Caroline Wozniacki, favorita n.9, canadese con una storia avventurosa, figlia di emigrati polacchi e costretta alla racchetarla sin dall'età dell'asilo, a tre anni. La tedescona, le cui gambe non sono meno slanciate di quelle della Graf, aveva infatti idealmente afferrata per il bavero la povera canadese, scrollandola sino a che non andasse in frammenti insieme al mio pronostico.
Costretto ad insolite ristrettezze dal furto, avevo tuttavia ricavato di che sopravvivere dalle altre sette partite, e anche stamattina mi ero affrettato verso il più vicino ufficio di Ladbrokes. Sempre fedele alle mie predizioni, e incurante delle bassissime quote alle quali mi venivano offerte le sorelle, avevo preferito Venus a 1,10, nonostante la sua avversaria, Radwanska, ingolosisse a 7,50. E Serenoana 1,90, in due soli set, contro un'Azarenka e 3,50. Anche Safina, a 1,33, mi pareva
imbattibile per quella Lisicki che già l'altro ieri mi aveva corbellato, e quindi pronosticavo la n.l. Restava, infine, il match tra l'affascinante Elena Dementieva, la splendida russa vincitrice delle ultime Olimpiadi e la nostra Leonessa Schiavone. Gli stat storici ricordavano i loro scontri diretti, incredibilmente quattro vittorie per parte, e la Leonessa stessa aveva osato dichiarazioni, se non proprio trionfalistiche, ragionevolmente ottimistiche.
La scommessa, diceva Tommaso Landolfi, è però un'attività in cui non va mai implicato il cuore. Pur ammirato dalle precedenti vittorie della Leonessa, avevo assistito a ben tre suoi tiebreak non meno coraggiosi che fortunati. Per non parlare di un altro match vinto sulla favorita n.21, Alexandra Wozniak, per un mezzo capello. Elena Dementieva, secondo me, potrebbe essere la n. 1 del mondo se non fosse consentito di battere sovra la spalla, come di fatto non è accaduto sino agli Anni Venti. L'articolazione dell'omero, rovinata otto anni fa, l'ha infatti costretta a modificare la battuta, alzando la palla sulla destra, come faceva ai suoi tempi il piccolo Rosewall, che, più di una seconda, serviva una terza. Elena è così succeduta alla celebre Kournikova nel ruolo di Doublé Fault Queen, realizzando, tra gli altri, un record imbattibile nell'Open d'Australia 2006, con 79 doppi errori in sei match.
Tenuto conto di qualche miglioramento della mirabile spalla, dovuto tra l'altro al Dottor Parra, abbandonavo quindi la tentazione della quota di 2,75 in favore della nostra eroina, e mi avventuravo nell'uno contro tre della Dementieva. Questo mio tradimento mi consentirà domattina di riscuotere un piccolo guadagno. Nonostante i nove doppi errori della russa, e della sua prodezza di ben tre in un solo game, Leonessa non si sarebbe mai avvicinata all'avversaria, che la dominava in velocità e geometria. E non avrebbe quindi superato le precedenti eroine italiche, Lucia Valerio, Laura Golarsa, Silvia Farina, giunte come lei nei quarti: ma incapaci di far meglio. Rassegniamoci quindi alla nuova, futura attesa, di un'italiana in grado di raggiungere le semifinali sull'erba.
Ivo Bum bum, il servizio è come un rap
Stefano Semeraro, La Stampa del 01.07.09
Fra Federer e la semifinale c'è una montagna. Si chiama Ivo Karlovic, è numero 36 del mondo, è alto 2 metri e 8 centimetri e non ha contratto per le scarpe perché porta il 51: nessuno produce tomaie così smisurate e allora lui deve comprarsele da solo, rigorosamente marca New Balance.
Particolare non calzaturiero: Karlovic serve come un mostro. 137 ace finora in quattro match, 46 contro Tsonga, a medie che si aggirano attorno ai 220 all'ora. Finora non ha ceduto nessuno dei 79 turni di battuta, e concesso appena 4 palle break.
Un Tie-Break umano, visto che sì, sul campo magari non si trasla con movenze feline, ma strappargli la battuta è un'impresa che neppure Messner. Qui di tie-break ne ha giocati già sette in quattro match, vincendone cinque, l'ultimo con Fernando Verdasco che al terzo turno si è sudato tutta la sua anima da ex Aghetto madridista ma è uscito comunque accartocciato da 35 ace. Non un record in un singolo match, per Ivo, che qualcuno ha ribattezzato Boris per affinità di cognome e fisionomia - non esattamente apollinea - con Boris Karloff, il più famoso dei Frankenstein cinematografici, visto che a Parigi, sulla terra, quest'anno contro Hewitt è riuscito a piazzarne addirittura 55. Con Federer ha giocato 9 volte, e vinto una sola, l'anno scorso a Cincinnati. A Wimbledon dopo aver battuto il defending champion Hewitt nel 2003, al primo turno, ha già perso con Roger nel 2004, 6-3 7-6 7-6, guarda caso con due tie-break, sempre sul Centre Court.
«Ma Ivo non è solo servizio -ha spiegato Federer -. Nel corso degli anni ha aggiunto altre cose, non è da sottovalutare. E poi è una sfida che mi piace, anche se magari non sarà il match più facile del mondo, perché giocatori del genere ti rendono la vita difficile».
Specie a Wimbledon, dove vincendo oggi Ivo diventerebbe il terzo croato a raggiungere le semifinali dei Championships dopo altri due cannonieri come lui, ma meno alti, Goran Ivanisevic, che qui addirittura vinse nel 2001, e Mario Ancic, l'ultimo a battere Federer a Londra prima di Nadal. Ivo forse è un tennista di (quasi) un solo colpo, sicuramente non è un uomo a una sola dimensione. In conferenza stampa tartaglia, si intimidisce, ma quando canta libera la lingua: ha già inciso due rap (esilaranti, secondo i colleghi croati), che si trovano anche su YouTube, e con il suo manager pensa di ricavarci un ed. Inoltre dopo ogni match vinto si esibisce in una «victory dance» simile a quella di un altro, noto spilungone di talento, il calciatore inglese Crouch: «Ho iniziato al Queen's, alla gente è piaciuto, così ho continuato qui». Se piovesse, sotto il tetto Ivo oggi diventerebbe ancora più pericoloso. Per le previsioni dell'ultima ora rivolgersi, please, a papà Karlovic che, forse per parlare al figlio-montagna, di mestiere fa il meteorologo.
La Schiavone si scioglie:”Mi manca l’esperienza”
Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport del 01.07.09
Cinque-zero in 21 minuti, sei-due sei-due in 66. Piccoli numeri, piccola storia, piccola Italia, piccola. Ecco, sul campo numero 1 di Wimbledon, nei primi quarti ai Championships, i terzi nell'intera carriera negli Slam, l'ultima italiana ancora in gara, Francesca Schiavone, rimpicciolisce ben oltre i 166 centimetri, perde il gigantesco rovescio, il grande dritto, il grosso servizio e l'enorme spirito con cui ha eliminato Wozniak, De Brito, Bartoli e Razzano. E s'inchina a Elena Dementieva (al 43° Slam in carriera) in modo talmente netto, almeno nel punteggio, da giustificare le domande: ma come aveva fatto a batterla 4 volte su 8, come aveva fronteggiato la pesante artiglieria da fondo della bionda russa, come aveva conquistato un solo centimetro di campo?
Piccola La Schiavo sorride all'amica/manager Federica Ruzzante e ai microfoni: «Non è facile giocare sempre sui campi piccoli, e comunque lontana dai primi due, non sono mai come il Centre Court o l'I. Bisognerebbe avere altre esperienze, prima, perché sennò ti senti piccola, là dentro. E tutto diventa più difficile, in quelle condizioni. Abbiamo chiesto di allenarci un po' lì spora. ma non ci hanno accontentati. E mi sono sentita un po' spaesata. Anche se le misure del campo sono sempre quelle, perdi i riferimenti, le proporzioni. Anche se questa non vuole essere una scusa».
Conferma Dementieva: «Sono sicura che Francesca era nervosa, al primo quarto di finale a Wimbledon, ed era anche molto eccitata e piena di speranza. Io l'anno scorso avevo già avuto l'esperienza della semifinale, e mi ha molto aiutato nella prima settimana: perciò stavolta ero più calma, in campo, e concentrata sul mio gioco, senza distogliermi con nient'altro».
Rilancio La superwoman del match di boxe contro Razzano non smagrisce di colpo, così come l'ex leonessa non diventa un agnellino per una sconfitta contro la numero 4 del mondo. Francesca si piega, ma non si spezza: «Sono venuti a vedermi gli amici di Londra, qui dove vivo, erano delusi, gli ho detto: "Non state giù, non sono riuscita a giocare al meglio, ma non posso dire che è stato un cattivo torneo. E voglio usare quest'esperienza per il prossimo". Sono stati anche 11-12 giorni di tensione, non ci ero più abituata, dal 2004-2005, quando avevo fatto gli ultimi risultati nello Slam. Così come non mettevo piede sul campo numero 1 da almeno 6 anni». A 29 anni, da numero 43 del mondo, Francesca non s'impressiona: «Il suo dritto massacrante? No. Non ho mai pensato : "Mi sta ammazzando, è troppo forte, non posso vincere", ci ho provato fino alla fine. Proprio come nei match prima. Ho provato a entrare in partita, ma non ci sono riuscita, anche se in realtà non sono mai stata davvero fuori».
Occasioni La Schiavone ripensa alle 7 palle break fallite nel primo set, finché non strappa il 5-2: «Lei è stata due volte 0-40, bastava prendere una di quelle occasioni... Cosa che Elena ha fatto subito, proprio perché è più abituata di me a certe situazioni e a certi stadi». E poi si entra in un circolo vizioso: «Così è il tennis, non prendi la tua chance, diventi più lenta, si innesca un certo meccanismo ed è difficile uscirne. E così invece di 3-2 per me è stato 5-0 per lei». Occasioni fallite, sì, come succede nella vita, anche se la sensazione di una Dementieva nettamente superiore rimane: a dispetto dei 9 doppi falli, stavolta Francesca non riesce proprio ad imporre i suoi cambi di ritmo. Appuntamento a New York, nuova Schiavone.
Il centrale e la Dementieva sono troppo. Finisce ai quarti il sogno della Schiavone
Lea Pericoli, il Giornale del 01.07.09
Non ce l'ha fatta Francesca Schiavone ad entrare nella storia di Wimbledon. Opposta alla russa Elena Dementieva in 1 ora e 6 minuti si è arresa con un punteggio severo: 6-2, 6-2. Per quanto riguarda l'Italia la semifinale sull'erba rimane il record imbattuto di Nicola Pietrangeli che arriverà a Londra questo pomeriggio, quando ormai anche l'ultima azzurra ha detto addio al sogno.
Eppure - credetemi - una speranza dentro al cuore io ce l'avevo. Quante volte nel tennis abbiamo assistito a una sorpresa! In quante occasioni il fato ha sovvertito il risultato di una partita. Basta pensare alla recente sconfitta di Nadal a Roland Garros, battuto da uno svedese senza volto, da un personaggio anonimo che all' improvviso ha compiuto l'impresa della vita. Lo sconosciuto Soderling ha cambiato la storia di Nadal e di Federer, gli unici due che nel mondo del tennis attuale sembravano capaci di mettere in scena un duello degno di un Grande Slam.
Purtroppo ieri, sul campo numero uno, forse troppo grande per Francesca, i tifosi presenti e quelli in Italia appiccicati ai teleschermi, fin dalle prime battute hanno capito che non ci sarebbe stato nulla da fare. La Dementieva è scappata 5-0 prima di cedere 2 game, nonostante 6 doppi falli. Dal canto suo la "Schiavo" su quel campo tanto grande sembrava persa. Troppa fretta, tanta ansia e una visione confusa di come gestire la partita. Attenzione! La mia non vuole essere una critica, il compito per lei non era facile. Però mi ero illusa che il suo tennis ricco di varianti riuscisse ad organizzare una difesa. I confronti diretti tra le due giocatrici parlavano di quattro vittorie ciascuna e io ritenevo che, sull'erba, il servizio un po' traballante della Dementieva avrebbe potuto fare la differenza. Da sottolineare che la russa, pur giocando bene, ieri ha commesso la bellezza di 9 doppi falli, che non sono pochi! E sappiamo tutti che in qualunque partita 9 punti abilmente piazzati con le mani su uno score, farebbero la differenza.
Purtroppo il tennis è un gioco crudele che ha poco a che vedere con una sfida matematica e sfortunatamente nel caso del match Schiamone-Dementieva a me non rimane neppure l'alibi dei numeri. Forse, come dicono a Roma, la verità "vera" l'ha detta la Schiavone dopo la partita: «Non sono riuscita ad esprimere il mio gioco. Ho provato a tener duro, a fare il massimo col servizio. Il mio obiettivo era quello di imporre delle variazioni. Mi sentivo spaesata e credetemi non è una scusa. Purtroppo erano sei anni che non mi capitava di giocare su un campo così grande». Poi con la voce sempre più flebile, di chi ha davvero deciso di farsi ascoltare, Francesca ha aggiunto: «Continuavo a ripetermi che dovevo sciogliermi, dovevo rilassarmi. Volevo impormi di stare calma senza riuscirci». Una visione chiara, una analisi giusta - aggiungo io - che ahimè non è servita. Francesca ha poi concluso la conferenza stampa riconoscendo di aver imparato molto dalla sua bella avventura a Wimbledon: «Questo sport mi piace anche più di prima. Oggi più che mai sta diventando una sfida personale». Il mio augurio è che tanti buoni propositi, oltre a servirle nei prossimi tornei, riescano a regalaci la "Leonessa" che in novembre dovrà battersi per l'Italia a Reggio Calabria nella finale della Fed Cup.
Rispettando il pronostico, le sorelle Williams continuano l'inarrestabile corsa verso la finale. Serena affronterà Elena Dementieva mentre Venus se la vedrà con Dinara Safina.
La Schiavone si spaventa sul più bello
Roberto Perrone, il Corriere della Sera del 01.07.09
«Questo è Wimbledon. Sotto il tetto, senza il tetto, come volete, io voglio giocarlo» (Venus Williams). Questo è Wimbledon e Francesca Schiavone chiede a Raffaella Reggi di spiegarle perché non ce l'ha fatta. «Sembrava confusa» dice l'ex numero 1 d'Italia, oggi apprezzata commentatrice di Sky. Francesca sostiene che Elena Dementieva, malgrado il posto che occupa (numero 5 del mondo, 4 del tabellone dei Championships) è sempre una tennista che può battere, infatti c'è riuscita quattro volte.
In questa sconfitta c'è qualcosa di più del divario tecnico che appare ingannevolmente enorme. Forse c'è, sebbene la ragazza che ama la vita (diurna e notturna) della swinging London non l'accampi come scusa, il fattore show court come qui chiamano il centrale e il numero 1, i campi dello show, quelli che ti fanno tremare le gambe. Prima di questo quarto di finale, Francesca aveva frequentato (più di sei anni fa) il numero 1 non per meriti, come ora, ma perché invitata da un'avversaria ospite fissa del luogo. Non è una scusa, ma il passaggio dalla periferia al centro può provocare la vertigine e la sconfitta (6-2,6-2). «Anche lei era tesa, ma è più abituata di me a questo livello. Ha colto le sue possibilità, io no».
Elena ha giocato 20 quarti dello Slam, per Francesca era il terzo. E qui non permettono di tastare l'erba e «misurare» lo stadio alla vigilia, per capire l'effetto che fa. «Alla fine il campo è quello, però anche le tribune, gli angoli, gli spettatori hanno fatto il loro nel togliermi punti di riferimento». Rimpianti, ma anche certezze. «Sono contenta di essere qua e di essere arrivata alla seconda settimana, anche perché Londra mi piace e ho molti amici».
Le occasioni perdute (sette palle break su otto), le lasciano un'analisi severa, ma giusta: «Ho provato e riprovato, molte volte, perché per me ogni punto va giocato e rigiocato.
Ma non ho dato il mio meglio. Le opportunità migliori le ho perse nel primo. Un circolo vizioso, da qualsiasi parte l'aggredissi, mi ritrovavo daccapo. E' tutta esperienza, alla fine». Già, proprio su questo si è decisa la partita, perché non è solo l'anzianità di servizio a fare la differenza, ma anche i luoghi dove la si è consumata. Questo è Wimbledon, anche se la nostalgia non è più quella di un tempo.
Dal punto di vista italiano ci aggredisce la partenza di Francesca, dal punto di vista generale, esistono piccoli, grandi capisaldi della tradizione che vanno in archivio. Dopo il tetto e la partita in notturna (22.39, mai match era terminato così, tardi a Church Road) che ha tenuto inchiodati 12 milioni di inglesi alle gesta del loca! nero Andy Murray, resiste un solo baluardo della memoria. E proprio grazie alle mille tonnellate di ferro e plexiglas del tetto e alle sue luci, resisterà per anni: la domenica di sosta a metà del torneo. Wimbledon dura 13 giorni. Una volta erano 12. La finale maschile, fino al 1981 (compreso), si giocava di sabato perché la domenica, come diceva Eric Liddell in Momenti di Gloria «è il giorno del Signore». Però i padri fondatori non avevano contemplato la venuta del satana televisivo. Resiste la domenica di mezzo, violata tre volte (1991,1997,2004) a causa della pioggia che devastò il programma. Ma ora sul centrale si può proseguire a oltranza. Del vecchio Wimbledon, erba a parte, rimane solo una domenica intonsa. Del nostro Wimbledon, partita Francesca Schiavone (grazie comunque), più nulla.
1 Luglio 1977
Virginia Wade vince il titolo a Wimbledon nell’anno del centenario dei Champioships battendo l’ olandese Betty Stove 4-6 6-3 6-1 in finale.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
Il nuovo centrale come appariva durante l'incontro tra Murray e Wawrinka