Rubrica a cura di Elisa Piva
Wimbledon, pazzi per Murray. Inglesi ai piedi di uno scozzese
Gianni Clerici, la Repubblica del 02.07.09
La Nazione s'incammina dietro a Murray (Daily Express). Gli Angeli di Andy: la mamma ha sacrificato il matrimonio per la sua carriera (DailyMail). Il ferreo Murray e la devota armata femminile (Daily Mail). Più in forma, più rapido, più forte (Daily Mirrar). La meta di Murray è diretta dalla fede (Times). Non andrò certo in pezzi: Murray fiammeggiante (The Sun). La nuova star britannica propelle le speranze oltre il tetto (The Independent). Pazzi per Murray (Daily Star). Due giorni di coda per vedere Murray. (Evening Standard). Erano questi i titoli dei principali quotidiani inglesi, alla vigilia di un quarto di finale del torneo di Wimbledon: titoli certo più enfatici dei messaggi augurali che la Regina stessa e Sean Connery si erano affrettati a far pervenire al tennista.
Nel riferire simili vicende, ancor più perplesso che divertito, devo ricordare che l'ultimo eroe nazionale capace di vincere questo torneo fu, nel 1936, Fred Perry, ora noto soltanto quale grande magliaro. Di lì, da quel giorno lontano, le speranze di un intero paese non fecero che accendersi invano, negli ultimi anni per un amabile giovanotto a nome Henman, che dovette subire ogni anno un tentativo di santificazione regolarmente fallito. Si videro, in questo storico giardino, vicende incredibili per chi credeva al distacco britannico, donne isteriche, patrioti deliranti, sventolio di bandiere. La collinetta per i possessori di posti non numerati che domina lo schermo panoramico venite addirittura battezzata Henman Hill. Ma, nonostante fosse spinto da simili ventate amorose e mediatiche, il povero Tim non riuscì una sola volta a identificarsi con la sorta di Batman immaginato da troppi. E dovette accontentarsi di quattro pur onorevoli semifinali.
Ora, con il presunto predestinato, ci risiamo. E' Andy Murray, un tantino diverso da Henman, meno insulare. Nato, per cominciare, in una Scozia vivamente regionalista, capace lui stesso di rivendicarne la diversità, è stato spesso considerato nei giorni neri "Scozzese", in quelli felici "Inglese". Figlio di mamma ciecamente determinata alla sua affermazione (insomma, un mammo), ha trascorso gli anni formativi in Spagna, uscendone con uno stile certo più simile ad un arrotino che ad un giardiniere. Nato con un manina benedetta, non manca certo di lucidità tattica, di qualità che lo portarono, lo scorso anno, ad una finale dello US Open in cui l'accumulo di stanchezza non gli consentì di competere con Federer. Match sfortunato, che non scalfisce tuttavia il suo record di tre vittorie a due nei confronti col mio lo svizzero.
In questa edizione di Wimbledon, partito quale Favorito n.3, Andy ha fin qui battuto Kendrik (76) in quattro set, Gulbis (74) in tre, Troicki (30) 7/5 al quinto, Wawrinka (19) 6/3 al quinto, e oggi il semirisorto Juan Carlos Ferrerò, già N. 1 mondiale nel 2003. Il match, come previsto sul nostro giornale lunedì, è stato un pochino incerto solo all'avvio, con un Ferrerò peraltro così riluttante all'attacco da avventurarsi a rete per la prima volta dopo quindici minuti di palleggi. Andy imitava certo lo spagnolo nella cautela ma, ricordandosi tuttavia dei grandi antenati giardinieri, avrebbe osato ben tre volèe nel corso del primo set, vittorioso per 7-5. Nel secondo, dopo un inizio svagato che lo conduceva ad un ritardo di uno a tre, Murray avrebbe d'un tratto acceso l'entusiasmo popolare con una serie di diciotto punti a uno che gli consegnavano il set e, di fatto, la partita.
Con tutto ciò, mi rifiuto di credere che, pur trasportato a braccia da un'intera nazione, Andy possa vincere questo Wimbledon. Un suo successo non è tra l'altro previsto dallo Scriba che aveva felicemente pronosticato i quattro semifinalisti.
Murray mania, Inghilterra in tilt
Stefano Semeraro, La Stampa del 02.07.09
Andy Murray è nelle semifinali di Wimbledon e ormai l'unica cosa che manca è un'apparizione del volto di Fred Perry, l'ultimo vincitore british dei Championships; nel cielo sopra il Centre Court. Il resto, l'abbiamo già avuto.
Elisabetta II ha spedito al Predestinato una lettera di congratulazioni («l'ho messa in una pila diversa da quella delle bollette», ha fatto sapere Andy via twitter), e potrebbe decidere di ripresentarsi nel Royal Box per. la prima volta dal '77, Cliff Richards e Sean Connery gli hanno telefonato. E il Daily Telegraph ha titolato: «La Regina e James Bond tifano per Murray». James Bond, si noti: il personaggio, non l'attore, a testimonianza che la murraymania sta ormai tracimando dalla vita alla fiction, dal quotidiano al surreale. Il torneo sta battendo ogni record di affluenza, i drammatici cinque set in notturna contro Wawrinka negli ottavi hanno acchiappato un audience tv di 12,6 milioni (il record sono ì 17,3 della finale 1980 fra Borg e McEnroe), convincendo la BBC a buttare fuori dal palinsesto la seguitissima serie tv EastEnders e a spostare il notiziario delle 10 di sera. «Abbiamo cambiato programmazione perché si trattava di un match di importanza nazionale», ha spiegato un portavoce della rete.
Un biglietto da 50 sterline ormai si vende a 7500 su eBay, e per vedere Murray battere in tre set Juan Carlos Ferrerò almeno un migliaio di persone si sono sciroppate 60 ore di coda. Un impazzimento collettivo, che si spiega solo con lo status di Wimbledon, con il suo essere qualcosa di molto più profondo di un torneo di tennis. Sono 73 anni che un britannico maschio non vince qui, da allora Roger Taylor- (tre volte) e Tim Henman (quattro) sono arrivati al massimo in semifinale, Bunny Austin in finale ma nel remotissimo 1938. «Wimbledon è intrecciato con il senso di identità di noi inglesi», spiegava sul Times Matthew Syed. «Il prolungato fallimento nei vincere il torneo ha instillato nel Paese un fastidioso senso di angoscia». Tim Henman è stato solo l'ultimo «di una serie di perdenti lunga decenni nel prisma di una paranoia nazionale». Mentre se Murray riuscirà a prendersi questo benedetto titolo, sempre secondo il columnist del Times, «il suo trionfo rappresenterà la più grande gloria sportiva britannica dopo i Mondiali di calcio del 1966. Più grande della vittoria ai Mondiali di rugby del 2003, di tutti gli ori olimpici e di tutte le coppe europee conquistate dal Manchester United, dal Liverpool e dal Nottingham Forest». L'aspetto più «peculiar» di questo vaneggiamento di massa è che per Murray, che fino a un paio di anni fa era considerato uno scozzesino spocchiosetto, di bassa estrazione e anti-inglese, tifano ormai tutti, tanto la Little England nazionalista ancora impregnata del mito imperiale quanto l'alta borghesia dell'establishment. Tutti si beano leggendo degli allenamenti da «iron man» di Andy, dei sacrifici di mamma Judy che ha anteposto la carriera del figlio al matrimonio, della adorabile sottomissione di
Kim Sears, una «wag» di elasse, che accudisce Andy e gli cucina i pasti. Di Murray amano soprattutto la «rage», la rabbia, la voglia di vincere, il suo non accontentarsi di niente che non sia battere Federer in finale. Good boy.
Un'amore interclassista, ma in buona parte costruito a tavolino da Simon Fuller, il geniale pr di David Beckham, che dallo scorso dicembre ha iniziato a «pettinare», per quanto possibile, la scarruffata immagine di Murray. Che oggi non dice più di tifare «per chiunque giochi contro l'Inghilterra», ma si rifiuta diplomaticamente di dire se sosterrà i «bianchi» contro l'Australia nelle Ashe Series di cricket; che si è lamentato del tetto sul centrale («c'era troppo umido») e sostiene di non leggere i giornali «perché tanto il 90 per cento di quello che c'è scritto è falso, e perché so che l'unica cosa che conta è che, se non gioco al massimo, posso benissimo perdere domani in semifinale». Quella sì, sarebbe una tragedia nazionale.
E’ Murray-mania:“non guardo più la tv”
Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport del 02.07.09
«Murray può essere il messia, se tiene gli occhi sulla palla». E quindi non si distrae, non accusa la pressione, non scivola prima del traguardo di Wimbledon, domenica, quello che i sudditi di Sua Maestà falliscono dal 1936, da Fred Perry. Il «Daily Mail», come tutta la Gran Bretagna, suona la grancassa più di sempre, per gli altri primattori nazionali, Nick Faldo, nel golf, e Lewis
Hamilton, nella F1. Andy: un uomo solo al comando di 60 milioni, un ragazzo di 22 anni che non crolla come i coetanei agli Europei di calcio under 21. Uno che resiste nella bolgia del primo match indoor, e serale, e sotto il tetto del Centre Court. Tenendo incollati alla tv quasi 12 milioni di persone, come per la nazionale di calcio. Uno che arriva alle prime semifinali ai Championships rispettando le consegne, dopo la rinuncia di re Nadal, e unico rappresentante della new-wave mondiale. Uno che smorza il sogno dell'ultimo spagnolo, Juan Carlos Ferrerò e poi tiene botta ai media. Uno che sta riscrivendo la storia del tennis locale: primo numero 3 del mondo, primo a rivincere il Queen's dopo Bunny Austin nel'38.
Amici «Andy ha un alto quoziente di intelligenza tennistico, che non s'insegna», dice l'ex coach Brad Gilbert. «Varia di più il servizio, ha fortificato la risposta, che è naturale, ha migliorato la condizione fisica: così mantiene potenza e agilità, copre tantissimo in fase difensiva, è ancora più bravo nella transizione alla fase offensiva». La qualità di un altro grande artista, John McEnroe, l'ennesimo ammiratore di Andy («In lui vedo un po' di me, vorrei che vincesse Wimbledon»), dopo «gli angeli dell'uomo di ferro» (sempre secondo i suoi agiografi) : mamma Judy, che ha sacrificato il matrimonio per la sua carriera, e fidanzata Kim Sears, che gli taglia i capelli, gli lava i calzini e gli porta fuori il cane.
Sole L'erba dà una mano a Murray dopo le 4 ore di lotta con Wawrinka: «Con il sole, il match è andato via rapido, ho avuto tanti punti facili dal servizio, non ho fatto tanti scambi, ho giocato un'ora e tre quarti». La pressione c'è e non c'è: «Non so niente, non ascolto tv e radio. E non leggo, perché il 90% di quel che è scritto sui giornali non è vero». Federer mette paura: «La sua continuità nei grandi tornei è pazzesca». Una lezione da imparare: «Proprio da Wimbledon dell'anno scorso, a parte l'Olimpiade, non ho mai perso presto. Ho imparato che, se non gioco bene, posso perdere il match dopo».
Trabocchetti I giornali-spazzatura attaccano. Sai, Andy che a vederti c'era miss Scozia? «Io la vedo come una ex compagna di scuola, che mia madre ha allenato a tennis». C'era anche Rate Winslet: «Non so. Ma è bene per il tennis vengono star e celebrità, ed è meglio per i giovani e per il Paese». Nessun nuovo messaggio dalla Regina o da Sean Connery? «Sì, uno, di Cliff Richards». Il tempo venerdì mette al brutto: «Non ho protestato per il tetto, non m'importa se gioco indoor o all'aperto, ma vorrei che me lo dicessero almeno un'oretta e mezza prima». Per chi tiferai agli Ashes (la classica sfida di cricket Inghilterra-Australia)? «Passiamo alla prossima domanda».
Impresa Haas, Roddick batte Hewitt
Daniele Azzolini, Tuttosport del 02.07.09
La sorpresa è Tommy Haas, tennista da videogame. Tranquilli, non si muove a scatti, non è questo il punto. E nemmeno si può dire che aspiri a trasformarsi in un'entità destrutturata, o irreale, tale insomma da proporsi come eroe virtuale. Il dato certo, di molto più banale, è che Tommy non manca mai fra i personaggi dei videogiochi tennistici, tipo il Virtual Tennis e altri, in quella ristretta compagine di giocatori nei quali i frequentatori di sale giochi sono chiamati a immedesimarsi. Il fatto curioso è che non si capisce bene quale sia la versione di Haas cui il pubblico dovrebbe identificarsi, lui che negli ultimi anni è stato, nell'ordine, il Grande Infortunato, il Perdente di Successo, lo Sciupafemmine Pentito. Forse quest'ultima? Non esistono dati certi in merito. Mario Thomas, detto Tommy, 31 anni, ha da ieri una nuova chance per cambiare la sua immagine. È in semifinale a Wimbledon, ha battuto Djokovic, troverà Federer. Anzi, ritroverà. Perché avrebbe potuto incontrarlo su questi prati già nel 2007, ma fu costretto al forfait. E perché l'ha incrociato un mese fa a Parigi, mettendolo alla corda, fino ad avere una palla per un break che sarebbe risultato, con ogni probabilità, decisivo. Là Roger reagì con una spazzolata anomala di dritto, spiaccicò la pallina sulla riga bianca e ripartì fiducioso verso la vittoria finale, lasciando Tommy a dir poco costernato. Non pochi videro in quel colpo il succo dell'intera carriera del tedesco, che mille volte è stato lì lì per farcela e altrettante si è ritrovato senza niente fra le mani. Due semifinali agli Open d'Australia, una medaglia d'argento olimpica a Sydney. Tutte battaglie sul filo del quinto set, perse di un niente. «Quel match di Parigi mi ha dato la sicurezza di essere tornato competitivo», corregge Haas le interpretazioni più maliziose. È un fatto: dal Roland Garros, Tommy è andato alla conquista di Halle, ha abbordato Wimbledon con il piglio giusto, ha rimontato due match point al giovane Cilic e ieri ha liquidato Djokovic (che già aveva battuto nella finale di Halle) senza troppi complimenti. Un match perfetto. Perfezione tedesca. Ma lui è per metà americano. Haas viene dalla scuola di Bollettieri: visto e preso, con tanto di ricca borsa di studio per convincere la famiglia a lasciarlo andare. «Un tennista naturale, con visione di gioco, indubbie capacità a rete e un rovescio a una mano che è un sogno», la scheda preparata dal guru di Bradenton. In altre parole: un tennista da erba. I guai sono giunti da una spalla troppo fragile, costata non pochi interventi chirurgici (tre, addirittura) e un continuo via vai fra le zone alte e basse della classifica. Tommy fu numero due nel maggio 2002 per una sola settimana.
ORACKFEDERER Ma Federer, alla ventunesima semifinale consecutiva nello Slam, non manca di motivazioni. Gli è toccato il tabellone peggiore che si possa immaginare, ma va avanti senza particolari angosce. Nemmeno il Oro Magnon Ivo Karlovic lo ha scosso. Veniva da 128 turni di servizio senza subire break, il croato di due metri e otto, e da 137 ace già messi a segno. Roger gli ha fatto il break dopo dieci minuti, con una risposta di rovescio su un servizio a 130 miglia, che Karlovic sta ancora cercando sull'erba del Centre Court. L'altra semifinale se la giocano Murray e Roddick. Sembrava scontata, ma Hewitt ha tenuto in campo l'Andy americano per quasi tre ore, mentre l'Andy britannico è corso via felice trovando ben poca resistenza in Ferrerò. Sarà più dura domani.
Williams e Safina troppo brutte per il centrale
Francesco Perugini, Libero del 02.07.09
Le brave ragazze vanno in Paradiso, quelle belle arrivano dappertutto. Anche sul campo centrale di Wimbledon. Un'annotazione forse maschilista, ma che si sta trasformando in una vera e propria accusa al torneo londinese. A formularla è il Daily Mail che imputa agli organizzatori dei Championships di aver preferito la bellezza ai valori tecnici nella composizione del calendario femminile. "Chissenefrega della classifica mondiale", avrebbero detto i responsabili dell'All England tennis club, "evviva la gnocca". Una denuncia infamante per uno degli eventi più attesi nella patria della politically correctness e, quindi, difficile da credere. Eppure è capitato diverse volte in questa edizione 2010 che le giocatoci più affascinanti, anche se non erano le più forti del lotto di partenza, abbiano avuto l'onore di calcare l'erba del campo centrale, il più capiente, prestigioso e da quest'anno dotato pure del supertetto tecnologico. Quello che, in caso di pioggia, impedisce all'umidità di increspare i capelli delle donzelle, spettatrici o atlete che siano.
LA BELLEZZA, FIRST
Le altre, quelle più brave ma bruttine come Dinara Safina e le sorelle Williams, si sono dovute accontentare del campo numero 1 o, in alcuni casi, addirittura del numero 2. Le loro racchette sono sì irresistibili, ma l'aspetto fisico lascia un po' a desiderare. «La bellezza è un fattore», ha dovuto ammettere il portavoce del torneo, Johnny Perkins, interrogato sulla inusuale distribuzione degli incontri. Colta in castagna, anche la Bbc ha cercato di discolparsi dicendo che è «il comitato a decidere l'organizzazione del calendario». «È ovvio però», ha ammesso una fonte interna alla tv pubblica di Sua Maestà, «che per noi è un vantaggio se ci sono delle belle ragazze sul Centrale». Sono finite sotto accusa soprattutto alcune scelte "discutibili" della prima settimana. A cominciare da quelle di mercoledì 24 (terzo giorno di gare), quando Maria Sharapova - idolo del pubblico ma solo testa di serie numero 24 - veniva sbattuta fuori dal torneo proprio sul Centrale, dove nel 2004 aveva trionfato. A eliminarla l'argentina Gisela Dulko, numero 45 della classifica Wta, che ha saputo difendersi niente male contro la russa, sia in campo che nella lotta per gli obiettivi dei fotografi. Nel frattempo la bicampionessa ('02-'03) Serena Williams, numero 2 del ranking mondiale, era costretta a sbarazzarsi dell'australiana Groth sul campo 1.
Qualcosa di simile si è ripetuto il giorno dopo quando la sorellona Venus (n. 3) ha affrontato sullo stesso campo la Bondarenko, mentre sul "2" giocavano prima la numero 1 al mondo, Dinara Safina (contro la paraguayana De Los Rios), e poi la numero 5, Svetlana Kuznetsova (contro la francese Parmentier). Sul Centrale, invece, tra il match di Leyton Hewitt e quello dell'idolo di casa Andy Murray (l'unico a giocare sempre lì insieme con Roger Federar), c'era il tempo di ammirare - è proprio il caso di dirlo - la danese Wozniacki (n.9) battere 6-0 6-4 la russa Kirilenko. Un gran pezzo di ra...chetta, ma solo numero 59 del mondo e vittima, purtroppo, di una precoce eliminazione. Stesso copione venerdì 26, quando Serena Williams è arrivata in ritardo di dieci minuti al match contro la nostra Roberta Vinci, perché -non avendo mai giocato in carriera sul campo 2 - si era persa nelle stradine dell'impianto londinese. Nel pomeriggio di inizio weekend ad allietare gli occhi degli spettatori del campo principale ci hanno pensato, però, la bielorussa Victoria Azarenka (n. 8) e la rumena Sorana Cirstea(n.28).
GIUSTIZIA È FATTA
Con il passare dei turni - e la cacciata delle "pinup"-le cose sono andate meglio. La Safina, però, ha giocato il suo primo match sul Centrale solo lunedì 29, mentre la dolcissima Ana Ivanovic piangeva per l'infortunio patito contro Venus sul campo 1.
La sorellina di Marat, infatti, aveva affrontato 0 terzo turno (contro la belga Flipkens) di nuovo sul campo 2. Ok, sabato sul Centrale c'era Venus, ma almeno alla numero 1 del mondo si poteva riservare il campo "degno" del suo rango. Invece sul T "1" il pubblico inglese si godeva la "bella" sorpresa della tedesca Lisicki (n. 41) mentre eliminava Svetlana Kuznetsova. Dal torneo e - per loro fortuna - dalla vista dei servi di Sua Maestà. Proprio la russa è sbottata: «Venus sull'1, Satina sul 2 e sono tra le top ten. Proprio non capisco».
Capiamo, però, noi italiani, che non abbiamo mai fatto mistero di amare le belle donne e che sappiamo apprezzare 0 fascino " (almeno quello estetico) del tennis femminile. E, pur privi di un "Murray" nostrano per cui tifare, anche noi faremmo la fila ai cancelli di Wimbledon.
1 Luglio 1977
Virginia Wade vince il titolo a Wimbledon nell’anno del centenario dei Champioships battendo l’ olandese Betty Stove 4-6 6-3 6-1 in finale.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
Il nuovo centrale come appariva durante l'incontro tra Murray e Wawrinka