WIMBLEDON

Sull’erba regna l’equilibrio

Nelle ultime 5 edizioni dei Championships aumenta l’incidenza del 5° set mentre il tie-break si scopre meno decisivo. Lo specchio di un livellamento del gioco e di una specializzazione forse non del tutto smarrita. Stefano Bolotta

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Le partite a Wimbledon si stanno allungando. A livello di durata, certo, ma soprattutto nel numero dei set giocati. Mancano all’appello le semifinali e la finale, altri eventuali 15 set, ma ne basterebbero soltanto 7 per eguagliare il record dal 2005 a oggi (452) ed è matematico che verrà migliorato, dovendosene giocare per forza almeno 9.

Ce la giochiamo al quinto set!

Sarà la presunta estinzione dei giocatori “erbivori” – parzialmente smentita quest’anno dall’arrivo nei quarti di conoscitori della superficie come Federer, Haas, Roddick, Murray, Hewitt, Karlovic – o il livellamento del gioco e dunque un conseguente maggiore equilibrio, ma il dato di fatto è che la percentuale di partite concluse in soli tre set si stia abbassando. Nelle ultime cinque edizioni si è passati dal 53,5% al 46,8%, con un picco minimo lo scorso anno, quando solo il 42,5% dei match si concluse 3-0. Variazioni che ad alcuni potrebbero sembrare minime, ma non lo sono affatto, perché riferite a un numero totale significativo, 127 che è il numero di incontri da disputare nel tabellone di un Grande Slam. A testimoniare l’allungamento medio dei match è il fatto che la percentuale di partite decise al quinto set sia passata dal 17,3 del 2005 al 21,8 di quest’anno, un altro record delle ultime edizioni. Come prevedibile, il totale dei match finiti in quattro set è rimasto pressoché invariato nell’arco di tempo considerato, anche se oscilla dal 23,6% dell’edizione 2007 al 32,3% di quella vinta da Nadal.
Dal 2005 a oggi è costante il numero di partite interrotte per ritiro, ma dallo scorso anno c’è una significativa riduzione di quasi quattro punti percentuali; calo sempre gradito, sia per la salute dei giocatori che per la credibilità del torneo.


Più equilibrio, dunque, e più lotte, implicazione che spesso e volentieri è sinonimo di spettacolo. Anche quest’anno le partite trascinatesi al set decisivo confortano l’assioma: basti pensare alla vittoria di Roddick su Hewitt, quella di Murray su Wawrinka, ma anche Stepanek-Starace, Beck-F. Lopez, Ferrero-Gonzalez, Haas-Cilic tanto per citarne alcune.

Il gioco decisivo è meno… decisivo

Se il tie-break è da sempre (ufficialmente dal 1965 quando Jimmy Van Alen lo introdusse a Newport) il gioco preposto a decidere la fine di un set in equilibrio coi servizi, quanto incide in uno Slam? Soprattutto considerando che al quinto non esiste (si gioca solo agli Us Open)? La risposta è semplice: tanto. Anche in questo Wimbledon 2009 la tendenza è rispettata, seppure con un leggero calo nel quinquennio su cui abbiamo rilevato le statistiche. Pur mancando tre partite a completare il torneo, il numero di tie-break giocati supererà di poco gli 80, contro i 92 del 2008 e i 94 del 2007. La percentuale di jeu decisif vinti da chi poi ha portato a casa il match è intorno al 70%, molto più dell’ultima edizione ma comunque meno rispetto alle precedenti. In sostanza, pur mancando nel set decisivo, chi porta a casa uno o più tie-break nel corso di una partita ha grandissime chance di passare il turno, eppure anche qui si nota una leggera controtendenza.


Sarà la magia dei tornei dello Slam e in particolare quella verde dei prati all’All England Club, ma più set giocati e meno tie-break decisivi negli anni testimoniano in piccolo l’equilibrio del tennis mondiale, fotografia reale se consideriamo che quest’anno nei quarti di finale abbiamo trovato tre ex numeri uno di inizio secolo, Hewitt (vincitore nel 2002), Ferrero e Roddick, un ex n. 2 come Tommy Haas, ma anche i (giovani) campioni di oggi Murray e Djokovic. Senza considerare le numerose continue variazioni tra i primi 20 della classifica Atp, e la possibile altalena di numeri uno del ranking (spiegata alla perfezione nel relativo articolo da Giorgio Spalluto, ndr).

  Tabella Bolotta

Stefano Bolotta

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