Con uno smash al salto che ha ricordato il colpo di Pete, Federer ha piegato dopo 2 ore e 2 minuti un buon Haas. Si è così guadagnato la possibilità di battere il record di Sampras. Che domenica potrebbe anche esserci. Gianluca Comuniello
C’erano Borg e Laver. C’era da costringere Sampras a sciogliere la riserva circa la sua presenza domenica ai Championships. C’era da battere Haas per potersi giocare domenica il matchpoint contro Sampras nella corsa al record Slam dell’era Open. C’erano tutte queste cose e c’era anche Roger Federer. Nella sua ventunesima semifinale consecutiva in uno Slam, nella sua settima semifinale consecutiva a Wimbledon, lo svizzero che corre contro la storia affrontava Tommy Haas, il giocatore dai tanti ritorni e dallo splendido tennis, sciorinato per dieci giorni all’All England Club e precluso a molti (vero Djokovic?). Haas entrava nel match con un record negativo di 2-9 contro lo svizzero, ma alcune delle 9 vittorie di Fed erano state “violente sudate”, più che passeggiate di salute. Ma oggi Federer era a casa, ed era felice di esserlo. Per questo, quando ha chiuso dopo poco più di due ore per 7-6, 7-5, 6-3 con uno smash al salto “Sampras-like”, Roger è sembrato più lanciare un messaggio che chiudere un match. “Pete, questa ora è casa mia. E con questo smash punto il mirino sul tuo record”.
La sua prestazione al servizio è stata scoraggiante… per Haas. Il tedesco non è mai arrivato a 40. Ha raccolto la miseria di 6 punti nel primo set(1 nel tie-break), 3 nel secondo, 2 nel terzo. Questo è quanto ha potuto fare sul servizio di Federer. Dalla sua parte, ha fatto quello che ha potuto: ha concesso la prima palla break dopo un’ora e 17 minuti di gioco. Ha giocato interpretando all’attacco l’intera partita. Ha fatto partire fendenti quasi piatti sia di dritto che di rovescio. Ugualmente, quando Federer si è voluto prendere la partita, se l’è presa.
Si è visto un tennis ridotto all’essenziale, oggi, in questa prima semifinale. Scambi brevi, soluzioni pregevoli in attacco. Tocchi e bordate. Pugni e carezze. Forse Tommy doveva sporcare di più la partita, renderla polverosa. Ma non è nel suo gioco e quindi non ha potuto fare altro che andare nel territorio di caccia di Roger ed aspettare di essere impallinato. Ecco, questa è l’unica pecca della partita: un tennis di altissimo livello da entrambe le parti. Ma mai la sensazione che qualcosa potesse cambiare. La differenza con Parigi: lì Federer aveva giocato due set quasi perfetti e si era ritrovato con un deficit di 0-2. Qui i due set perfetti se li è presi. E’ questa la differenza che corre non tanto fra il Federer da erba e quello da terra, ma fra quello pre-Parigi e quello post trionfo parigino. La serenità. Certo, ci dovranno essere altri test. Forse Roddick domenica. Forse Nadal quando si sarà rimesso a posto. Ma Roger sembra essere salito in un altro posto: quello in cui non si deve dimostrare niente. E si possono mandare messaggi alla storia, chiedendole di venire a vederlo, domenica.
Gianluca Comuniello
5 Luglio 1980
In una delle partite più belle della storia dello sport, Bjorn Borg conquista il quinto consecutivo titolo a Wimbledon battendo John McEnroe 1-6 7-5 6-3 6.7 8-6 in 3 ore e 53 minuti.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
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