Rubrica a cura di Elisa Piva
Psicodramma a Wimbledon
Stefano Semeraro, La Stampa del 04.07.09
Il Regno si è disunito alle 18 e 39, quando l'ultimo dritto di Andy Murray, il tennista al servizio di Sua Maestà, si è accasciato qualche centimetro sotto il nastro. Addio Piccadilly, addio Leicester Square, come cantavano i fanti inglesi in fila verso il fronte. Ritornare a vincere a Wimbledon, per i british, anche per stavolta rimarrà una strada troppo lunga da percorrere.
Addio ai sogni di gloria, addio al (fantasticato?) arrivo in carrozza della Regina alle 14 di domani pomeriggio. Addio biglietti venduti a 20 mila euro alla borsa nera di Church Road. La tifosa in prima fila con i due cerchietti gialli patriottici ad altezza poppe («Go Murray!»), e i 15mila del centrale che per quasi due settimane hanno vissuto in una bolla patriottica, domani torneranno a inneggiare all'elegantissimo svizzero invasor.
San Fred Perry, da lassù, non ha fatto il miracolo. Anzi, conoscendone il caratterino, forse avrà fatto un pugnetto di esultanza. La sua vittoria del 1936 resiste nel Guinnes britannico, resiste la finale del '38 di Bunny Austin. In finale, contro Federer che pare tornato all'Età dell'Oro, ci va il soldato Andy Roddick, quello con il cappellino a stelle e strisce che su questo campo contro Sua Fluidità ne ha perse già due, nel 2004 e nel 2005. Uno delle ex-Colonie, che ha ammazzato il Bambi nazionale.
Stamattina le prime pagine dei giornali grondano di imperiale rammarico, qualche columnist per un po' di settimane avrà Voglia di squartare il braveheart che ha fallito, ma ieri il Centre Court, e le salmerie accampate sul «Mount Murray», non l'hanno presa neppure troppo male. Murray per una volta è sembrato nervosetto, non all'altezza con il passante. Ma ha lottato fino all'ultimo punto, pareggiando con una fiammata delle sue il set di svantaggio iniziale, cercando di sporcare il più possibile match. La sua j prima chance di entrare nella leggenda se l'è giocata alla Murray, non alla Henman. Ha fatto capire a tutti che i suoi 191 centimetri di ruvida stoffa scozzese sono adatti a ricoprire ruoli importanti. Ha anche giocato più colpi vincenti, 76 contro 24, commesso meno errori, e piazzato più ace di Roddick (25 a 21).
Ma l'Andrea made in Usa ha stupito a rete, ha servito come un metronomo, a medie indiavolate, e soprattutto piazzato le prime palle quando servivano, nel secondo dei due tie-break. Si chiama timing, tempismo. Era alla quarta semifinale a Wimbledon, l'erba è un ecosistema in cui respira bene. Domenica però, giocare sul sabbione in cui due settimane di quasi siccità hanno trasformato il Centre Court, per il soldato Roddick sarà come sbarcare a Omaha Beach. Federer è alla sua settima finale consecutiva a Wimbledon (nessuno c'era riuscito dopo l'abolizione del Challenge Round), alla sua ventesima finale di Slam - ovviamente un record. Insegue la sesta vittoria, il 15 Slam che lo separerebbe dai 14 di Sam-pras. Liberato da Nadal e dall'angoscia di vincere a Parigi, da due settimane passeggia nel torneo come un Apollo. Davanti a Laver e Borg che confabulavano nel Royal Box, ieri ha liquidato il miglior Haas della carriera. Aggiungete che sa già che tornerà n. 1: lunedì in caso di vittoria, male che vada il 27 di luglio. Roddick con Roger ha perso 18 volte su 20 e, come Andy stesso ha ammesso una volta con ammirevole autosarcasmo, «per chiamarla rivalità dovrei vincere un po' più spesso».
L'ultima finale Slam l'ha raggiunta e persa proprio contro Roger, nel 2006 agli Us Open. Il clamoroso quinto set del big match dello scorso anno, fra Nadal e Federer, l'ha visto in aeroporto, in transito dopo un 4 luglio passato con i genitori di Brooklyn Decker, la moglie-modella che ieri riluceva in tribuna. Il suo torneo era finito al secondo turno. «E' stata lei a convincermi che non giocavo male», ha scherzato Andy. «Di tennis Brook non capisce molto: però ha detto che stavo bene con i pantaloncini da tennis. Comunque in finale a Wimbledon non ci torni per caso, è parte di un processo, anche se a volte il processo è più lungo di quanto ti aspetti».
Roddick in agosto avrà 27 anni, uno meno di Federer, ha vinto un solo Slam, nel 2003 agli Us Open, 13 in meno della sua Nemesi. Ieri rientrando negli spogliatoi si è fermato un attimo sulle scale, per cercare «un secondo che fosse solo mio». Provate a indovinare quanto lo vorrebbe, questo titolo impossibile, la conferma di non essere un slammer per caso: «Spiacente, non sono capace di dirvelo».
Londra non sogna più con Murray. Roddick si merita Federer
Gianni Clerici, la Repubblica del 04.07.09
Della è una signora di ottantotto anni, che da tempo mi affitta il suo cottage nel corso della quindicina di Wimbledon, e se ne va a tenere compagnia alla figlia, sposata a Manchester. Abbiamo raggiunto, noi due anziani, un ottimo rapporto, nel parlare dei tempi passati, dei nipotini, e addirittura della guerra, che Della ha vissuto sotto la minaccia delle V2 tedesche. Appassionata di tennis, e vivissima patriota, Della mi ritiene un sicuro punto di riferimento. Così, oggi, mentre prendevo lamie note sul taccuino, mi è giunta una sua telefonata: «Gianni, mi ha detto, sto seguendo il match di Murray in televisione. Ha appena vinto il secondo set contro l'americano. Dici che ce la fa, o finisce come Tim Henman?».
Avevo, sin lì, seguito la seconda semifinale di Wimbledon con sentimenti contrastanti. Da un lato sono, se non un sostenitore, un ammiratore di Andy Roddick, dal giorno in cui disputò a Melbourne, con El Aynaoui, il match della vita, abbracciando infine il marocchino e chiamandolo fratello. Quanto a Murray, ho insieme stima per il suo talento di tennista, e fastidio per certi atteggiamenti suoi e di una madre fanatica, che non riesce a trattenere, dietro un pugnetto isterico, smorfie guerriere, da autentica tifosa: termine che, come sapete, io aborro.
Insieme alla mamma era anche schierato l'intero Regno Unito che, pur disprezzando quegli «frog» dei francesi, fa spesso concorrenza al cittadino «chauvin». Anche per questo, incapace di esser neutrale, non mi sarebbe del tutto spiaciuto un successo di quel galantuomo dell'americano.
Così ho risposto a Della, anche per non deluderla troppo, in modo diplomatico: «Murray può magari anche farcela, se continua a giocare in questo modo eccellente. Ma sarà bene, se ci riesce, che chiuda i set prima del tiebreak, nel quale l'americano parte sempre con uri handicap positivo, grazie alla sua battuta». Simile opinioncina doveva rivelarsi profetica, per quanto sarebbe accaduto nel corso di una partita iniziata in grandissimo equilibrio, risolta in fine dall'invenzione del mio povero amico JimVan Alen da Newport.
Nel terzo e nel quarto, il match avrebbe trovato padrone proprio in seguito a quello che l'amico Gaio Fratini aveva ribattezzato, per niente male, spariglio: laddove tiebreak significa letteralmente rottura di equilibrio. Nel primo Roddick si sarebbe valso dello handicap positivo di ben tre aces per chiudere 9 punti a 7. E nel secondo , quello finale, pur senza aces puliti avrebbe messo a segno altre tre prime vincenti, raggiungendo così, dopo quelle del 2004 e 2005, la sua terza finale di Wimbledon.
Roddick rimane dunque l'avversario del Federer rinato, di un tipo che ha fin qui vinto tutte le finali dal 2003, eccettuata quella dell'anno passato, contro l'infortunato Nadal di oggi. Rimane, non ci sono dubbi, un outsider, anche se, con la collaborazione del coach Larry Stefanky appare non più solo un serve and volleyer, ma un tipo capace di j trarsi fuori da quell'angolo sinistro in cui fu troppe volte imprigionato da avversari di lui più dotati di rovescio.
Quanto al mio svizzero, continua un torneo di quelli che amo definire allenamenti agonistici. Lo scarto tra il match di oggi, e quello ben diverso sofferto a Parigi contro Tommy Haas la dice lunga sulle sue possibilità di attribuirsi il sesto Wimbledon e il record degli Slam: il quindicesimo.
Federer il magnifico. Travolge Haas e trova Roddick che fa piangere l’Inghilterra
Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport del 04.07.09
Il tempo va e viene, come le nuvole di Londra, come in Alice nel Paese delle meraviglie. Il tempo, nelle bellissime semifinali maschili dei Championships, va, insieme all'inesperienza dei 22 anni dell'eroe di casa, Murray. Che cede, di testa, per 6^14-6 7-6 7-6 al finalista del 2004-2005, il mi-glioratissimo cuor di leone Rod-dick, e all'enorme pressione dell'intera Gran Bretagna (in attesa di un campione locale ai Championships da Fred Perry nel 1936).
Record II tempo viene, insieme ai 27 anni di Roger Federer, il primo finalista di 7 Wimbledon di fila, dal 1922 (quando è stato
abolito il Challenge Round), il neò primatista con 20 finali Slam, candidato domani a battere il record di 14.Majors di Pète Sampras. Insieme ai 31 anni di Tommy Haas, che rispolvera il servizio-volée, ma s'inchina a «Roger-Express» con un troppo severo 7-6 7-5 6-3. Insieme ai 26 anni di Roddick, che, con l'aiuto di Jimmy Connors prima e Larry StefanM poi, ha cambiato rovescio e volée, e si ripresenta a sorpresa in finale, ancora contro Federer: «Quest'anno sono arrivato a Wimbledon, non sperando, ma aspettandomi qualcosa. Il gioco è sempre più gambe e meno colpi. Quando sono entrato io fra i primi 10 ero forse il più forte battitore, oggi tutti possono, servire alla grande. Ma io sono molto più positivo sotto tanti aspetti».
Rinascita E' più grande la rinascita di Federer, che a gennaio, dopo la finale degli Australian Open, piangeva in pubblico davanti al solito Nadal—vinto nell'orgoglio e nella fiducia —: o quella di Roddick che giocava l'ultima finale dello Slam agli Us Open 2006, e sembrava ormai sorpassato dai giovani rampanti? Dimenticata la mononucleo-si (e rinfortunato Rafa?), Roger ha ritrovato servizio, dritto, velocità e cambi di marcia. Così, sotto gli occhi degli immortali Laver, Borg, Vilas e Pietrangeli nel Royal Box, tiene con calma e lucidità davanti al tedesco che; al Roland Garros l'aveva quasi eliminato, avanti 2 set e palla del 5-3. Gli strappa il primo tie-break con la risposta, gli to-elie il secondo set con soluzioni
di dritto non contemplate dai manuali, e gli porta via anche il terzo parziale, di forza, con uno smash in salto a rete, dopo 2 ore.
Sfide Federer ha un'arma in più: «A record di 15 Slam di Sampras non mi metterà più pressione dei 5 Wimbledon di fila di Borg. Sono più rilassato, anche perché ho vinto Parigi, e sono contento di come gioco e dei colpi dei momenti importanti». Federar ha uno stimolo in più: «Adoro giocare contro la generazione più giovane, cerco di battere questa e quella dopo, giocando con la storia, ma soprattutto per me stesso. E' il mio incentivo». Federer non sottovaluta Roddick, malgrado i 18 successi in 20 duelli: «Ogni volta è diverso. Prima, restava sul fondo, pòi mi ha fatto servizio-volée anche sulla seconda. Mi divertono le sue reazioni, mi meraviglio del servizio, mi piace giocarci». Ma, in pagella, ai microfoni Sky, gli dà 10 al servizio, 7 alla risposta, 7.5 da fondocampo e 6 alla volée.
Sorpresa Sul più bello, Murray ha una specie di corto circuito, di nervi, dopo due set alla pari, e la rimonta da 1-3 al tie-break. Che Roddick strappa con due armi insolite: rovescio (8 vincenti) e volée (16 punti su 21 discese, contro lo zero assoluto di Andy junior) . E poi si perde, di nervi, nel quarto set, che cede ancora al tie-break, per la pressione della folla e dell'americano, mascherata dal dritto risolutivo: «Io ho fatto più vincenti (76 a 64), meno errori (20 a 24) e più ace (25 a 21), e non ho giocato male, ma lui ha servito benissimo, sempre oltre i 200 all'ora, con il 75% di prime, soprattutto nei tie-break. Ma posso vincere uno Slam, fra Wimbledon, Us Open o Australia».
Scelte Roddick ha due mezzi collassi: dopo il dritto che mette in ginocchio un'intera nazione e sulle scale degli spogliatoi quando s'affloscia, stremato: «Ho fiducia nel variare gioco, ed esprimermi fuori dal servizio-dritto». La verità è altrove: «E' stata mia moglie, Brook (Brooklyne Deeker, ndr) a convincermi che stavo giocando bene, l'anno scorso, qui, quando ho perso al secondo turno. No, non so descrivere quanto vorrei vincere Wimbledon».
Federer vince due volte
Daniele Azzolini, Tuttosport del 04.07.09
Sulla collinetta dei tifosi si ripongono le bandiere, la gente sgombra col muso lungo, le ultime immagini sul maxi schermo sono per Andy, ma è quello sbagliato. Il sogno inglese si spegne in semifinale, come sempre. Tre volte con Taylor, quattro con Henman. Ora Murray. Non è lui il messia: qualcuno, forse in tanti, il dubbio ce l'ha. Esaltare e poi distruggere: difficile rinunciare all'eterno gioco. Ieri mattina Andy Murray era il Predestinato, e marciava sospinto dagli auguri della Real Casa, dagli incitamenti di Sean Connery. La sera lo accoglie fra gli sconfitti, fra i tanti che ci hanno provato senza fortuna. Non ha avuto il coraggio che serviva, si sente dire. E c'è chi si spinge oltre: non è il campione che aspettavamo. Andy, quello giusto, è Roddick. Si accuccia sull'erba, quasi raccolto in preghiera. Non pensava di vincere, ma ha fatto tutto quello che era necessario per andare ancora in finale. La terza, a Wimbledon.
Ma la sorpresa è grande, e quando solleva la testa verso il pubblico, alla ricerca dei volti amici, la moglie Brooklyn Decker, il coach Larry Stefanky, l'incredulità si trasforma in commozione. Finisce così, la semifinale più attesa, con i lucciconi di un americano scanzonato, che si appropria di una prerogativa di Federer e la riversa sulla delusione più cocente che gli inglesi del tennis potessero immaginare.
LA PRESSIONE Murray è stato timido, su questo i connazionali hanno ragione. Ha subito gli strappi tennistici di Roddick, confusionari finché si vuole, ma veementi com'è nel carattere dell'americano. I continui uno-due da boxeur, servizio e dritto, talvolta velleitari e sconsiderati, ma prepotenti e capaci di creare smarrimento in Murray. Al punto da fargli dimenticare il lato debole di Roddick, il rovescio. Era avanti 6-2, Murray, nei confronti diretti, e non vi era un solo motivo per pensare che il risultato non si sarebbe ripetuto. Salvo uno: le sollecitazioni che Murray ha subito, invocato come l'uomo che avrebbe cancellato l'onta nazionale di un torneo che i padroni di casa non vincono da 73 anni. Sono state quelle a renderlo così titubante e insicuro? «Non ho fatto niente di quello che sapevo di dover fare. Non ero io - risponde Murray -. Era una grande occasione, desideravo la finale più di ogni altra cosa». Avrà un anno per meditarci sopra.
LA PERFEZIONE Così, nell'anno del tetto nuovo, Wimbledon avrà una finale antica. Federer era pronto per Murray, chissà se gli sembrerà stravagante ritrovare Roddick, un tennista ormai considerato fuori dal giro dei più forti. Si sono incontrati così tante volte che niente, nei loro match, non è stato già visto: 18 a 2, in favore di Roger, 3 su 3 a Wimbledon. A meno che Stefania, non mediti qualche variazione tat-tica, e Roddick non riesca a metterla in pratica alla perfezione. Ma quale? Federer ha molto impressionato, contro Haas. Ha dato forma a un match perfetto, e lo ha fatto contro un avversario che ha giocato al meglio. Non ha mai concesso una palla break, lo svizzero, ed ha approfittato largamente del poco che il tedesco gli ha elargito. Fino al 5-4 del 2° set neanche Haas aveva mai permesso a Federer di avvicinarlo. Il primo break Roger lo ha colto alla terza occasione, sul 6-5, e nel 3° set vi sono state altre 5 palle break, tutte sul tre pari. Il Federer si è staccato. «Tommy ha giocato benissimo, per questo credo di essermi espresso sui miei migliori
livelli», ha sintetizzato Federer. E alla settima finale consecutiva, qui a Wimbledon. Ne ha vinte cinque, una l'ha lasciata a Nadal, un anno fa. Ora può riprendere il discorso interrot-to, vincere il 15° Slam, e salire in cima alla Storia del tennis.
Federer, il finto perfetto ha smesso di piangere
Claudia Faggioni, il Riformista del 04.07.09
Esattamente un anno fa, a Wimbledon, sembrava si stesse scrivendo la sua fine. Roger Federer, allora n. 1 del mondo, nel suo torneo preferito, sulla sua superficie preferita, perdeva la sesta finale che giocava consecutivamente allo Slam inglese. E la perdeva contro la sua bestia nera Rafael Nadal. Lacrime amare, amarissime, di un giocatore distrutto, dalla mononucleosi che lo aveva colpito e dalla quale non era ancora del tutto guarito, ma anche da quel carattere un po' instabile. che da sèmpre lo ha accompagnato nella sua carriera. Ieri ha battute il tedesco Haas in tre set e domani giocherà la settima finale consecutiva, record assoluto nella storia di Wimbledon. Nadal, questa volta, non ci sarà. La giocherà contro Andy Roddick, giustiziere del beniamino di casa Murray. C'è chi Io ama, e chi lo odia. Il bello di Federer è proprio quel suo sembrare imperturbabile, senza emozioni. Ma sembra così solo a chi non vuole capirlo. Dietro la maschera dell' apparenza, lui mosto, fugacemente, il vero Roger. Solo pochi riescono a vederlo. E chi ci riesce, non può non innamorarsene. Perché nessuno ama la perfezione. E Roger, ed è proprio qui che molti sbagliano, non è perfetto. Pochi sanno di quel bambino che cresceva con la racchetta in mano nei dintorni di Basilea, che spaccava racchette, che non accettava le sconfitte. Roger era così, un gran talento che non riusciva a sfondare per via di un carattere troppo irascibile, forse un po' troppo presuntuoso. Poi, piano piano, quel ragazzino con i capelli raccolti in un codino, tra una scenata e l'altra ha iniziato a vincere.
Ttotti i bambini hanno un giocatore preferito del loro sport preferito. Il piccolo Roger aveva l'americano Pete Sampras. Federer cresce e inizia a vincere, il.primo titolo Atp arriva a Milano nel 2001. Ma nel luglio 2001 succede l'incredibile. Chi lo ama (e lo segue), e soprattutto amava anche Sampras, non può dimenticare quel momento in cui, con le lacrime agli occhi, si inginocchia sul prato. Ce l'abbiamo stampata in testa quell'immagine, che si muove al rallentatore. Erano gli ottavi di finale di Wimbledon: dall'altra parte della rete il suo idolo, Sampras l'imbattibile, che si presentava in campo con una striscia di 31 successi consecutivi allo Slam inglese e 7 titoli conquistati lì. Resterà l'unico incontro ufficiale mai disputato dai due. Roger Federer, 19 anni, piazza una risposta vincente di dritto e sconfigge il suo eroe dopo cinque set di lotta pura.
«Ha un grande futuro» predisse lo statunitense, detentore del record di 14 Slam vinti, eguagliato dall'elvetico lo scorso maggio al Roland Garros. Quel record che potrebbe essere battuto proprio domenica, quando Federer giocherà la sua settima finale consecutiva di Wimbledon. Delle sei giocate finora, ne ha lasciata solo una nelle mani del rivale, le mani di quel Rafael Nadal così diverso da lui, con quel suo gioco da fondo, di potenza, di resistenza. Nadal gli fa paura. Una finale epica, 9-7 al quinto dopo 4 ore e 48 minuti di partita, interrotta più volte dalla pioggia. «È la fine dell'era Federer», veniva detto. E pure i più accaniti tifosi, in cuor loro, anche se non lo ammetteranno mai, almeno una volta ci hanno creduto. Ma da leone, il suo segno zodiacale, Roger non era pronto a cedere lo scettro - anche se materialmente nell'agosto del 2008 lascerà la corona di n. 1 proprio a Nadal - dopo quattro anni di dominio incontrastato (Federer era n. 1 ininterrottamente dal febbraio 2004).
Non è più il n.l, ma quando nessuno l'avrebbe mai creduto, si prende l'ultimo Slam che gli mancava, il Roland Garros. Sono passati sei anni dalla prima finale di Wimbledon e Roger è cresciuto, è sposato, a giorni nascerà il suo primogenito, un maschietto. È un uomo. E domani, sopra quell'erba storica, giocherà la sua settima finale. Chissà se è un caso, uno scherzo del destino, oppure l'ha fatto apposta Roger, con un pizzico di malizia, a chiudere la semifinale di ieri contro Tommy Haas (7/6 7/5 6/3) con uno smash in salto che tanto ricorda quello tipico di Pete. «Come Sampras!» ha urlato un gasatissimo John McEnroe ai microfoni della Bbc. Federer e Sampras si sono sentiti in questi giorni. Domani forse Pete ci sarà. Nadal sicuramente no.
4 Luglio 1981
Un 22enne John McEnroe vince il suo primo titolo a Wimbledon battendo il cinque volte campione uscente Bjorn Borg e ponendo fine alla striscia di 41 partite vinte consecutivamente dallo svedese all’All England Club.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
Il nuovo centrale come appariva durante l'incontro tra Murray e Wawrinka