L’edizione 2009 di Wimbledon si chiude con il sesto trionfo dello svizzero, il quindicesimo nei tornei dello Slam. Roddick eroe sfortunato. Murray come Henman. Male Djokovic e Tsonga. Grande Haas. Bravo Karlovic. Vassalli di tutto il mondo, unitevi... Enzo Cherici
L’edizione numero 123 di Wimbledon è ormai alle spalle. S’è trattato di un’edizione a suo modo storica, preceduta subito da un clamoroso colpo di scena: la rinuncia in extremis – a tabelloni ormai compilati, ahi ahi ahi – del numero uno del mondo e detentore del titolo, Rafa Nadal. Chi sognava il bis della finale dell’anno precedente doveva rassegnarsi prima ancora di cominciare. Del Potro (sic) prendeva il posto di Nadal nel tabellone e poteva così prendere il via un torneo con Roger Federer ormai chiaro favorito. Com’è finita, lo sappiamo già. Vediamo allora di scoprire assieme le note liete e le delusioni maggiori di questo torneo.
Chi sale
Federer: l’assenza di Nadal gli imponeva la vittoria come unico risultato possibile. Qualsiasi altro risultato, per qualsiasi altro motivo, lo avrebbe relegato con ignominia dietro la lavagna. Missione compiuta. È vero, ha faticato le proverbiali sette camicie in finale contro Roddick, ma qui occore capirsi per bene. Quando domina, non ha avversari. Quando perde 9-7 al quinto (contro Nadal o Safin non importa), non ha carattere. Quando vince 16-14 al quinto, lo fa soffrendo troppo o giocando male, quindi di nuovo non va bene. Come se il vincere giocando non al meglio non sia invece uno dei segni distintivi dei veri fuoriclasse. Insomma, bisogna che ci si metta d’accordo una volta per tutte. Esiste forse un modello di vittoria-tipo per portare a casa uno Slam? Non risulta. Altra leggenda metropolitana quella della mancanza di avversari. “Periodo di interregno”. “Troppo facile vincere gli Slam incontrando gli Hewitt e i Roddick in finale”. “Prima non c’erano i vari Djokovic e Murray”. Poi arriva Wimbledon 2009 e cosa succede? Che Hewitt distrugge Del Potro. Che Haas umilia Djokovic. E che il tanto vituperato Roddick spegne sul nascere il sogno dei sudditi di Sua Maestà, riportando sulla terra il pompatissimo Murray. Finita qui? Macché! C’è da fare i conti col nuovo fattore che decide gli incontri di tennis nel ventunesimo secolo, più del dritto a sventaglio o degli aces: il vassallaggio! Che altro non sarebbe che quella cosa, da che mondo è mondo, presente in tutti gli sport e fin qui meglio nota come sudditanza psicologica. Quante volte nel calcio la squadra più debole è raggiunta e superata dalla più forte nei minuti finali d’una partita, magari dopo aver mancato da poco il gol del raddoppio? Quante volte nel ciclismo abbiamo vissuto la scena del fuggitivo di turno rimontato negli ultimi metri d’una gara? Così come nel nuoto o nell’atletica. Tutti vassalli? Nello sport da sempre esistono fuoriclasse assoluti che per la loro stessa presenza incutono timore nell’avversario. Nel tennis questo accade in modo particolare. Gerulaitis e Vilas erano vassalli di Borg? Lendl era vassallo di Becker, dal momento che ci perdeva sempre negli Slam? Agassi era vassallo di Sampras? Ovviamente no. Si trattava di straordinari giocatori che soffrivano particolarmente il gioco e la personalità dei campioni citati. Tornando alla finale, per una robusta corrente di pensiero Roddick avrebbe sbagliato la famosa volée nel tiebreak del secondo set causa vassallaggio. Può darsi. Come la stessa volée avrebbe potuto sbagliarla lo stesso Federer contro Nadal per lo stesso identico motivo. Federer è per questo un vassallo di Nadal? La verità è che nel tennis di oggi, tutti sono “vassalli” di Federer e Nadal. Semplicemente perché loro due sono nettamente più forti di tutti gli altri. Ricordate la semifinale di Madrid in cui Rafa annullò 3 matchpoint ad un disperato Djokovic? Vassallaggio? No, Nadal vinse perché più forte. Il vassallagio, vero o presunto, c’entra poco o niente. Si è inferiori, non vassalli. Se Federer conta 15 titoli dello Slam in bacheca non è a causa di bislacche teorie sul vassallaggio o altro, ma semplicemente perché, piaccia o no, è il più forte di tutti. Sappiamo già che il più grande di sempre non esiste, ma se mai dovessimo iniziare a ragionarci sopra Roger Federer non può non essere preso in considerazione. Da Wimbledon 2003 a Wimbledon 2009 ha portato a casa 15 titoli in sei anni (11 dei quali dalla conquista del primo titolo di Nadal). Borg, tanto per fare un paragone impegnativo, ne vinse 11 in sette anni (1974-1981). Il resto sono chiacchiere.
Roddick: si sognerà quella volée per chissà quanto. D’accordo, non aveva ancora vinto. Ma sopra di due set avrebbe reso la vita dannatamente dura al fuoriclasse svizzero. Resterà comunque il suo straordinario torneo, impreziosito dalla perla in semifinale contro Murray e dalla fantastica finale giocata contro Federer. Un bravo anche al suo allenatore, Larry Stefanki, che ci ha restituito un nuovo Roddick, con armi – vedi l’efficacissimo slice di rovescio – che non gli conoscevamo (noi e i suoi avversari). È dura digerire una sconfitta di questo genere, ma può forse consolarsi pensando ad Ivanisevic, che dopo tre sconfitte in finale ha trovato il colpo di coda per portarsi finalmente a casa il trofeo. A Goran fece un grande favore un giovanissimo Federer eliminandogli la sua bestia nera, Pete Sampras. Bisogna che Roddick trovi qualcuno che gli elimini questo Federer. Sperare non costa niente. Mai dire mai.
Haas: è sempre stato bellissimo da vedere. Elegantissimo nei gesti, nel corso della sua carriera ha dovuto pagar dazio per infortuni di tutti i tipi. Lo scorso anno sembrava francamente avviato verso un inevitabile viale del tramonto. Dopo qualche buona prestazione qua e là, a Parigi il risveglio. Arriva a tanto così dall’infrangere i sogni di gloria di Roger Federer. Sbarca poi sull’erba di Halle e scherzando Djokovic in finale si porta a casa il torneo, diventando così uno dei pochi ad aver vinto tornei su tutte le superfici. A Wimbledon il suo capolavoro. Al terzo turno batte l’emergente Cilic 10-8 al quinto, addirittura annullando 2 matchpoint. Nei quarti, seconda lezione di gioco su erba a Djokovic in quindici giorni, facendo serve&volley costantemente su prima e seconda di servizio. Uno spettacolo. In semi ha dovuto arrendersi ad un Federer inavvicinabile al servizio, disputando comunque una buonissima partita. Speriamo duri.
Hewitt: insieme ad Haas la più bella sorpresa del torneo. Dopo l’operazione all’anca ha faticato parecchio nel trovare continuità, ma qui a Wimbledon ha giocato un torneo sontuoso, appendendo tra l’altro alla sua cintura scalpi importanti. Prima Del Potro nel secondo turno, incartandogliela per tre set a zero. Poi la fenomenale rimonta contro Stepanek. Infine la dignitosissima sconfitta contro il miglior Roddick di sempre. Chapeau.
Ferrero: è stato proprio il torneo degli ex numero uno del mondo. Dopo Roodick e Hewitt, ecco il prode Juan Carlos. D’accordo, non aveva un tabellone insormontabile. Però l’ha sfruttato alla grandissima. E comunque ha pur sempre dovuto superare tipastri rognosi come Gonzalez e Simon. Contro Murray ha retto un set e mezzo prima di esporre bandiera bianca. Ha comunque onorato alla grande la Wild Card concessagli dagli organizzatori. Bravissimo.
Karlovic: chi segue questa rubrica sa che non è il nostro giocatore preferito. Tuttavia questa volta va dato ad Ivo quel che è di Ivo. Non sarà elegantissimo o bellissimo da vedere, ma per una decina di giorni ha sfruttato alla grande la sola arma di cui dispone, senza mai cedere il servizio per i primi quattro turni e rispedendo a casa giocatori del calibro di Tsonga e Verdasco. Fosse capitato nella parte alta del tabellone sarebbe potuto andare ancora avanti. Purtroppo per lui gli è capitato Federer e dopo nove-minuti-nove aveva già ceduto la battuta, allora addio. Ma ha sicuramente giocato il suo miglior torneo dello slam. Un solo consiglio, cambi al più presto quell’esultanza finale: inguardabile!
Soderling: in formissima, ha confermato alla grande quanto di buono mostrato al recente Roland Garros. Ancor di più nel suo caso vale il discorso fatto per Karlovic: dove sarebbe potuto arrivare senza Federer tra i piedi? Secondo noi lontano, molto lontano. Per capirci, se al posto di Wawrinka avesse incontrato lui Murray il torneo dello scozzesse si sarebbe probabilmente interrotto molto prima della semifinale. Sfigatissimo.
Chi scende
Murray: la vera delusione del torneo. Lo aspettava una nazione intera, lui diceva di non sentire pressione, ma la sentiva eccome. Non si spiegano altrimenti le paturnie evidenziate già al primo turno contro un non trascendentale Kendrick e l’immane fatica fatta per liberarsi del primo Wawrinka di passaggio. E siccome prima o poi i nodi vengono sempre al pettine, eccolo lasciarci le penne in semi al cospetto del nuovo Roddick, quando ormai tutti lo davano per sicuro finalista contro Federer. Ma risultato a parte, la delusione vera è nel gioco. Avrebbe mezzi enormi, ma sceglie di limitarsi ad uno sterile tic-tac, anziché cercare di essere più aggressivo. Fosse una squadra di calcio, giocherebbe solo in orizzontale anziché verticalizzare. Giustamente respinto con perdite come un Henman qualunque. Ma attenzione, ha tutto, ma proprio tutto per vincere prima o poi questo torneo. Dovesse accadere, speriamo almeno che la mamma rimanga a casa.
Djokovic: più che la delusione del torneo, rischia di diventare la vera delusione dell’anno. Mai raggiunte le semifinali in nessuno dei tre tornei dello Slam disputati finora. Una preoccupante apatia in campo, figlia d’una altrettanto evidente involuzione nel gioco. Del suo famoso rovescio lungolinea s’è ormai persa ogni traccia. Qualche sprazzo qua e là nei Masters 1000, ma sembra diventato di colpo non competitivo sulla distanza dei 3/5. Lo scorso anno, alla vigilia d’ogni Slam, i Federer e i Nadal aspettavano di sapere, con giustificato timore, a chi sarebbe toccato Djokovic in semi. Oggi pagherebbero per averlo. Sveglia!
Del Potro: già vederlo lassù in tabellone, al posto di Nadal, faceva una certa impressione. In ogni caso, dopo lo strepitoso Roland Garros disputato, ci si attendeva una conferma anche sulla non più velocissima erba di Wimbledon. Niente di tutto questo. Un tabellone infame lo piazza in rotta di collissione con Hewitt già al secondo turno. Ne uscirà con le ossa rotte. Tre set a zero e il primo volo da Heatrow è tutto suo. Riuscisse ad issarsi sino alla seconda settimana, col fondo campo ridotto “come le sponde del Nilo” (cit), potrebbe forse avere qualche chances. Ma resta forte l’impressione che non si trovi proprio a suo agio su questi prati. È giovane, forse si rifarà. Per ora bocciatissimo.
Tsonga: grossa delusione. Lo scorso anno saltò Wimbledon per infortunio e si era tutti curiosi di vederlo all’opera in questa edizione, ipotizzandolo adatto per caratteristiche tecniche e fisiche ai prati londinesi. Macché. Soffre le pene dell’inferno contro Golubev (comunque interessante), sorvola il secondo turno per la rinuncia di Bolelli (avrebbe comunque vinto), cede di schianto al terzo, seppellito di aces da Karlovic. E con l’onta aggiuntiva d’un break subito, senza procurarsi a sua volta lo straccio di una palla break. È forte, prima o poi farà sicuramente bene da queste parti. Ma per ora, dietro la lavagna.
Enzo Cherici
5 Luglio 1980
In una delle partite più belle della storia dello sport, Bjorn Borg conquista il quinto consecutivo titolo a Wimbledon battendo John McEnroe 1-6 7-5 6-3 6.7 8-6 in 3 ore e 53 minuti.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
Il nuovo centrale come appariva durante l'incontro tra Murray e Wawrinka