Dibattiti

Piu' vassalli o piu' campioni?

Ad alcuni giocatori viene affibbiato il soprannome da perdente, oppure addirittura “vassallo”, in seguito a sconfitte subite (guarda caso) dai giocatori più forti anche se non al meglio. Ma i campioni non vincono anche giocando male? Elisa Piva

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Vassallaggio, termine che ultimamente si legge dopo alcune vittorie in cui l'underdog si trova in vantaggio, ma nei momenti decisivi, quelli in cui si deve infliggere il colpo di grazia al campione, spreca sciaguratamente l'occasione. Quasi come se facesse apposta a perdere, come se non volesse vincere per non usurpare il trono del Re.
La verità è che non esistono nè vassalli, nè valvassini, nè valvassori, così come non esiste il re.
Esiste solo un giocatore forte, più forte del suo avversario, più forte mentalmente, uno giocatore che nei momenti chiave riesce a tenere i nervi saldi e uno che si fa prendere dal nervosismo.
Se uno dei due contendenti nei momenti topici del match commette errori banali, non è un vassallo, è uno che non riesce a controllare i nervi. Se a tanti succede proprio contro Federer, e ultimamente anche contro Nadal chiedetevi il perchè... Cos'avranno mai fatto questo svizzerotto e questo maiorchino per godere di tanta ammirazione e tanti ossequi da parte degli avversari. Semplice: chiamasi campioni. L’aura da invincibili, da grandissimi, se la sono costruita sul campo, con le imprese compiute, con il tennis e le vittorie. Non hanno rubato le caramelle ad un bambino.
E la differenza sta proprio qui, tra il campione e il buonissimo giocatore.
Voi penserete 'vassallaggio o sciolte nei momenti decisivi si equivalgono', ma no, non è così. E' un'offesa di vigliaccheria che si contrappone ai maggiori meriti altrui.
Allora i 5 match point sprecati da Nalbandian contro un Nadal tutt'altro che irresistibile diventa il giocatore sfavorito che si trasforma nel servo che si rimette al padrone. Allora la volèe di Roddick sbagliata sul 6-5 del tie-break è il segnale del suddito che china la testa, non conta che dopo quell'episodio non vi sia stata alcuna sciolta, ma anzi, che la guerra sia continuata fino al 16-14 al quinto set. Il doppio fallo di Verdasco sul match point a Melbourne contro Rafa è l'ennesimo gesto di resa al campione che non può perdere. Non si riconoscono i meriti ad un grande giocatore, che ha contribuito a rendere epica una battaglia, no, perchè doveva vincere ma l'eccessiva ossequiosità gli ha impedito di infliggere una simile onta al campione. Non ultimo il match point sprecato (?) dalla Dementieva contro Serena, raggiunto dopo aver giocato la sua miglior partita di sempre forse contro una Williams non al massimo. Ma è un match point sprecato o salvato da Serena, che in quel punto, ha messo una gran prima, effettuato un bel attacco e una volèe imperiosa? Semplicemente una ha giocato da campionessa, e Elena è tornata ad essere se stessa, “solo” una buonissima giocatrice.

Il tennis però è uno sport nobile, in cui regna il fairplay. Allora perchè non godersi le gesta dei protagonisti in campo, perchè non ammirare semplicemente i match, lo spettacolo e, se ci sono, annotare i record senza storcere il naso. Volendo fare a tutti i costi i salmoni, andando contro corrente e cercando di ridimensionare, di minimizzare, di banalizzare la grandezza di un campione solo perchè non è il preferito (leggasi ipotesi di vassallaggio appunto).
La gravità della vicenda non è nemmeno l’incapacità di levarsi il cappello davanti alla grandezza di un giocatore, ma la cecità causata da quel deplorevole fenomeno del tifo contro. Tutto questo dovuto al fatto che il tennis non è l'esempio di sport che abbiamo in Italia.
E allora anche la rivalità tra due campioni come Federer e Nadal si trasforma in una faida tra invasati, che godono quando l'altro perde e non quando il campione del cuore vince. Un po’ come accade nei derby calcistici. La rovina della cultura sportiva. I tifosi riescono a deturpare una rivalità sana, e arrivano persino a detestarsi, a differenza di protagonisti. Ognuno a difendere il proprio beniamino, incapace di riconoscere meriti altrui, con il paraocchi.
Se per caso butta male, non ci si dorme la notte. Al diavolo la bella ovvietà “è tennis, se vince tizio io dormo lo stesso”, non ci si da pace invece, e si deve per forza trovare un motivo per svilire le vittorie altrui. Ma il tennis non era un gioco? Cos’è dunque tutta questa acredine? Come possono gli appassionati definirsi tali se non riescono ad applaudire davanti ad incredibile gesto tecnico, troppo condizionati da chi lo ha compiuto, ma si concedono solo un sorriso amaro, dispiaciuti piuttosto che compiaciuti per aver dovuto assistere e ‘sopportarlo’.

Elisa Piva

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