A un anno dalla sua esplosione, il gigante di Tandil si ripresenta sul cemento americano. I suoi progressi, i sogni da numero uno, l’obiettivo di mettere i bastoni fra le ruote ai “Fab Four”. Ci riuscirà? Mauro Cappiello
Luglio-agosto 2008. Mentre il mondo dello sport ha lo sguardo proiettato a Pechino per le Olimpiadi, tra Europa e Stati Uniti un tennista appena diciannovenne sta per fare il grande salto. In poco più di un mese da favola Juan Martin Del Potro vince uno dopo l’altro i tornei di Stoccarda, Kitzbuhel, Los Angeles e Washington ed entra nella storia. Nessuno prima di lui era arrivato a tanto: aggiudicarsi i suoi primi quattro tornei in successione, “back-to-back”, come dicono gli inglesi.
Sono passati dodici mesi e il ragazzo di belle speranze, il più giovane dei primi cinquanta insieme a Marin Cilic (che ha cinque giorni meno di lui) è diventato un top-ten stabile. Molte cose sono cambiate. Delpo ha superato i problemi alla schiena che, fino a inizio della scorsa stagione, facevano di lui uno dei giocatori con maggior percentuale di ritiri nel circuito. Il lavoro svolto con il nuovo preparatore atletico Horacio Anselmi e con il coach Franco Davin ha dato i suoi frutti.
La programmazione, ora, è quella oculata di un veterano: incurante delle ripercussioni sulla classifica, Del Potro ha scelto di non difendere il titolo a Stoccarda e di ignorare il torneo di Amburgo, che quest’anno ha preso il posto di Kitzbuhel. Assente anche a Los Angeles, ha deciso di puntare direttamente al bersaglio grosso: solo il torneo di Washington (che inizia lunedì) come trampolino di lancio verso i due Masters 1000 sul cemento e gli US Open, per rompere le uova nel paniere ai quattro di testa, Federer, Nadal, Murray e Djokovic, cui, dopo la finale a Wimbledon, si è aggiunto anche Andy Roddick.
Del Potro è uno dei giocatori più attesi all’inizio della stagione sul veloce americano. Risultati alla mano, è impossibile non considerarlo tra gli uomini da battere. Nei tornei giocati quest’anno ha raggiunto nove volte su undici almeno i quarti di finale. Sul duro, poi, rimane ben stampata nella memoria l’impresa di Key Biscayne, dove lo spilungone di Tandil riuscì a recuperare due break di svantaggio nel terzo set e a battere Rafa Nadal, reduce dalla doppietta Australian Open-Indian Wells.
Il timore reverenziale verso i più forti, che lo aveva afflitto nel quarto di finale con Federer all’Australian Open (dove subì una disfatta: 6-3 6-0 6-0), adesso sta gradualmente andando via. Oltre al successo su Nadal a Miami, c’è infatti anche quello su Murray a Madrid (che Juan Martin considera la vittoria più importante della sua carriera) e, soprattutto, l’impresa sfiorata al Roland Garros contro Roger Federer in una partita che l’argentino sembrava a un passo dal portare a casa, dopo aver servito e giocato in maniera sontuosa per più di due ore.
Del resto, riguardo alle sue possibilità, il ragazzo ha sempre avuto le idee ben chiare: «Gioco a tennis per tre cose – ha dichiarato in un’intervista al mensile argentino Brando, poco prima di Wimbledon –. La fama, il prestigio e la gloria». Ad alimentare le sue ambizioni ci si è messo poi anche un grandissimo del passato come Guillermo Vilas: «Del Potro è sulla buona strada per diventare il numero uno del mondo. Per esserlo bisogna vincere gli Slam e lui, con poca esperienza, c’è già stato molto vicino. È sulla strada giusta, come Djokovic e Murray».
Dichiarazione alla quale, il 20enne numero 6 del ranking ha risposto facendo un bagno di umiltà: «Il numero 1 è il mio sogno, ma è un sogno troppo lontano. Che lo dica un grande personaggio come Vilas è un privilegio, un orgoglio. E so che lo dice sinceramente, perché lo conosco e ho con lui un buon rapporto» spiega in un’intervista a Maximiliano Boso de “La Nacion”. A preoccuparlo è il divario ancora esistente con i giocatori che lo precedono, come ad esempio Murray: «La differenza c’è ed è tanta. Dovrò lavorare duro per ridurla, ma non so se ci riuscirò già quest’anno o l’anno prossimo». Poi c’è il problema di mantenere alto il livello di gioco tutta la stagione: «Soprattutto, se voglio diventare il miglior giocatore del mondo, devo imparare a giocare bene su tutte le superfici, come ha fatto Nadal».
Quest’anno ha capito che l’erba di Wimbledon ancora non fa per lui, quando ha perso da Hewitt al secondo turno. Alto e potente, con un gioco fondamentalmente piatto e senza tagli, il tennista argentino cresciuto ammirando proprio Hewitt, oltre che Sampras e Safin, e sognando di giocare in doppio con la Sabatini, ha comunque voglia di migliorarsi anche sui prati: «Wimbledon mi piace, perché giocare sull’erba è molto difficile – dice ancora al mensile Brando –. Credo che a nessun argentino piaccia Wimbledon, invece a me sì. Il mio tennis mi consente di giocare bene sull’erba, ma devo imparare molto. Vincere a Wimbledon è la cosa più importante che possa capitare a un tennista».
Ma per i Championships c’è tempo. Adesso dietro l’angolo c’è il cemento di Flushing Meadows, «il mio torneo preferito. La superficie, New York, la gente… Questo torneo “me encanta”». L’anno scorso solo Andy Murray riuscì a fermarlo, ai quarti di finale, dopo un match tiratissimo, interrompendo a 23 la striscia di partite consecutive vinte da Del Potro nell’estate 2008.
Ora, per la prima volta nella sua carriera, Juan Martin gioca con una montagna di punti da difendere: sono 1.200 fino a metà settembre. Tanti, se si considera che sono quasi un quarto del totale della sua attuale classifica. Ma anche pochi, se rapportati a quelli che scadranno al trio di testa. Del resto è vero che l’estate scorsa l’argentino è andato come un treno. Ma è anche vero che non giocò negli eventi che davano più punti (Toronto, Cincinnati e le Olimpiadi). Ecco perché Del Potro si trova dinanzi a un bivio: con un’ottima stagione sul cemento, magari complice anche qualche risultato deludente di chi gli sta davanti, potrebbe accorciare il divario tra lui e i “Fab Four”. Con dei risultati mediocri, invece, potrebbe scivolare verso la parte bassa dei top-10.
Ma se sul veloce nord-americano si presenterà lo stesso giocatore che abbiamo visto in semifinale al Roland Garros e venti giorni fa conquistare due (inutili) punti in Davis contro la Repubblica Ceca, la seconda ipotesi sembra decisamente da scartare.
Mauro Cappiello
19 Luglio 1946
Nasce a Bucarest, in Romania, Ilie Nastase, forse più conosciuto per il temperamento insolente in campo che per l'immenso talento tennistico che lo ha portato alla vittoria degli US Open nel 1972 e a quella del Roland Garros nel 1973.
Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker
Il nuovo centrale come appariva durante l'incontro tra Murray e Wawrinka