Wallace, Federer e Sampras: il tennis come esperienza religiosa

Wallace, Federer e Sampras: il tennis come esperienza religiosa

TENNIS – Terza puntata (in due parti) della piccola biblioteca del tennis: oggi si parla di un classico della letteratura tennistica, Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace


Wallace D.F., Il tennis come esperienza religiosa, tr. Granato G., Einaudi, Torino, 2012.

 

Finalmente riunite in un unico libro due immersioni sensoriali di Wallace nel mondo del tennis. Il lodato sempre sia lodato Federer come esperienza religiosa e (finalmente) la traduzione in italiano di Democrazia e commercio agli US Open. Col senno del poi un alfa e un omega che racchiudono un’epoca. Federer da una parte e Sampras dall’altra. Londra versus New York. Il tempio del tennis e il suo Gran Bazar. Come per tutti i grandi scrittori di tennis quel rettangolo diviso da una rete è sempre un medium che permettere di accedere ad altri livelli della realtà incorporati in quello che solo apparentemente è uno sport. Se si può discutere che la stupefacente osmosi della scrittura di Wallace col suo presente manifesti oggi qualche ruga, non si può dire la stessa cosa quando David scrive di tennis[1]. Fidatevi.

Cominciamo da Pete. Siamo a New York. Il mach è un quarto turno. L’avversario è Philippousis. Il centrale sembra “una grande torta nuziale”. “Sampras petto inesistente, rivolge un timido sorriso al suolo e ha calzoncini celesti (…) oversize che lo fanno sembrare un po’ un bambino con i vestiti del padre.” “… colpisce la palla con l’economia disinvolta che caratterizza tutti i veri campioni nella fase di riscaldamento, la serena nonchalance di un animale in cima alla catena alimentare. … questo terzo turno ha un fascino tutto particolare perché vede fronteggiare due greci che non vengono dalla Grecia, una specie di guerra del Peloponneso postmoderna”.

Personalmente mi farei allegramente un paio di anni di carcere per (de)scrivere così. Mentre le persone normali vedono semplicemente lo scontro tra due campioni (uno e mezzo?) Wallace vede Sparta contro Atene duemilacinquecento anni dopo. La potenza virile e un po’ robotica di Philippousis contro lo sguardo malinconico, saggio e triste di Sampras, quello sguardo cerebrale “che solo le democrazie possono avere”. Che dire? Il breve saggio/racconto si sviluppa su due livelli. Il tennis giocato e l’ “intorno”. Accanto al talento tutto wallaciano di scattare foto narrative in grado di trasformare in parole dettagli cinetici che tutti percepiamo ma solo dopo averli letti accedono alla nostra coscienza, c’è un gran contorno fatto di Hot dog con cipolle, psicopubblicità, prezzi da strozzini, stand improbabili, taxisti, spacciatori e bagarini organici alla grande festa del consumo rappresentata da un torneo dello Slam. In ultima analisi una moltitudine di persone[2] che cerca solo di venderti qualcosa, qualsiasi cosa. In fondo, ci ammonisce Wallace, se Atene ci sta più simpatica di Sparta non bisogna dimenticarsi che i motivi che le hanno portato alla guerra fratricida è stato il commercio, quel commercio drammaticamente organico alle democrazie e alle guerre condotte in suo nome. Quel commercio così incorporato nel tennis professionistico contemporaneo.

L’altro livello è quello meramente tennistico in cui le descrizioni si fondono con le analogie producendo piccole gemme che fanno venire voglia di applaudire. “… ha un servizio dall’effetto quasi wagneriano” “Sampras ha un misto magico di flessibilità e tempismo che gli permette di riversare tutto il peso della schiena e del busto sul servizio… l’impressione che il corpo sia un unico grosso muscolo, una specie di anguilla arrabbiata pronta al guizzo”. “Sampras dà l’impressione di colpire la palla e smaterializzarsi, rimaterializzandosi poi da un’altra parte nella posizione perfetta per il tiro successivo. Non ho una teoria su come faccia. Che io ricordi, Ken Rosewall è l’unico altro giocatore che sembrava capace come lui di guizzare dentro e fuori dall’esistenza.” Insomma “(Sampras) sembra aleggiare come forfora per tutto il campo”.

Se pensate che tutta sta roba (e molto altro) sta in 36 pagine, ed è solo la prima parte del libro, ed è anche la meno famosa, non ci sarebbe da aggiungere altro. Quando la cronaca è affrontata con le armi della letteratura, la pagina diventa meglio della partita.

Se l’immersione sensoriale a New York diverte e fa pensare è quella su Federer che proietta Wallace nell’immortalità della letteratura a sfondo tennistico. Ne parleremo nella seconda parte di questo articolo. Per ora vi lascio con una chicca nascosta in una nota a piè di pagina (p. 16): “Un’altra cosa di Sampras che fa tenerezza è che inzuppa sempre di sudore i pantaloncini azzurro neonato in un modo imbarazzante che fa pensare all’incontinenza e rivela agli occhi del mondo le strisce del sospensorio. (…) se mi piace tanto forse è perché rende Sampras umano e mi permette di identificarmi con lui in un modo precluso dalla bellezza semplicemente soprannaturale del suo gioco. Altre debolezze analoghe capaci di rendermi umani i giocatori trascendenti erano le escandescenze di Mc Enroe… e la compulsività di Connors nel toccarsi e sistemarsi i testicoli dentro il sospensorio in campo, come se avesse continuamente bisogno di sapere dov’erano”.

 

Prossima puntata: Wallace, Federer e Sampras: il tennis come esperienza religiosa (II Parte)

 

Puntate precedenti:

Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

A. Agassi, Open, Einaudi, 2011.

 

 

[1] In generale ritengo che quando Wallace scrive di cose che vede è insuperabile. Quando invece deve inventare ed esplora la forma racconto o romanzo, pur toccando vette commoventi, il rischio di andare fuori giri è presente.

[2] “La pazienza dei newyorkesi per folle, file, frodi e attese fa davvero effetto se non ci sei abituato; se ne stanno buoni buoni in luoghi asfittici per periodi lunghissimi, negli occhi quella combinazione puramente newyorkese di meditazione zen e depressione clinica, un’infelicità dichiarata mai condita da una lamentela”, p. 30.

 

Pier Paolo Zampieri

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