Tre profili di grandi campioni: Gigi Riva, Alex Del Piero, Dino Zoff

Tre profili di grandi campioni: Gigi Riva, Alex Del Piero, Dino Zoff

NON SOLO TENNIS – Due compleanni in questi giorni per i primi due, un libro per il portiere dei record. Profili di Ubaldo Scanagatta per il libro “Mezzo Secolo di Campioni” (1957-2011) scritto per il Credito Sportivo

1970 GIGI RIVA

ROMBO DI TUONO

nato a Leggiuno 7 novembre 1944
Forza, velocità, azioni dirompenti, tecnica, carattere, sinistro terrificante, elevazione per colpi di testa straordinari, c’era tutto questo, e anche di più, in Gigi Riva, probabilmente il più grande attaccante italiano del dopoguerra, il cannoniere più celebrato di sempre insieme a Piola e Meazza, con quel soprannome, Rombo di Tuono, che è diventato il più noto tra i tanti fortunati appellativi coniati da Gianni Brera: “Tra i primi, l’avevo visto sbozzarsi a fatica da un ossuto traccagno del mio paese lombardo. Fasci di muscoli guizzavano imperiosi fuor dell’impianto rozzo e quasi greve….Rombo di Tuono esplodeva saette cogliendo al volo dal limite i lunghi traversoni di Domenghini e altri dall’ala: colpito in pieno collo, il pallone schiattava letteralmente fra i pali”.
C’erano in Riva _ o Giggirriva come lo chiamavano i sardi _ anche grandi qualità morali, la fedeltà ai propri principi, l’attaccamento alla maglia del Cagliari, alla terra di Sardegna e alla sua gente, che non volle tradire mai anche quando gli arrivarono, estate dopo estate, offerte da capogiro dagli squadroni più prestigiosi del Nord. Le avesse accettate avrebbe forse avuto una vita meno serena, ma avrebbe anche vinto tanto di più. Una serietà a prova di portafogli, dunque un esempio per tutti, seppur pochissimo imitato (Antognoni? Totti?) per diventare la bandiera di una squadra non abituata a lottare per lo scudetto. La Juventus arrivò ad offrire per lui un miliardo e 7 giocatori in comproprietà. Inutilmente.
Nel Cagliari, dove lui _ nato in provincia di Varese a Leggiuno sulle rive del lago Maggiore il 7 novembre del 1940 nella famiglia più povera del paesino di 3.000 anime _ arrivò dal Legnano quando i sardi erano ancora in B nel ’63 dando il via con 8 gol alla promozione e ad una fantastica escalation, Gigirriva non potè che vincere un solo scudetto, miracoloso peraltro, il primo in assoluto d’una squadra del Sud (1969-1970), anche se in 13 campionati consecutivi segnò 156 reti in 289 partite, in media più di un gol ogni due.
In Nazionale, sostenuto da compagni ben più forti, la media sarebbe stata superiore, 35 gol in 42 partite, quoziente 0,83, quasi un gol per match e un record (strappato a Meazza) che resiste da quando lui ha attaccato le scarpette al chiodo (1976). Duro da eguagliare. Con la Nazionale ha perso solo quattro partite, vincendone ventitre, pareggiandone quindici. Campione europeo nel ’68 (il primo dei due gol del 2-0 alla Jugoslavia lo marcò lui), secondo con il Cagliari nel campionato italiano del ’68-’69 dietro alla Fiorentina ma tre volte capocannoniere (a fine ’67,’69 e ’70 con 18, 20 e 21 gol), secondo anche nel “Mundial” messicano del ’70, e nella classifica del Pallone d’Oro nel ’70 alle spalle di Rivera, subì anche due terribili infortuni che, entrambi occorsi in partite della Nazionale, lo tennero lontano dai campi di gioco per parecchi mesi mettendone a repentaglio la carriera.
Con il Portogallo (1968) si fratturò il perone sinistro. Con l’Austria (1970) il perone e i legamenti della gamba destra. Altri si sarebbero arresi per molto meno. Lui no. Tornò anzi forte come prima. Fino allo strappo muscolare che il 1 febbraio del ’76, nel corso di una partita a San Siro con il Milan, pose a fine alla sua carriera a 32 anni e, quasi simbolicamente, fu preludio alla retrocessione del Cagliari in serie B quattro mesi dopo.
L’esordio in azzurro lo aveva fatto nel ’65, ma ai mondiali inglesi segnati dalla disfatta coreana, partecipò solo come turista. Invece i suoi gol furono decisivi, oltre che per l’Europeo del ’68, per le qualificazioni ai mondiali del ’70 _ indimenticabile la rete con il tuffo di testa contro la Germania Est a Napoli _ e i tre in Messico, incluso quello alla Germania Ovest (il terzo del famoso 4-3) con una gran botta di sinistro dalla distanza.
Non aveva avuto un’infanzia facile il povero Gigi. Ha 9 anni quando una pressa gli sfonda lo stomaco, muore suo padre Ugo, ex barbiere e poi sarto. Perde anche una sorella, a lungo ospedalizzata, mentre un’altra che andava a trovarla viene travolta da un’auto: tre anni a letto, uno in coma. Gigi è irrequieto, cambia tre scuole,mamma Elisa è costretta ad affidarlo a un collegio religiosi finchè lui prende la licenza media. L’unica cosa che gli piace è giocare a calcio nel campetto dell’oratorio. “Non riuscivo a immaginare una vita normale senza lo sport, senza il calcio. Andavo bene in atletica, 100 e 200 metri. Nato in riva al lago nuotavo bene. Mi piaceva il ciclismo. Ma il calcio era una mania”.Lì corre a piedi nudi, “per non rovinare le scarpe e la pianta dei piedi era una suola di calli”, non passa mai il pallone, ma segna subito gol a grappoli. “In campo ero egoista, fuori mai…La parrocchia vinceva sempre, il parroco era contento, ma guai se alla domenica saltavamo la Messa”. L’ingaggio nella sua prima squadra dilettantistica, il Laveno, prevede l’abbonamento per il bus e mille lire a punto. Lui arrotonda lavorando in una fabbrica di ascensori di Leggiuno. Quando passa, nel ’62, al Legnano in serie C, ha 22 anni e perde anche la mamma. Quanti calci dalla vita.
“Ero orfano, senza punti di riferimento. Ti mancano disperatamente gli affetti, la mamma soprattutto. Ti porti dentro qualcosa che gli altri non hanno. Impari a non arrenderti mai. A reagire. A soffrire. Le difficoltà che incontri nel calcio sono una stupidaggine di fronte a quelle della vita. Le botte dei difensori sono carezze al confronto con le bastonate dei lutti, della solitudine, delle privazioni. Sei costretto a crescere prima del tempo, a diventare adulto anche se hai il fisico mingherlino. E magari resti un po’ introverso, musone come mi descrissero più tardi alcuni giornalisti che da me avrebbero preteso maggior disponibilità…ma io non avevo sempre voglia di parlare per non dire niente. Così come non aveva voglia di sacrificare un giorno di riposo e di mare per andare a ritirare un premio o far delle mondanità”. Un antipersonaggio, anche se le riviste di gossip tentavano continuamente di attribuire allo scapolo d’oro ogni genere di flirt con nomi dello show-business. A lui, però, piacque soprattutto la donna di un altro, Gianna Tofanari.
Rileggendo ancora Brera: “Nel suo viso incavato erano scritti infiniti ricordi di dolore. Nessun pericolo ha mai potuto arrestarlo. Ha sempre considerato possibili le acrobazie più temerarie, tanto più temibili e pericolose in quanto più vicine all’arcigna durezza della terra”.
I sei gol in 23 partite lo fanno scoprire prima ai tecnici della nazionale junior, poi del Cagliari che a lui, inizialmente, pareva lontana come l’Africa. Il primo gol in A arriva alla terza giornata, Cagliari-Sampdoria. Un tiro mancino. Il Cagliari, ultimo a fine girone d’andata, arriva sesto a fine campionato. Un’intera isola perde la testa per Giggirriva. E lui…”divenuto in pochi anni uno dell’isola, si è sottratto quasi del tutto ai crudeli complessi d’un’infanzia troppo a lungo umiliata nell’indigenza” scrive ancora Brera.
“Giocavamo a Milano, a Torino e da mezz’Europa arrivavano 10.000 sardi _ricorda Giggirriva _ Era qualcosa di più del rapporto tifoso-calciatore. Era come se dessi, a tutta quella gente, molto più che un gol o una vittoria. Nel mio piccolo contribuivo a dare una gioia agli emigrati sardi, gente che sgobbava facendo i lavori più faticosi, sopportando le umiliazioni più grosse. Ho letto lettere che arrivavano dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Germania, dall’Inghilterra, lettere in cui non si parlava neppure di calcio, bellissime, commoventi. Ancora oggi, se ci ripenso, sono felice di non aver mai lasciato la Sardegna, di aver fatto contenta anche per un minuto tanta gente, le mie scelte non sono state fini a se stesse”.
E bastava che Giggirriva giocasse perché il Sant’Elia si riempisse, che la Sardegna si sentisse in Paradiso. Come quando lo fecero rientrare anzitempo dopo quattro mesi dall’infortunio del ’70, con una gamba che era metà dell’altra: “Il Cagliari era in crisi e servivano i soldi. In pochi mesi eravamo stati eliminati dalla Coppa dei Campioni ed eravamo usciti dal giro scudetto. Lo stadio si era svuotato. Così mi chiesero di fare un piccolo sacrificio. Ci fu il pienone, quel giorno. Il record di presenze al Sant’Elia…ancora resiste”. Dei 200 gol fatti negli stadi più importanti del mondo _ e un migliaio di partite con due sole espulsioni _ Gigi Riva ne ricorda alcuni più di altri, uno a Vicenza per via di una spettacolare acrobatica rovesciata, il tuffo per il colpo di testa (già accennato) in Germania Est-Italia, il sinistro classico e micidiale dell’1 a 0 sulla Jugoslavia, ma…“Il colpo di testa che, contro il Bari, ci dette lo scudetto è quello che non dimenticherò davvero mai. Quella notte non mi addormentai… per paura di svegliarmi da un sogno. Temevamo che vincere lo scudetto ci fosse vietato…politicamente!” Insomma il Cagliari, squadra della quale sarebbe stato anche presidente per un breve periodo (“Lo feci per salvarlo, stava per scomparire”) è sempre rimasto in cima ai suoi pensieri. Anche se con la maturità, e poi con l’incarico di accompagnatore ufficiale della nazionale di calcio assegnatogli dal presidente della Federcalcio Matarrese nel 1987, la maglia azzurra è un altro di quegli amori che non si scordano, come quella rossoblù. “Dissi a Matarrese che mi stava bene fare il dirigente liaison fra federazione e giocatori, ma anche che non volevo apparire troppo. Raduni, partite e basta. E chiesi una cosa sola: il giorno che avesse deciso di licenziarmi volevo che fosse lui a comunicarmelo e non i giornali.” Ma Riva, dietro quella maschera un po’ severa, è anche uomo capace di scherzare, di prendere di mira _ come fosse un pallone _ anche qualche suo amico fino a trasformarlo in una sua vittima. Come quella volta che, per festeggiare il suo quarantesimo compleanno, sfida il portiere del Cagliari Minguzzi: “Ti faccio 10 tiri dal limite dell’area, e vediamo quanti ne pari”. Fece 10 gol e a Cagliari ne parlano ancora. Il povero Minguzzi se l’è sentito ricordare mille volte. E anche Giggirriva Rombo di Tuono: “Ma che c’è di strano? Capirei se avessi segnato 30 gol su 30…”
IL RIVALE…di TOTTI

Alessandro Del Piero

Pinturicchio

CONEGLIANO (Treviso), 9 novembre 1974

Quel ragazzo si farà anche se ha le spalle strette. C’era questo messaggio nei tre asterischi che Vittorio Scantamburlo, osservatore del Padova che setaccia il Veneto su una Fiat 126 bianca, segna accanto al suo nome, Alessandro Del Piero. Nelle giovanili biancorosse avrà la maglia numero sette, la stessa con cui vincerà il Mondiale nella notte di Berlino. Un numero che torna nella sua vita. Anche nei 77 km che separano San Vendemiano da Padova, che dividono il bambino dall’uomo.
Il 15 maggio 1992 esordisce in serie B, il 22 novembre segna il suo primo gol da professionista, l’unico con una maglia diversa da quella della Juventus. Mauro Sandreani lo fa entrare contro la Ternana e Del Piero firma il 5-1.
La Juve è un sogno che si avvera, per il ragazzo dalle spalle strette cresciuto sognando di imitare Platini. I poster di “Roi Michel” riempiono le pareti della sua stanza e i suoi pensieri mentre gioca in giardino. Il fratello maggiore, Stefano, è già nella Primavera della Sampdoria, allenata da Marcello Lippi, altra costante nella sua storia. È lui a lanciarlo, nel 1994, dopo l’infortunio di Baggio. Del Piero lo ripaga con splendidi gol, come il pallonetto al volo alla Fiorentina o i suoi tipici destri a giro nell’angolino più lontano che fanno impazzire i portieri di mezzo mondo. La Juve vince uno scudetto atteso nove anni, Del Piero la trascina prima alla vittoria in Champions League all’Olimpico contro l’Ajax, poi sul tetto del mondo nella finale di Coppa Intercontinentale con il River Plate. Del Piero è già diventato Pinturicchio. Così l’ha ribattezzato l’Avvocato Agnelli ispirandosi al pittore rinascimentale celebre per i suoi affreschi. La prima parte della carriera finisce l’8 novembre 1998, il giorno prima del 24mo compleanno. Il ginocchio lo tradisce a Udine, nove mesi di stop.
Al rientro Alex è cambiato, è più riflessivo, meno brillante. Pinturicchio diventa Godot, il campione da aspettare: deve ritrovare se stesso. Intanto a Ancelotti succede Capello che lo tiene spesso in panchina. Ma Alex segna sempre, più di chiunque nella storia della Juve (290), anche dopo la morte del padre. È un gol bellissimo, a Bari, ma lo scudetto del 2006 verrà cancellato dalla sentenza Calciopoli. Campione del mondo resta anche in B fino alle lacrime e all’addio a fine 2012, quando _ pur impiegato a singhiozzo, ha 37 anni _ segna gli ultimi gol decisivi per lo scudetto juventino della squadra di Conte.
1968 DINO ZOFF

Il portiere dei record

28 febbraio 1942 a Mariano del Friuli
(Nel settembre 2014 pubblica la sua autobiografia Dura solo un attimo, la gloria.)

“Non faccio il modesto, lo sono. Sono un operaio specializzato che cerca di timbrare tutti i giorni il cartellino”. In queste due frasi che si riassume la semplicità di un uomo serio e discreto, Dino Zoff, che è stato sì un campione del mondo da giocatore, il portiere dei record, di 1143 minuti in Nazionale senza subire un gol, di 332 partite consecutive in serie A (dove ne ha giocate 570, secondo solo a Paolo Maldini e Gianluca Pagliuca) e quasi campione d’Europa come c.t. della Nazionale, ma che non ha mai sopravvalutato se stesso. Quando qualcuno lo propose ministro dello sport fu Zoff per primo a respingere l’ipotesi “Ho limiti culturali precisi”. Né ha mai condiviso l’eccessiva enfatizzazione che troppo spesso permea il mondo del calcio,“Siamo seri, non parliamo di sofferenza, la nostra fa ridere”.
Senza essere un introverso, e chi gli è amico sa che non lo è, Dino Zoff, furlan di Mariano del Friuli (classe 1942, 28 febbraio), è sempre stato uomo di poche parole in pubblico perché “E’ meglio star zitti che dire banalità”.
Non fu certo un caso, ma anzi fu significativo, che proprio lui sia stato scelto da un altro furlan d.o.c. , Enzo Bearzot, a far da unico portavoce ufficiale degli azzurri ai mondiali del 1982 in Spagna quando, per sottrarsi a polemiche giornalistiche semina zizzania, i giocatori decisero di far silenzio stampa.
“Io e i miei compagni abbiamo deciso di non parlare con la stampa per qualche giorno. Forse non siamo i migliori del mondo, ma quando andiamo in campo cerchiamo sempre di dare il meglio di noi stessi. Non rubiamo niente a nessuno, non lo abbiamo mai fatto e non lo faremo mai” furono le parole asciutte del capitano dei grandi silenzi, simbolo di fairplay e correttezza. E non solo sul campo da calcio dove non è mai stato espulso, né squalificato in 22 anni di carriera, dal 24 settembre 1961, quando esordisce con l’Udinese in serie A ma prende 5 gol a Firenze dalla Fiorentina (5-1), fino al 29 giugno 1983 quando a Goteborg contro la Svezia chiude con la Nazionale (tanto per cambiare da migliore in campo) e dice commosso, con la sua caratteristica semplicità: “Non posso parare anche l’età”.
Sempre con pochissime parole, pronunciate in una conferenza stampa di soli 7 minuti all’indomani della finale degli Europei 2000 persa con la Francia 2-1 ai supplementari (gol di Wiltord all’ultimo minuto dei tempi regolamentari dopo che Del Piero aveva fallito il gol del raddoppio quando l’Italia era avanti 1-0 grazie al gol di Del Vecchio; rete decisiva di Trezeguet nei supplementari), Zoff avrebbe preso in contropiede tutti, perfino i dirigenti della Federcalcio, annunciando le proprie dimissioni, gesto assolutamente inconsueto nel nostro Paese. Era accaduto che Silvio Berlusconi, allora presidente del Milan, lo avesse accusato manifestamente di incompetenza (“Avrebbe dovuto far marcare a uomo uno come Zidane”, fu l’accusa del leader politico del centrodestra): “Non posso accettare lezioni di dignità da nessuno” diss, papale papale e senza scomporsi, uno sdegnato Dino Zoff, il portiere dalle mani pulite.
Il portiere diventato un mito, quello cui il settimanale americano Newsweek nel ’74 ha dedicato una copertina “The World’s best”, il migliore al mondo, quello che Renato Guttuso aveva scelto con le braccia levate al cielo con la Coppa del Mondo Jules Rimet stretta fra le mani per il francobollo celebrativo della vittoria mundial del 1982 in Spagna, ai suoi esordi non era stato pronosticato campione dai talent-scout dell’epoca come un fenomeno. Tutt’altro.
Il suo primo allenatore, Eliani all’Udinese, dove aveva cominciato a far le prime parate e i primi tuffi, lo considerava “un mezzo bluff”. Meazza non lo prende all’Inter e Renato Cesarini (quello che segnava i gol allo scader del tempo e che dette il nome alla “Zona Cesarini”) lo scarta dopo averlo visto per la prima volta a 14 anni:
“E’ alto solo un metro e 60, troppo basso per un portiere”. Il miracolo della crescita di Dino, che secondo una leggenda nazionalpopolare cresce 22 centimetri grazie alle uova allo zabaione cucinate dalla nonna, non persuade neanche Carraro e il Milan che ci credono meno del Napoli, dove Zoff approda nel ’67. Dall’infausto esordio del ’61 sono trascorsi sei anni.
Ma nella città partenopea (squadra per la quale lui ha poi sempre tifato) invece Dino Zoff si afferma. Stabilisce il record delle gare consecutive (143) e se non si fosse storto una caviglia in una buca alla vigilia di un match con la Juve non l’avrebbe interrotto. Del musone aveva solo l’aria, ma in campo preferiva non scherzare. Non sopportava le proteste, i cascatori che si rotolavano a terra per strappare un rigore: “Gente poca seria”. Ma non ha mai litigato con nessuno, così come non ha mai preso un gol senza arrabbiarsi, nemmeno in allenamento. “E’ capitato anche a lui di sbagliare _ ricordava Enzo Bearzot _ ma nessuno di noi la ha mai rimproverato, perché nessuno lo ha mai visto inveire con il difensore quando sbagliava. Anche in questo Dino è stato unico”. Uno dei pochi calciatori, anche, a brillare per discrezione, a non dar adito a polemiche, a non litigar mai con i compagni, a non crear problemi di soldi con le società per le quali ha lavorato, a non far mai la fronda ad un allenatore.
Nemmeno in nazionale, sebbene certo Dino non fosse contento quando ai mondiali del ’70, Ferruccio Valcareggi gli preferì Enrico Albertosi, un rivale che Zoff rispetta sebbene il portiere della Fiorentina e del Cagliari sia del tutto diverso da lui. Eppure, dopo solo quattro partite in Nazionale, nel ’68 a Roma, Zoff era diventato campione d’Europa, Cavaliere della Repubblica e, inciso personale extracalcistico, sposo felice dell’inseparabile Annamaria.
Zoff riprenderà il suo posto dopo il Messico ed è a cavallo del ’74 che manterrà la propria porta vergine per i famosi 1143 minuti filati. Lui non è portiere che fa scena, da parate plastiche per far colpo sulla gente. E’ un portiere di sostanza. “Quando sai che la palla entra è inutile tuffarsi per dare al pubblico l’idea di mettercela tutta. Un buon chirurgo non apre mai una pancia così, tanto per aprirla. Il portiere deve aspettare quello che fanno gli altri. L’ attaccante inventa, è un artista, il portiere no. E’ vecchia la storia che i matti della squadra sono sempre due, l’uno e l’undici. Per anni si è sempre considerato il portiere un tipo scarsamente affidabile”.
Nel ’72 Zoff passerà alla Juventus (sebbene per sei costole incolpevolmente fratturate a Omar Sivori in un’uscita, gli juventini non lo amassero) che cerca _ appunto _ soprattutto un portiere affidabile. Zoff ha già 30 anni, quasi un vecchio, secondo alcuni. Invece, lui che ammirava Sepp Maier e più ancora Gordon Banks, ci resterà 11 anni, senza mai un’assenza, un’influenza. E vince tutto, salvo _ è il suo unico rimpianto _ la Coppa dei Campioni che gli sfugge due volte, nel ’73 a Belgrado con l’Ajax per un gol di Rep, nell’83 ad Atene con l’Amburgo per una rete di Magath. Ma in quegli 11 anni conquista sei scudetti, una Coppa Uefa e due coppe Italia. Nel mezzo c’è stata la parentesi poco felice, per lui, dei mondiali del ’78 in Argentina. Là, nelle ultime due partite, ha preso 4 reti su tiri-bomba da lontano e in Italia imbastiscono processi su Zoff “che non ci vede più”. Lui tira dritto, Bearzot ha grande fiducia in Dino e se lo porta, capitano indiscusso, in Spagna forse memore di quel che aveva detto un giorno Attila Sallustro, vecchia gloria di un memorabile Napoli anteguerra: “Di campioni ne ho visti tanti, ma Zoff è il più grande di tutti perché è campione non solo il giorno della partita, ma anche in allenamento e nello spogliatoio”. Come sia finito il mondiale dell’82 lo sanno tutti, così come del ritorno in aereo e della partita di scopone con il giubilante presidente della Repubblica Sandro Pertini, il ct Enzo Bearzot e Franco Causio.
Ma il ricordo più particolare è proprio di Bearzot: “Dino era un portiere di grandissimo livello, capace di restare calmo nel corso dei momenti più duri. E’ sempre frenato sia dal pudore che dal rispetto degli avversari. Alla fine della partita contro il Brasile, è venuto a darmi un bacio sulla guancia, senza dire una sola parola. Per me, quel momento fugace è stato il più intenso di tutta la Coppa del Mondo!” E Zoff fu l’unico a dare del tu a Bearzot, abbracciato al quale uscì dallo stadio Bernabeu.
Quando nel 1983 Zoff lascia il calcio, dopo 112 presenze in Nazionale (solo Maldini e Cannavaro ne hanno giocate di più) e 570 in serie A, Boniperti gli dice che le porte della Juventus sono sempre aperte, ma Zoff si stufa di allenare solo i portieri. Vuol fare l’allenatore a 360 gradi.
“Perché no? Si è sempre considerato il portiere un diverso, un estroverso pazzoide e allora guai ad affidargli una squadra intera…ma un portiere dalla sua posizione vede schemi e manovre…meno di chi sta in panchina e in tribuna, ma meglio di tutti gli altri che stanno in campo. Un portiere osserva e analizza l’ azione dei suoi ed anche quella degli avversari. E’ un “diverso” privilegiato”.
Con queste convinzioni Zoff _ appoggiato da Bearzot _ approda alla nazionale olimpica, nell’87. Vince 7 partite, ne pareggia 4, è imbattuto. Qualificazione raggiunta per Seul. Ma non ci andrà. Accetta invece la proposta della Juventus. Ha anche imparato a relazionarsi meglio con gli altri. “Hanno fatto di me un modello perfetto, un freddo che viaggia distante dalla vita. Non hanno capito niente”. Due anni in bianconero: nonostante una squadra così così vince una Uefa e una Coppa Italia in casa del Milan super di Sacchi, Van Basten, Gullit e Rjikaard. Nell’89 muore l’amico fraterno Gaetaneo Scirea “un dolore immenso”, nel ’90 finisce il ciclo Juventus perché Boniperti lascia e subentra Luca di Montezemolo che gli preferisce Gigi Maifredi.
Per Zoff inizia l’era Lazio. Dapprima, da allenatore, riporta la squadra in Europa. Poi da presidente, per volere di Cragnotti finisce per tre anni dietro una scrivania. Finchè nel ’98 il presidente della Federcalcio Nizzola lo chiama a sostituire Cesare Maldini, sconfitto ai mondiali in Francia, e la Nazionale arriva alla già descritta finale degli Europei e le conseguenti dimissioni a sorpresa. Torna a guidare la Lazio, poi allena la Fiorentina nelle ultime 18 gare del campionato 2004-2005 e all’ultimo minuto i viola sono salvi. Ma i Della Valle non lo confermano. A Firenze comincia la fortunata era Prandelli. Zoff, al contrario di tanti ex calciatori ed allenatori, non va in tv. Fedele al suo vecchio dogma: “Meglio star zitti che dire della banalità”

 

Chi fosse interessato ai due libri “50 anni di Credito Sportivo, Mezzo Secolo di Campioni”, scriva a direttaubitennis@gmail.com. Ne sono rimaste poche copie.

I 110 campioni di 28 diversi sport  raccontati nelle 256 pagine complessive, illustrati da oltre 600 foto, sono due per anno:

1957 Coppi-Bartali, 1958 I fratelli Mangiarotti, 1959 Pietrangeli-Gardini, 1960 Berruti-Consolini, 1961 Monti-Nones, 1962 Ragno-Lonzi, 1963 Rivera-Mazzola, 1964 Menichelli-Pamich, 1965 Gimondi-Adorni, 1966 Di Biasi-Cagnotto, 1967 Benvenuti-Mazzinghi, 1968 Zoff-Albertosi, 1969 De Magistris-Pizzo, 1970 Riva-Boninsegna, 1971 Thoeni-Gros, 1972 Raimondo e Piero D’Inzeo, 1973 Calligaris-Lamberti, 1974 Agostini-Ubbiali, 1975 Ferrari-Alboreto, 1976 Panatta-Barazzutti, 1977 Bettarello-Munari, 1978 Simeoni-Dorio, 1979 Saronni-Lanfranco, 1980 Mennea-Da Milano, 1981 Giuseppe,Carmine,Agostino Abbagnale, 1982 Rossi-Conti, 1983 Cova-Panetta, 1984 Moser-Argentin, 1985 Maldini-Bergomi, 1986 Canins-De Zolt, 1987 Meneghin-Riva, 1988 Bordin-Maenza, 1989 Baresi-Scirea, 1990 Bernardi-Lucchetta, 1991 Bugno-Chiappucci, 1992 Compagnoni-Kostner, 1993 Baggio-Vialli, 1994 Di Centa-Fauner, 1995 Tomba-Ghedina, 1996 Trillini-Rossi, 1997 Chechi-Cassina, 1998 Pantani-Ballerini. 1999 Belmondo-Piccinini, 2000 Rosolino-Fioravanti, 2001 Idem-May, 2002 Cipollini-Bartoli, 2003 Rossi-Biaggi, 2004 Vezzali-Baldini, 2005 Sensini-Magnini, 2006 Cannavaro-Buffon, 2007 Bettini-Ballan, 2008 Totti-Del Piero, 2009 Pellegrini-Filippi, 2010 Schiavone-Pennetta, 2011 Zoeggeler-Kostner

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