Ricordando Wallace. Tennis, tv, trigonometria e altre cose che non leggeremo mai più

Dopo la sbornia di tennis giocato ritorna l’appuntamento con la Piccola Bibiloteca di Ubitennis del venerdì. Riproponiamo oggi la recensione (rivisitata) di un anomalissimo libro di David Foster Wallace. Non solo tennis ma tv, tornadi, galline, David Lynch e il doloroso rimpianto per uno scrittore che non c’è più. L’uomo che ci ha spiegato perché guardare Federer giocare è un’esperienza religiosa

Ricordando Wallace. Tennis, tv, trigonometria e altre cose che non leggeremo mai più

Wallace D. F. (1997) Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, trad. Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Marina Testa, minimum fax, Roma, 1999

NB. La recensione originale era all’interno di uno speciale Spazio Wallace in cinque puntate pubblicato su Ubitennis nel 2010\2011.

 

Pubblicato nel 1997 ma scritto quasi tutto a meno di trent’anni, il libro in questione è una buona summa di David Foster Wallace che lodato sia lodato il giorno in cui ha deciso di poggiare il suo sguardo quadridimensionale sul tennis e maledetto sia maledetto quello in cui ha deciso di lasciarci orfani. Per il resto c’è tutto, compresa la sensazione di avere tra le mani uno dei più grandi scrittori contemporanei.

Tennis, tv, ecc si divide in sei “pezzi” autonomi di cui ben due sul tennis. Rispettivamente un intro venato di autobiografia (tennistica), spleen adolescenziale e trigonometria, e in chiusura semplicemente una delle cose più fighe mai scritta sul tennis. Sentite il titolo: “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza del genere umano”. E quello che c’è dentro mantiene interamente le promesse. Descrizioni al fulmicotone diluite dentro un reportage quasi esistenzialista (ma allegro) che chiama in causa il concetto di “scelta” e quello di “libertà” all’interno della trappola del successo del tennis professionistico. Tra i due momenti un paio di saggi e due reportage strepitosi di cui quello sul cinema di David Lynch (e la morale americana) è un capolavoro che da solo vale l’intero prezzo del libro. Anticipo che terminata la lettura in genere succedono matematicamente (almeno) due cose: si va subito in libreria a cercarne un altro e si (ri)vede Velluto blu di Lynch.

Ma andiamo con ordine:

1) Tennis trigonometria e tornado, (racconto) da pag. 5 a pag. 28: Non c’è molto da dire. Sono poche pagine. Leggetele e basta. Sono interessanti soprattutto a posteriori. È un Wallace in minore, giovanissimo, candido ma già in nuce. È la storia di un ragazzo (secchione) che attraversa il terribile passaggio adolescenza-pubertà dentro l’apparente sicurezza matematica di un campo di tennis. Sentite “…troverete che il tennis agonistico, come il biliardo professionistico, richiede una mente geometrica, l’abilità di calcolare non soltanto le vostre angolazioni ma anche le angolazioni di risposta alle vostre angolazioni. Poiché la crescita delle possibilità di risposta è quadratica, siete costretti a pensare in anticipo a un numero n di colpi, dove n è una funzione iperbolica limitata dal seno della bravura dell’avversario e dal coseno del numero di colpi scambiati fino a quel momento (approssimativamente). Io lo sapevo fare. (…). Riuscivo a pensare in base otto”. Insomma “è come giocare a scacchi correndo”. Il Tornado enunciato dal titolo è solo il contrappunto di Caos a tutto questo “ordine”, se non l’avvento della vita stessa o la dolorosa perdita di una sua parte. La più bella. Commovente.

2) E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione, (saggio) da pag. 29 a 104: si discute dell’influenza della televisione e dello spettacolo negli scrittori e nella letteratura. In buona sintesi siamo diventati i giullari dei nostri becchini. Interessante.

3) Invadenti evasioni, (reportage) da pag. 105 a 173: un capolavoro piccino piccino. Un reportage olfattivo sensoriale di una fiera statale dell’Illinois. Mucche, cavalli, galline e campi di granoturco che misteriosamente diventano in rapida successione letteratura, divertimento e un ritratto impietoso dell’America più profonda, quella rurale e irriducibilmente repubblicana. Tutto brilla. I cowboy, le donne che ballano, le ciclopiche zanzare, il terrificante Palazzo del Pollame il cui rumore è “cacofonico e scroto-astringente e assolutamente terrificante”; e poi le giostre, per non parlare dei giostrai (fidatevi). Se la domanda è come è possibile rendere fenomenale una lettura su galline e tendoni la risposta è semplice: David Foster Wallace.

4) Che esagerazione, (mah) da pag. 174 a 182: acuta disquisizione sulla presunta “morte dell’autore” da Roland Barthes ai poststrutturalisti. Per appassionati del genere.

5) David Lynch non perde la testa, (reportage) da pag 175 a 264: capolavoro assoluto. Se amate Lynch dovete leggerlo, se amate il cinema dovete leggerlo, se amate leggere dovete farlo. Se invece amate scrivere, umiliatevi (con gioia). Poi (ri)guardatevi (almeno) Velluto Blu. Clamoroso.

6) L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza del genere umano, da pag. 265 a 317, (reportage): Fa-vo-lo-so. Wallace a pieni giri davanti alla cosa che ama di più: il Tennis. Non saprei dirla meglio, quelle 50 pagine sono semplicemente immigliorabili. Mandato a seguire da vicino la giovane promessa americana Michael Joyce attraverso il Vietnam delle qualificazioni degli Open Canadesi “che somigliano alle raffinate finali che si vedono in TV più o meno quanto un macello assomiglia a un pezzo di filetto presentato elegantemente in un ristorante”, il tennis viene fotografato ai raggi x, e ci è restituito dentro la miglior grana letteraria immaginabile.
Degli assaggi: “Michael Chang, 23 anni e n. 5 del mondo, sembra composto di due persone cucite insieme grossolanamente: un tronco normale appollaiato su delle enormi gambe muscolose e completamente prive di peli. Ha la testa a fungo, capelli neri come l’inchiostro e un’espressione di profonda e ostinata infelicità, la faccia più infelice che io abbia mai visto al di fuori di un corso post-laurea di scrittura creativa”.
“Richard Krajicek, un olandese di 1 metro e 90 che porta un cappellino bianco quando c’è il sole, si lancia verso la rete come se questa gli dovesse dei soldi, e in generale gioca come una gru impazzita”.
“La bizzarra posizione di servizio di McEnroe, aperta e con le braccia rigide, con entrambi i piedi paralleli alla linea di fondo e il fianco rivolto così rigorosamente alla rete che sembra una figura su un fregio egizio”.
“Il modo in cui Agassi sposta il peso ripetutamente da un piede all’altro mentre si prepara per il lancio, come se avesse un bisogno disperato di pisciare” e solo poche righe dopo per spiegare la sua irreale velocità “guardate A. A. (Agassi) in tv, ogni tanto, mentre cammina tra un punto e l’altro: fa questi passetti minuscoli, con le punte in dentro, il passo di un uomo i cui piedi sono praticamente senza peso”. Un ultimo esempio: “Il ceco Petr Korda (…) è un altro esempio di conglomerato clastico male assortito: 1 metro e 88 per 72 kg, ha la corporatura di un levriero in posizione eretta e la faccia di – cosa inquietante e misteriosa – un pulcino appena uscito dall’uovo (e in più, degli occhi assenti che non riflettono nessuna luce e sembrano “vedere” solo nel senso in cui “vedono” gli occhi dei pesci e degli uccelli)”.
Potrei andare avanti a lungo, il reportage è pieno zeppo di queste perle, ma paradossalmente il valore assoluto non è lì. Non è nelle perle. Il quid che traghetta Wallace nell’immortalità della letteratura tennistica risiede nel crostaceo narrativo che le contiene. Nello specifico di L’abilità professionistica del tennista… il valore aggiunto è nelle empatiche riflessioni “filosofiche(?)” sulla psiche del tennista Michael Joyce la cui “scelta” primordiale, di essere un giocatore professionista, gli ha negato, per sempre, una visone più ampia (e più complessa) del mondo e della vita. Il risultante di questo processo è una specie di “Uomo ad una dimensione” di lusso, con la doverosa considerazione che mentre in Marcuse “l’Uomo ad una dimensione” simboleggiava l’appiattimento dell’uomo moderno nel consumatore totale, in Wallace Michael Joyce rappresenta la sua più inquietante radicalizzazione: un prodotto perfetto.
Insomma per essere davvero un tennista professionistico devi nell’età formativa focalizzare ogni tua goccia di energia solo sul tennis e non puoi permetterti di essere anche dell’altro. Se tutto va bene diventerai un miliardario di successo con pochissime opinioni su tante cose trascurabili tipo “la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza del genere umano”…

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