La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Vitamina. Sandro Veronesi

Speciale “venerdì letterari” di Ubitennis. Per gentile concessione pubblichiamo integralmente “Vitamina” (oggi la prima parte, venerdì prossimo la seconda) di Sandro Veronesi

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Vitamina. Sandro Veronesi

Il premio Strega e Campiello ci catapulta in un racconto sul tennis di provincia tra doping artigianale, ricordi adolescenziali e un futuro lontanissimo. Il pezzo apre Smash, una raccolta in cui quindici autori italiani contemporanei si confrontano col tennis e inevitabilmente con la propria professione. Rispettando la tradizione che parte da Clerici e arriva fino a Wallace, dietro molti scrittori c’è un tennista che non ce l’ha fatta. (PPZ)

Veronesi S., Vitamina, in A.A.V.V., Smash. 15 racconti di tennis, La nave di Teseo, 2016.

 

A quattordici anni non avevo che il tennis. In realtà non avevo nemmeno quello, ma non me ne rendevo conto. M’illudevo. Se ne rendevano conto i miei genitori, invece.
“Domani ho la finale del campionato toscano a squadre.”
“Ah sì?”
“Contro Marina di Carrara. Paladini e Perfetti. Molto forti tutti e due. E hanno un anno di più.”
“Oh.”
“Io giocherò di nuovo singolare e doppio.”
“Guarda di non stroncare un’altra racchetta, che non te ne compro più.”
“In singolare perderò, ma il doppio maschile sarà decisivo.”
“Non fare scenate in campo.”
“Paladini e Perfetti sono imbattuti.”
“Non insultarli.”
“Ma siamo imbattuti anche io e Luca Ciardi. Possiamo farcela.”
“E non insultare l’arbitro.”
Li capivo, anche se loro non capivano me. In semifinale erano venuti a vedermi. Lavorando sodo negli allenamenti, ma soprattutto perché Beppe Inverni, il numero 2 del circolo, nei finesettimana veniva portato a forza dai suoi genitori a Talamone dove avevano comprato un gommone, avevo conquistato il posto di secondo singolarista, oltre a quello che già mi spettava nel doppio maschile, e i miei incontri erano entrambi decisivi. Nel singolare avevo effettivamente spezzato in terra la racchetta, litigato con l’avversario (Galassi) e con l’arbitro, ma alla fine di una battaglia tremenda avevo vinto: 6-5, 5-6, 6-5. Ai miei genitori però il risultato non interessava: a loro interessava il mio comportamento e perciò si erano vergognati. Ma era una partita importantissima, un pizzico di nervosismo era normale, e questo non si erano minimamente sforzati di capirlo. Se n’erano andati prima di vedere il doppio, io e Luca Ciardi contro Galassi-Alberti: vittoria secca, in due set, e finale conquistata. Tutti mi avevano fatto i complimenti, perché ero stato io l’eroe dell’incontro, ma loro non c’erano più. Per loro avevo solo stroncato la racchetta. Avevo dovuto penare parecchio per farmela ricomprare.

A quel tempo avevo due idoli: uno era Panatta e l’altro era Luca Ciardi, il mio compagno di doppio. Panatta era Panatta, era l’idolo di tutti, ma Luca Ciardi era l’idolo solo mio. Aveva la mia età, era simpatico, bello, fortissimo; aveva appena vinto i campionati italiani under 15, a Pistoia, battendo in finale una sfavillante promessa del tennis italiano, Gianluca Rinaldini di Faenza, grazie al suo tennis adulto, tutto attacco e volée, smorzate fantastiche, passanti perfetti. Il semplice fatto di giocare il doppio con lui faceva di me un giocatore migliore.
Eravamo sul serio imbattuti. Avevamo fatto anche un paio di tornei individuali e li avevamo vinti, contro gente meno forte di lui ma più forte di me. Certo, tre quarti di campo li copriva lui, ma quando toccava a me giocavo un bel tennis anch’io: il campo degli avversari mi sembrava sempre più grande del nostro, c’era sempre un punto dove indirizzare il colpo per metterli in difficoltà – cosa che in singolare non mi capitava mai. Per questo mi arrabbiavo e tiravo in terra la racchetta: perché in singolare non riuscivo a sentirmi forte come quando giocavo il doppio con Luca Ciardi? Se avevo un avversario alla mia portata, era sempre un tormento di lotte spasmodiche per ogni singolo quindici, e apprensione, e litigi, e warning dell’arbitro; se avevo davanti uno decisamente più forte di me, come Luca, o Rinaldini, ma anche come Paladini o Perfetti, perdevo facile senza nemmeno lottare. E i miei genitori preferivano vedermi perdere senza lottare che vincere dando di matto.

La notte prima della finale non dormii. Rimasi ore nella mia camera ad ascoltare un disco dal vivo di Paul Simon sullo stereo che mi era stato regalato per il mio compleanno. Ancora oggi quando mi capita di sentire Me and Julio Down by the Schoolyard o Duncan mi ritrovo a provare tutta intera l’eccitazione che mi tenne sveglio quella notte. Potevamo diventare campioni toscani, maledizione – e dipendeva da me.
La mattina dopo andai al circolo presto. I miei genitori avevano altri progetti.
“Allora non venite?”
“Non è il caso.”
“Guardate che non siete voi che m’innervosite. È il mio modo di lottare.”
“Abbiamo da fare, davvero.”
“Ok. Come volete.”
“In bocca al lupo.”
“In culo alla balena.”

Al circolo non c’era ancora nessuno. Meglio così. Era il primo anno che potevo cambiarmi nello spogliatoio degli adulti, con l’armadietto e tutto, ma lì dentro tutti avevano i peli sul pube e io no, perciò meno gente mi vedeva nudo meglio era. Lo spogliatoio però non era vuoto, c’era il dottorino che si rivestiva dopo avere fatto la sauna. In tutti i circoli c’è sempre un dottorino, cioè un medico piccolo di statura, tignoso e pallettaro; dev’essere un requisito del tennis amatoriale. Quello era un farmacista siciliano, con un cognome che aveva a che fare con qualche personaggio di Verga, ma non ricordo più quale. Di solito giocava all’una sotto la canicola con un cappello da pescatore in testa, e stroncava sul fisico avversari molto più giovani di lui. Era anche consigliere del circolo, e se avessimo vinto sarebbe finito sul giornale, nella foto di gruppo col trofeo in mano.
“Allora? Sei pronto?”
“Sì.”
“Sei emozionato?”
“Un po’.”
“Hai fatto una bella dormita, sei riposato?”
“Be’, riposato: più che altro non ho chiuso occhio.”
“Male. Hai fatto una bella colazione, almeno?”
“No.”
Mi trascinò al bar del circolo e mi fece ingurgitare una brioche col cappuccino, poi mi riportò nello spogliatoio. Nell’aria c’era un meraviglioso odore di gelsomino fiorito.
“Devi vincere i tuoi due incontri, lo sai?”
“Il doppio. Devo vincere il doppio. Il singolare è impossibile. Paladini è troppo forte.”
“Nessuno è troppo forte, figliolo.”
“Paladini lo è. Per me. È anche più grande di un anno.”
“Anche quello che hai battuto in semifinale era più grande.”
“Sì, ma non era così forte.”
“Non partire battuto, figliolo. Lotta.”
“Certo che lotterò. Ma quello che voglio dire è che ci basta vincere il doppio. Luca vince il suo singolare, Generoso e Pedrizzetti vincono il doppio misto e se vinciamo il doppio maschile è fatta. Anche se perdo con Paladini.”
“Non dare nulla per scontato, figliolo. Lotta.”
“Certo.”
“E prenditi questa.”
“Che cos’è?”
“Vitamina. Se non hai dormito c’è il rischio che dopo il singolare tu non ti regga più in piedi. Questa ti terrà su.”
Era una provetta col tappo, come quelle che si usavano per i prelievi del sangue. Dentro c’era un liquido verdolino, denso e opaco. Lo bevvi, ed era amaro da fare schifo.
“Vinci il singolare, dammi retta. È meglio.”

SEGUE A PAGINA 2

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