ATP Toronto: Djokovic pauroso, dominato Nishikori. 30° Masters 1000 in carriera

Il numero uno del mondo Novak Djokovic domina la finale dell'Open del Canada: 6-3 7-5 a Kei Nishikori, con un minimo appannamento nel secondo parziale. Quarto Masters 1000 dell'anno, undicesimo titolo nelle ultime quattordici finali. Il giapponese perde il quinto confronto diretto del 2016

ATP Toronto: Djokovic pauroso, dominato Nishikori. 30° Masters 1000 in carriera

Le cronache delle altre quattro sfide del 2016:

Djokovic b. Nishikori 2-6 6-4 7-6 (Roma, SF)
Djokovic b. Nishikori 6-3 7-6 (Madrid, SF)
Djokovic b. Nishikori 6-3 6-3 (Miami, F)
Djokovic b. Nishikori 6-3 6-2 6-4 (Australian Open, QF)

 

La vittoria di Djokovic in semifinale contro Monfils
La vittoria di Nishikori in semifinale contro Wawrinka

[1] N. Djokovic b. [3] K. Nishikori 6-3 7-5

Stats Djokovic-Nishikori

Giacomo Leopardi sosteneva che la noia fosse un sentimento nobile, avvertito solo dagli intelletti più elevati che avevano scoperto la vanità delle glorie terrene. Se questo è vero dobbiamo essere grati di quel che abbiamo provato assistendo alla nona vittoria consecutiva di Nole su Kei dalla, a questo punto mitologica, sconfitta subìta allo US Open 2014. Se qualcuno, quorum ego, si era illuso che la recente battaglia nella semi di Roma potesse aver instillato nuova linfa nell’autostima del giapponese, è dovuto tornare con i piedi per terra. Ancora una volta abbiamo avuto la prova di una semplice verità. Nishikori non possiede il tennis per battere Djokovic. I suoi fondamentali non sono regolari e potenti come quelli del serbo e fisicamente il paragone non esiste. Ci si potrebbe anche spingere oltre per amor di dibattito. Ci sono esempi nel passato di campioni che hanno avuto il coraggio di apportare modifiche ad un gioco vincente per un obiettivo superiore. È il caso di Borg, che si costruì un ottimo servizio e un rudimentale ma efficace back di rovescio d’attacco per governare Wimbledon. Oppure di Lendl, che con lo stesso intento arrivò ad assumere Tony Roche per abituarsi alla volée. Ivan non riuscì, ma il tentativo fu lodevole e coraggioso. Oggi è raro vedere questo fenomeno, forse solo Raonic ha visibilmente cambiato qualcosa nei suoi schemi cercando molto più spesso la rete. Il discorso vale per il giapponese ma pure per Berdych, ad esempio, un altro che gioca allo stesso modo da sempre. Fare questo significa accontentarsi, e un vero campione non si accontenta mai, né di vincere e tantomeno di migliorare. Prendiamo il vincitore. Novak Djokovic ha avuto questo coraggio, è sempre stato forte ma non gli è bastato, e dal 2011 in poi sappiamo tutti com’è andata. Nole corre il rischio di finire come l’eroe della canzone Stranamore di Vecchioni “…ed il più grande conquistò nazione dopo nazione / e quando fu di fronte al mare si sentì un c….one / perché più in là non si poteva conquistare niente…”. Ma in fondo è un bel rischio.

La finale di Toronto, come forse avrete intuito, ha avuto storia poca o nulla. Il pomeriggio è ventoso ma Novak non se ne dà per inteso e vince a zero il game d’esordio con un ace. Nishikori deve giocare letteralmente sulle righe per tenere in mano lo scambio e il vento di Toronto non aiuta il suo gioco d’anticipo. Djokovic è un martello al servizio, perde due punti nei primi tre turni e in ribattuta appare sornione, come se stesse prendendo le misure per un lavoro ben fatto. E nel sesto gioco esegue. Approfitta di due errori dell’avversario per lo 0-30, poi il giapponese cambia racchetta e lui è perfido nel giocargli un dritto lungo linea carico di spin costringendolo all’errore del 15-40. Un errore in lunghezza dell’avversario gli consegna il break, un turno a trenta lo consolida. Djokovic è entrato in ritmo, vuole essere rapido e letale e si procura subito un set point ma come un re generoso si accontenta di chiudere il set poco dopo in battuta. Nello scambio finale recupera uno schiaffo al volo di Kei piazzando un lob di rovescio in corsa all’incrocio delle righe. Segue steccata avversaria, per rabbia o disperazione poco importa. Comunque troppi errori del giapponese nella seconda metà del parziale. E su questo un’osservazione banale va fatta. I colpi di Kei hanno molto meno margine e nello scambio lungo non ha scampo. E con Nole lo scambio è sempre da apnea.

Nel secondo parziale il serbo allunga la gittata dei suoi colpi e sembra risolvere subito la pratica canadese. Brekka nel terzo gioco scappando subito 0-40 – pregevole una demi-volée nel secondo punto – per poi vincere il gioco a 15 su uno dei frequenti dritti imprecisi del suo avversario. Il 3-1 seguente potrebbe chiudere i conti ma Nishikori trova l’orgoglio per apporre la sua firma sulla finale con tre games da sogno nei quali gli entra tutto. È il solo momento della partita che non lascia la consueta sensazione di ineluttabilità, il giapponese trova d’incanto pesantezza e profondità e quando serve sul cinque pari è in piena fiducia, anche perché di là Nole sta dando segni di nervosismo. Ma qui la carrozza ritorna zucca, Kei comette doppio fallo, va comunque a vantaggio interno ma sbaglia poi tre colpi consecutivi perdendo la battuta decisiva. E con rammarico perché a suo onore va detto che nel gioco finale trova la forza di annullare due palle match consecutive prima di mettere un dritto in rete e steccare la risposta che consegna a Djokovic la coppa.

Certo, vien da pensare che con Roger e Rafa in bacino di carenaggio difficilmente basteranno l’erratico Wawrinka o il solito Murray ad impensierire il campione nel futuro prossimo. Però la storia del tennis racconta che spesso proprio in questi momenti scopriamo il nuovo. Ricordate il Becker del 1985? Oppure il giovane Sampras di New York 1990? Quindi non disperate e occhi aperti.

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