Racconti dal XX secolo: Big Bill Tilden, il più grande dei campioni, il più solo degli uomini

William Tatem Tilden è passato alla storia come il più grande campione di sempre. Insieme a Babe Ruth, Red Grange, Jack Dempsey e Bobby Jones fu un protagonista assoluto del decennio che corre fra il 1920 e il 1930, quella che molti definirono l’età d’oro dello sport. Ma la gloria celava una profonda infelicità. Ecco quel che accadde

Racconti dal XX secolo: Big Bill Tilden, il più grande dei campioni, il più solo degli uomini

Per approfondire:

Frank Deford Big Bill Tilden: The Triumphs and the Tragedy
Gianni Clerici 500 anni di tennis
William T. Tilden Match Play and the Spin of the Ball
William T. Tilden The Art of Lawn Tennis
Luca Bottazzi, Carlo Rossi Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco

 

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Nel 1304 un emissario del Pontefice Benedetto XI cercava in Firenze i migliori pittori per la fabbrica di San Pietro. Uno di questi, richiesto di fornire esempio della sua arte, prese un pennello e disegnò un grande cerchio rosso, perfetto. “Portatelo al Papa, Lui capirà…” disse sorridendo.

Secoli prima un questore romano della gens Iulia piangeva davanti alla statua di Alessandro Magno la sua ambizione inappagata. “Non vi sembra che ci sia motivo di addolorarsi se alla mia età Alessandro regnava già su tante persone, mentre io non ho fatto ancora nulla di notevole?”.

Nella storia del tennis Bill fu un Cesare, non un Giotto.
Non aveva genio innato che gli scorresse impetuoso nelle vene. Quel che fece fu frutto anche del talento ma soprattutto di intelligenza, pianificazione, tenacia e applicazione, doti che ognuno di noi possiede e che fecero di lui un incomparabile campione e forse il più grande studioso mai esistito di ogni singolo aspetto del gioco.
Si impose tardi ma con quale imperio! Anche lui ebbe prestigio e fama con una campagna quasi militare a Wimbledon 1920, annesso con lo stesso piglio col quale Caio Giulio sottomise le Gallie. Anche lui fu il sovrano di una repubblica, ostacolato e odiato per la sua grandezza ma con la nazione ai suoi piedi quando c’era da combattere la guerra simulata della Coppa Davis.
Ma fu soprattutto un uomo solo e infelice.

La famiglia del padre vantava profonde e antiche radici anglosassoni che risalivano fino a William the Conqueror, il normanno che con la vittoria di Hastings nel 1066 si mise in testa la corona inglese. Un sir Richard Tylden combattè al fianco di Riccardo Cuor di Leone alla terza crociata e nel 1620 tale Joseph Tilden figura fra i principali finanziatori del Mayflower. Fu poi Nathaniel Tilden a varcare finalmente le Colonne d’Ercole e giungere nel nuovo mondo con la moglie Lydia, sette figli ed altrettanti domestici nel 1634. Nelle generazioni seguenti la famiglia si divide in tre rami. Il primo si stabilirà in Canada fondando una prestigiosa firma commerciale, il secondo, nello stato di New York, vanta quel Samuel Tilden che nel 1876 perse le elezioni presidenziali con i democratici per una celebre frode elettorale. Il terzo, dal quale fiorirà il più grande campione dei primi cinquant’anni del secolo, ebbe una sorte tragica. Il padre di Big Bill, William Tatem senior, è un giovanotto ventiquattrenne ambizioso e di bell’aspetto quando nel 1879 sposa Selina Hey, figlia di un ricchissimo mercante di lana di Philadelphia e inizia a fare carriera. La famiglia gode di una posizione privilegiata nella città dell’amore fraterno e presto la loro vita è allietata dalla nascita di tre figli, Elizabeth, Harry e Williamina. La famiglia si sposta in una magione di mattoni rossi al 5308 di Germantown Avenue, Selina si occupa dell’educazione dei figli mentre il marito fa prosperare gli affari. La vita si apre davanti a loro ma tutto finisce nel volgere di pochi giorni. La prima ad ammalarsi è la più giovane, Williamina muore a diciassette mesi il 29 novembre 1884 consumata da febbre altissima e da un’infezione alla gola che le rende impossibile il respiro. Si tratta di difterite, il vaccino sarà scoperto solo sei anni dopo dal premio Nobel Erich von Behring ma fino ad allora le epidemie del morbo erano una vera falce che non distingueva fra patrizi e plebei. Il contagio procede per contatto diretto e i genitori assistono attoniti e impotenti al disastro che sgretola per sempre nel loro cuore qualunque afflato di gioia. Elizabeth, che aveva compiuto quattro anni, muore pochi giorni dopo e il fratellino Harry la segue nella tomba il 15 dicembre. Erano passate solo tre settimane da quando la prima di tre figli in piena salute aveva iniziato a piangere per la febbre. Chiunque potrebbe credere di aver pagato ogni possibile debito col fato dopo un dramma di quella portata ma per la sfortunata famiglia Tilden non sarà così.

Samuel J. Tilden mancò la presidenza di un soffio nel 1876

Samuel J. Tilden mancò la presidenza di un soffio nel 1876

Forse ognuno di noi nasce prima di venire al mondo, in qualche modo avverte la serenità e l’amore di due genitori, il loro desiderio di dare, la loro storia. E allo stesso modo quando moriamo non abbandoniamo del tutto questa terra, rimanendo vivi nella mente di quanti ci hanno conosciuto ed amato e nella testimonianza di quel che siamo riusciti a realizzare. Se questo corrisponde a verità la profonda infelicità, il desiderio d’amore e l’insicurezza che segnarono la vita di Bill Tilden, la sua latente omosessualità che non fu più capace di tenere a freno negli ultimi anni e i suoi repentini cambi di umore trovano facile spiegazione nell’uragano che spense ogni luce di speranza nella sua famiglia.

I coniugi Tilden però sono ancora giovani, trovano la forza e l’amore reciproco per mettere al mondo altri due figli. Il primo, Herbert, nasce nel 1885.
William Tatem Tilden Junior venne al mondo otto anni dopo, il 10 febbraio 1893.

Il quinto figlio cresce sotto l’ala protettiva della madre, la quale decide presto che Bill è di costituzione fragile e provvede personalmente alla sua educazione, tenendolo lontano il più possibile dai luoghi pubblici per timore dei germi. I due passano lunghi pomeriggi nel sontuoso giardino d’inverno della magione di Overleigh, dove Selina gli insegna a suonare il piano e a parlare un inglese perfetto, classico e lontano dallo slang del nuovo mondo. Furono anni troppo brevi ma sufficienti al giovane William per apprendere e amare la cultura e l’armonia del bello. Ma il suo talento era altrove, impugna per la prima volta una racchetta da tennis ad Onteora, sulle montagne Catskills, dove la famiglia usava trascorrere la villeggiatura. In questa località esclusiva, che ospitò regolarmente Mark Twain e i pittori John Alexander e Carroll Beckwith, William Junior impara dal fratello e sgretola il muro del cottage che li ospita a forza di pallate. Vincerà il suo primo trofeo all’età di otto anni, in un torneo riservato agli under 15.
Bisogna considerare che ai primi del ‘900 il tennis era ancora e solo un gioco rilassante per le classi agiate. Il numero dei praticanti era irrisorio, i grandi campioni dell’epoca usavano praticarlo in primavera ed estate per qualche anno, prima di dedicarsi completamente agli affari e alla carriera. Fu questo il caso di Malcolm Withman, imbattuto ed imbattibile per tre anni a cavallo del secolo e ritiratosi dal gioco a soli 25 anni o di Dwight Davis, il donatore della coppa che pressoché alla stessa età intraprese una luminosa carriera politica. Nella vecchia Inghilterra il grande doppista Herbert Roper Barrett giocava solo nelle pause di lavoro. Wimbledon e gli US Championships, che si svolgevano allora nella prestigiosa cornice del Newport Casino, erano spettacoli riservati ai pochi che potevano permettersi il costo del biglietto per sedersi comodamente a bordo campo in marsina e cilindro sorseggiando champagne.

Questo quadretto idilliaco da Belle Epoque venne mandato in frantumi dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Anche nel mondo minore del tennis la rivoluzione era in agguato e Bill Tilden ne rappresentò il grande alfiere. Per accogliere i suoi infiniti sostenitori le tribune di Forest Hills furono ampliate e nel 1928, venne costruito ed inaugurato il Roland Garros per fornire un palcoscenico adeguato alle gesta dei moschettieri di Francia che l’anno precedente erano riusciti a strappare finalmente la Davis al grande nemico. Tutto questo è ancora di là da venire mentre il giovane Tilden esce di casa per frequentare la prestigiosa Germantown Academy, dove si diploma nel 1910. Lo attende la University of Pennsylvania ma ecco che, con la cieca indifferenza di una Natura Matrigna leopardiana, il destino distrugge completamente quel che resta della famiglia che aveva provato a tornare felice. L’adorata madre Selina si ammala e muore rapidamente di insufficienza renale nel 1911, quattro anni dopo è la volta del padre e del fratello Herbert. Bill è rimasto solo, e tale rimarrà per il resto della sua vita. Va a stare con la zia e la cugina, presso le quali troverà sempre rifugio ad una vita inquieta e tormentata, e trascorre mesi interi chiuso in camera ad ascoltare i dischi preferiti dalla madre. È in questo drammatico momento di catarsi che matura in lui la decisione di dedicarsi completamente alla racchetta. Nel 1913 assume l’incarico di  tennis coach alla Germantown, e per rispondere alle continue domande di tecnica e tattica poste dagli allievi, “alle quali non sapevo minimamente replicare”, inizia a studiare profondamente le basi del gioco, riservando attenzione particolare alla psicologia e all’approccio mentale. Da questo stimolo nascono testi come “The art of lawn tennis”, “Match play and the spin of the ball” e “How to play better tennis”, che ancora oggi sono vere bibbie. Fu un giovane John Newcombe a certificare oltre ogni dubbio la grandezza di Big Bill. Ad un cronista che gli chiedeva come avesse imparato a giocare rispose “leggendo i libri di Bill Tilden. Non fanno tutti cosi?”.
Con lui il tennis diventa uno sport planetario.

I began tennis wrong. My strokes were wrong and my viewpoint clouded. No one told me the importance of the fundamentals of the game, such as keeping the eye on the ball or correct body position and footwork” scrive Bill.
In assenza di maestri fece da solo e fu un genio.
La considerazione chiave del suo studio era che il primo obiettivo di un giocatore vincente deve essere quello di distruggere il gioco avversario, minarne la sicurezza arrivando addirittura a sorprenderlo insistendo sul suo colpo forte. Riuscendo in questo l’incontro era vinto. Fu un approccio logico e rivoluzionario al tempo stesso, non si trattava semplicemente di padroneggiare la propria tecnica al fine di imporre il gioco ma più sottilmente di farlo per essere in grado di adattarsi ai punti deboli di chi stava oltre la rete.

Gambe lunghe e piedi da ballerino

Gambe lunghe e piedi da ballerino

Bill abbandona l’università, trova lavoro come cronista per il Philadelphia Evening Ledger, studia come un monaco e partecipa ad ogni torneo raggiungibile. Sfiora il metro e novanta, spalle larghe, mani enormi e due piedi da ballerino ne fanno un atleta perfetto ma il suo arsenale è incompleto. Il servizio sarà sempre una bomba ma non padroneggia ancora gli effetti, il dritto eastern è assassino il rovescio però si limita ad un semplice slice difensivo. Se molti suoi contemporanei abbandonavano presto il tennis, Tilden percorse la strada inversa. Non si distinse mai all’università e fino ai ventisette anni nessuno avrebbe potuto scorgere in lui il futuro imperatore del gioco. Disputa i suoi primi campionati statunitensi nel 1916 finendo fuori al primo turno. All’entrata in guerra del suo paese si arruola servendo in Pennsylvania, il suo comandante in capo è un appassionato di tennis che in cambio di qualche lezione gli lascia ampio margine per allenarsi e così il tempo non passa invano per lui.

Segue a pagina 2: l’ultima sconfitta del grande campione e il primo successo a Wimbledon

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