Il power tennis ci piace davvero?

Lo scontro di domenica scorsa in Coppa Davis tra del Potro e Cilic è stato uno dei più belli dell'anno. Ma il loro gioco piace davvero?

Il power tennis ci piace davvero?

Le opinioni di Ubitennis

Sono passati 5 giorni dal meraviglioso weekend di Coppa Davis, soprattutto per come si è concluso. L’apice è stato indubbiamente il match tra Juan Martin del Potro e Marin Cilic: 4 ore e 52 minuti di battaglia, di lotta tremenda, ma anche di grandi emozioni e di una qualità di gioco notevole. Al di là delle mille emozioni e considerazioni sulla grande impresa sportiva dell’Argentina e sulla levatura di un campione come Delpo, lo scontro di cui sopra ha offerto anche uno spunto di riflessione interessante: il power tennis piace o no a chi guarda questo sport?

Indubbiamente il croato e l’argentino hanno messo in mostra un tennis fatto di grande potenza, la stessa che da anni viene “criticata” dai nostalgici, non senza avere parzialmente ragione. Sotto questo profilo non si possono dimenticare tutte le considerazioni superficiali relative al fatto che oggi i giocatori tendano a giocare tutto allo stesso modo e che ormai oggi gli artisti della racchetta si preoccupino quasi esclusivamente di “correre e tirare”. “Il tennis ormai è solamente forza bruta“, “ormai non si gioca più a tennis, si lotta, si corre e poco più“. Quante volte sono emerse frasi di questo tipo nelle conversazioni tra alcuni giornalisti, fra chi dice di amare questo sport o anche tra chi, magari, lo segue saltuariamente? In relazione alla presunta omologazione degli schemi di gioco, è perlomeno curioso notare che non hanno lo stesso gioco nemmeno Juan Monaco e Tommy Robredo, tanto per citare due giocatori che sono stati nei top ten senza però mai incantare il pubblico. Tornando a Palito, è curioso notare come gli appassionati e gli addetti ai lavori si entusiasmino nel vedere le gesta di Delpo, specialmente i suoi dritti in corsa o quelli giocati dall’angolo sinistro. Una potenza simile con un fondamentale si è vista raramente. Se ad essa si associa l’incredibile storia del campione sudamericano – con annessi i quattro interventi chirurgici – si comprende facilmente come la torre di Tandil sia una delle principali attrazioni del circuito, ancora di più considerando le incertezze che regnano attorno agli ultimi anni di carriera di Federer e Nadal. Eppure, del Potro sembra essere un’incarnazione del tennista moderno: alto più di 1,90 m (198 m per la precisione), servizio potente, resistente fisicamente e con un colpo che “spacca”. Certamente Juan Martin in questo 2016 ha imparato a giocare bene il rovescio tagliato, a coprire la rete con buoni risultati e ad utilizzare talvolta il dropshot, tutte novità di gioco peraltro già intraviste nel 2013. Tuttavia ciò che fa saltare dalla sedia gli spettatori sono quasi sempre i suoi dritti vincenti, che non hanno l’eleganza di quelli di Federer, ma che sono così penetranti e perentori che non possono che lasciare esterrefatti. Eppure gli stessi non sono la massima rappresentazione di un tennis che, a detta di molti, è diventato sempre più “noioso e monocorde”?

Le vicende personali del sudamericano hanno senza dubbio fatto aumentare il numero dei suoi fan, ma il problema non sembra essere questo. Basti pensare all’entusiasmo con cui vengono accolte le prestazioni di Wawrinka quando è on fire, così come facevano impazzire il pubblico i grandi match giocati da James Blake e Fernando Gonzalez, due che non sono stati grandi come Stan The Man, ma che ad ogni modo hanno saputo incantare gli amanti di questo sport in tutte le parti del mondo, riuscendo anche a raggiungere traguardi prestigiosi come la top 5 ed una finale importante rispettivamente al Masters e all’Australian Open, senza contare tanti altri risultati e prestazioni di rilievo, specialmente nel quinquennio 2005-2009. Il problema sembra dunque essere diverso: forse ciò che non piace al fruitore dei contenuti tennistici non è tanto il power tennis, ma la qualità media di chi lo pratica.

A tal proposito, è interessante come in molti si siano lamentati del tennis degli anni Novanta, caratterizzato da campi velocissimi e da partite contraddistinte da infiniti game in cui non c’erano scambi, come dimostrarono i fischi che dovette subire Goran Ivanisevic nella finale del torneo di Parigi-Bercy del 1993 contro Andrei Medvedev. Quel tennis adesso è rimpianto da molti esperti, nonostante in quel periodo ci fosse così tanta preoccupazione che nel decennio successivo si decise di rallentare la superficie dei campi in cemento e in erba, rendendo invece più veloce la terra battuta, arrivando pertanto alla ormai nota omologazione delle superfici, oltre che del modo di giocare.

Le lamentele su quanto il gioco fosse noioso e monotono ci sono state anche quando i Fab Four arrivavano costantemente in semifinale a contendersi il titolo. Per tanto tempo infatti si criticava il fatto che non ci fossero alternative e che arrivassero in fondo solamente i soliti quattro, così come spesso non erano gradite le solite schermaglie tattiche tra Roger e Rafa, quando i due si affrontavano almeno tre o quattro volte l’anno (peraltro negli ultimi 36 mesi il “Fedal” è andato in scena solamente in due occasioni ed è difficile trovare qualcuno che non lo rimpianga).

Nessuno sa cosa riserverà il tennis in futuro, ma la storia recente, e non solo, rende più che lecito pensare che ci sarà sempre una costante, riassumibile nella frase che spesso si sente dire alle persone che rimpiangono la loro giovinezza e i fasti del passato: “Una volta era molto meglio“.

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