Il 2016 di Wawrinka è stato davvero positivo?

Il campione svizzero quest'anno ha fatto sognare nuovamente tutti gli appassionati vincendo gli Us Open, ma oltre a questo i suoi successi sono stati pochi

Il 2016 di Wawrinka è stato davvero positivo?

Anche quest’anno Stan Wawrinka è riuscito a portare a casa uno Slam, stavolta lo Us Open, conquistando così il terzo Major nel giro di altrettante stagioni. Agli occhi di molti addetti ai lavori questo è bastato per parlare di un 2016 positivo, ma è davvero così?

Si è detto spesso che i problemi di Stan The Man in termini di continuità sono dovuti ad una mancanza di motivazione, come dimostra il fatto che quest’anno è arrivato solamente in un’occasione oltre i quarti di finale di un Masters 1000 (a Toronto, dove ha perso contro Nishikori in due set), trionfando invece – oltre che sul suolo newyorchese – a Chennai, Dubai e Ginevra, peraltro sconfiggendo soltanto due tra i primi 20 giocatori del ranking mondiale. Nel 2016, infatti, Stan ha vinto solamente in tre occasioni contro uno dei primi 10 tennisti del mondo, ovvero in semifinale e finale degli Us Open rispettivamente contro Nishikori e Djokovic, oltre che nella sfida di round robin al Masters contro Cilic. Per il resto le grandi soddisfazioni di questa annata sono state davvero poche. Senza togliere nulla alla splendida cavalcata che lo ha visto protagonista a Flushing Meadows, i risultati degli ultimi 11 mesi appaiono insufficienti per un campione del suo calibro. Se è vero che la continuità non è mai stata il suo forte e che, per sua stessa ammissione, è proprio questo a separarlo dai Fab Four – nonostante abbia vinto lo stesso numero di Slam di Murray – lo è altrettanto il fatto che il valore di un giocatore non si misura solamente considerando i suoi picchi di rendimento, anzi. Infatti è il livello medio di gioco quello che consente ai grandi giocatori di conquistare diverse partite senza esprimere un gran tennis. È dunque ciò che emerge dalla “curva” di risultati di un tennista a rivelare chi sia quest’ultimo e, nel caso di Stanimal, siamo senza dubbio di fronte ad un fenomeno, capace di mettere alle corde perfino Djokovic in più occasioni nel corso di uno Slam, ma al tempo stesso incapace di raggiungere una finale di un Masters 1000 da quasi tre anni a questa parte. Stan ha affermato più volte di lavorare per migliorare proprio sotto questo aspetto, ma – almeno finora – nei fatti ha sempre dato l’impressione di volerlo poco o, perlomeno, non tanto quanto chi lo precede in classifica.

 

Se nei tornei che costituiscono di fatto la spina dorsale del circuito maggiore Stan non ha brillato (nel 2016 10 vittorie su 19 partite disputate complessivamente), nei Major invece le cose sono andate diversamente, nonostante alcune prestazioni negative anche negli eventi più importanti dell’anno, su tutte la brutta battuta d’arresto al secondo turno di Wimbledon contro un del Potro ancora convalescente. A questo deve aggiungersi l’eliminazione agli ottavi di finale degli Australian Open per mano di Milos Raonic, il quale ha avuto la meglio dopo cinque set combattuti e spettacolari. In mezzo c’è stata la semifinale raggiunta sotto il cielo del Bois de Boulogne, senza però dover affrontare nemmeno un top 20 nei primi cinque turni, perdendo poi in quattro set da Andy Murray. Quel giorno a Parigi in molti si aspettavano uno scontro titanico, che è stato tale solamente nel primo set. Wawrinka, infatti, successivamente è stato sommerso dai suoi stessi errori nel secondo e nel quarto parziale, tentando una reazione evanescente nel terzo, cedendo però di fronte ad una splendida versione dell’allora numero due ATP. A fine agosto poi – dopo il forfait alle Olimpiadi – arrivano gli US Open, che iniziano con le vittorie su Verdasco e il nostro Giannessi. il quale per un’ora e mezza tiene il campo in maniera lodevole. Ai sedicesimi il numero quattro del mondo sfida Daniel Evans, che disputa una partita meravigliosa – approfittando anche dei problemi alla caviglia sinistra del suo avversario – conquistandosi un match point nel tiebreak del quarto set sul 6-5 in suo favore. Qui l’elvetico gioca in maniera aggressiva e viene a prendersi il punto a rete, archiviando poi il jeu decisif e l’incontro dopo quattro ore di grande tennis. Dopo aver smarrito un altro parziale contro Marchenko, la svolta arriva nei quarti, quando The Man vince contro del Potro, salendo in cattedra col rovescio lungolinea e iniziando a mostrare sempre più spesso la tempia con l’indice della mano destra. È il segno che la voglia di giocare e di soffrire su ogni palla ci sono. Due giorni dopo recupera un set e un break di svantaggio a Nishikori, mentre nell’atto conclusivo supera Djokovic dopo altre quattro ore di grandissima lotta.

Forse in quelle due settimane il livello del suo tennis è stato inferiore a quello visto al Roland Garros del 2015 e a Melbourne l’anno precedente e probabilmente anche a quanto visto in Australia nel 2013. Tuttavia, sotto il profilo fisico e mentale, questo trionfo rimarrà per sempre nella storia di questo sport. Eppure, se Wawrinka avesse sbagliato quella volée di dritto sul match point in favore di Evans chi è che parlerebbe di un 2016 positivo dello svizzero? È davvero giusto cambiare così radicalmente il giudizio su 11 mesi di tornei solamente in seguito ad una manciata di prestazioni da sogno in uno dei tornei più importanti dell’anno?

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