La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Lady Bertè, Lady Borg, Lady Tennis

Venerdì Letterari. Loredana Bertè racconta la sua vita e apre il sipario sugli anni Settanta del tennis. Fidanzata di Panatta, moglie di Borg, la prima dark lady del tennis ha vissuto una vita che è concessa a pochi. E ce la racconta senza filtri

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Lady Bertè, Lady Borg, Lady Tennis

Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Leggere l’autobiografia di Loredana Bertè è come spararsi un viaggio di sola andata nell’Italia del secondo Novecento. Una radiografia del paese che supera il neorealismo del dopoguerra e sprofonda nella realtà plasticosa degli anni ottanta fatta di finto benessere e di televisioni commerciali. Nata in un piccolo paese Calabrese (Bagnara Calabra) arriva con minigonne inguinali in quella Roma degli anni Sessanta dove assieme a Renato Zero e alla sorella Mimì, vive una vita meravigliosa tra pranzi inventati, provini, notti che non finiscono mai e ancora provini. Notti irripetibili che si chiamano ambizione, giovinezza e cappuccini per pranzo. Non so voi, ma Loredana Bertè mi ha sempre suscitato un irrazionale istinto di protezione. La vedo come uno strano martire sexy che esibisce con fierezza ferite esistenziali su due gambe mozzafiato. Sempre provocazione e mai un tornaconto per quelle cosce. L’opposto di Madonna se volete. Madonna quelle gambe e quella voce se le sogna. Leggendo il libro la sensazione è una conferma. Molestata psichicamente dal padre, la fuga di Loredana coincide con una vita che più rock-and-roll non si può. Mick Jagger, Edoardo Agnelli, Luciano Benetton, Bob Marley, Luca di Montezemolo, Paul Getty Jr., Loredana se ne va a spasso per il secolo breve mietendo inviti a cena, chilometri e letti sfatti. C’è tutto lo stupore del mondo negli occhi di quella ragazza che ebbe il tempismo di compiere il suo diciottesimo anno nel 1968 restandone così marchiata per sempre. Poi arrivò “Sei bellissima” e gli zaini diventano valige e tutto si moltiplica. Soldi, chilometri, amori, solitudini e rancori.

 

Loredana ha vissuto a mille all’ora, ha dato quell’idea multietnica a Benetton, ha importato il reggae in Italia (e la luna bussò) e soprattutto, per i lettori di questa rubrica, ha impattato il tennis diventandone la prima Dark Lady. Prima Panatta (il tipo strano d’uomo che le diceva “Sei Bellissima”), poi sua maestà Borg, del quale diventò persino la moglie. Dalla memoria senza filtri di Loredana, Adriano ne esce bene. Un ragazzone intelligente, estremamente rilassato, consapevole di cosa fosse il tennis in quegli irripetibili anni Settanta. Forse solo un po’ borghesuccio nell’evidente imbarazzo di girare a Roma con una Loredana multicolor e quel suo amico, Renato, magrissimo che andava vestito con i tutù anche di giorno. Borg invece ne esce meno bene. Ma c’è più vita. Più cose. È un amore potente quello con Borg che nasce clandestino, attraversa il sipario del suo addio shock al tennis e la parodia del suo ritorno, armato di una racchettina vintage, un guru e una psiche che non aveva retto all’impatto di un successo per nessun altro così totalizzante. Vivere con Borg è come vivere in una realtà parallela. Fiordi e viaggi. Spassosi gli aneddoti alla Casa Bianca con i Bush e Osama Bin Laden, sì avete letto bene, ma i ricordi col dio vichingo sono soprattutto il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice….”

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Il fatto che oggi a raccontarcelo sia una come Loredana Bertè, rende tutto più surreale.

Ps. Per alcuni Loredana è stata una specie di Yoko Ono del tennis. Io rispondo così. Indossate le cuffie, alzate il volume a palla e cliccate qui, https://www.youtube.com/watch?v=vICsI1w07M0. Loredana è stata tante cose. Tra queste, la piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

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