40 anni dal trionfo in Davis. Bertolucci: “Finora se ne sono fregati, ora fanno festa” [AUDIO]

L'ESCLUSIVA - Dopo il ricordo del direttore, le parole di Paolo Bertolucci. Una battuta polemica e tanto altro nella chiacchierata di "Pasta Kid" con Ubaldo. Ricordi, meccanismi e futuro della Coppa che lo ha reso immortale

40 anni dal trionfo in Davis. Bertolucci: “Finora se ne sono fregati, ora fanno festa” [AUDIO]

Santiago: quarant’anni dopo tanta ipocrisia. E oggi tanta nostalgia per l’unica Davis

40 anni dal trionfo in Davis. Panatta: “Triste vedere oggi la competizione trascurata”

Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Crivelli). L’orologio della Coppa Davis (Azzolini). Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Bertolucci)

Quell’Italia che fece la storia. Davis, un trionfo lungo 40 anni (Semeraro). “Quella Coppa completò il mio riscatto” (Ferrero). Una Coppa e due Italie: quella che vinse in Cile e l’altra che perse a casa (Tauceri)

Intervista di Ubaldo Scanagatta, articolo a cura di Raoul Ruberti

Queste celebrazioni, dopo tanti anni di silenzio, a Paolo Bertolucci sono andate di traverso. “Ai dieci anni non gliene è fregato un ca… a nessuno, a venti idem, a trenta idem. Non capisco perché adesso ai quarant’anni si sono svegliati tutti”. Le celebrazioni e i quarant’anni sono ovviamente quelli della Coppa Davis del 1976, vinta dall’Italia nella storica trasferta delle polemiche a Santiago, in Cile e rimasta l’unica fino ad oggi.

“Non puntavamo addirittura a vincerla” ha confessato Bertolucci, compagno fisso di doppio per Adriano Panatta in quella corsa vincente e ospite telefonico del nostro direttore Ubaldo Scanagatta. “Strada facendo però ci rendemmo conto che eravamo una squadra equilibrata, forte, con giocatori dalle caratteristiche completamente diverse ma che si adattavano bene, ogni volta, almeno a uno dei due singolaristi avversari. Il doppio ha sempre fatto buone cose, poi c’era Zugarelli sempre pronto a scendere in campo e, quando lo ha fatto (nei due singolari contro la Gran Bretagna, ndr), lo ha fatto sempre molto bene”. Fino alla finale in casa del dittatore Pinochet, con l’Italia spaccata tra il fronte contrario a disputare la sfida e quello a favore; uno dei momenti più forti della storia sportiva del Paese. Quasi più difficile il percorso che la vittoria decisiva quindi, e Bertolucci concorda: “A Santiago sapevamo di avere una grandissima opportunità, irripetibile – come poi si è rivelata per le altre tre finali (perse nel 1977, 1979 e 1980, ndr). Eravamo più forti, sarebbe stato assurdo non andare.

Viene spontaneo domandarlo, allora: più difficile vincere una Davis negli anni 70 oppure oggi? “Non c’è paragone: all’epoca giocavano tutti. La Svizzera quest’anno non ha giocato, non hanno giocato Djokovic e Nadal… Negli anni 70 tutte le squadre erano le più forti possibili. Per noi la Davis era importantissima, era una delle rare occasioni per metterci in mostra. Il fatto che siamo riusciti a vincerla, e a giocare le altre finali, dimostra che eravamo una squadra coesa, stranamente in uno sport individuale come il tennis”. Anche se a sentire Nicola Pietrangeli, all’epoca capitano non giocatore, ce n’è stato di lavoro da fare per trasformare Panatta, Barazzutti, Zugarelli e lo stesso Bertolucci in un quartetto affiatato. Ognuno ha i suoi ricordi, del resto. Incluso “Pasta Kid” – così era soprannominato Bertolucci, a causa dei suoi peccatucci di gola e di un fisico non proprio da discobolo – che racconta ancora: “Ricordo i quarti sull’erba a Wimbledon, la semifinale con l’Australia a Roma fu la svolta. Ma fu due anni prima in Sudafrica, pur perdendo, che capimmo che negli anni a venire avremmo potuto dire la nostra.

Dal passato remoto a quello più prossimo, Ubaldo domanda: l’Italia non ha più vinto, ha raggiunto soltanto una finale nel ’98 con Gaudenzi e compagni a Milano contro la Svezia. A cosa è stato dovuto? Altre squadre organizzate meglio, o niente giocatori? “Noi eravamo molto forti. Negli ultimi anni abbiamo avuto dei buoni giocatori, sicuramente, ma non forti come noi all’epoca”. C’è poco spazio per la falsa modestia, perché i numeri parlano chiaro: “Il quarto elemento della nostra squadra, Zugarelli, era numero 25 circa al mondo (per l’esattezza best ranking di n.27, ndr). Non abbiamo più avuto non dico quattro, ma neppure due giocatori tra i primi 20-25 insieme, se non a sprazzi Non è soltanto questo il motivo, però. Bertolucci prosegue: “Poi cambiano le situazioni e cambia tutto: il tennis è cambiato molto, e la formula… alla nostra epoca due singolari e un doppio esprimevano il movimento tennistico nazionale; oggi con un solo giocatore molto molto forte si può anche vincere la Coppa Davis, ma ciò non vuol dire che il movimento sia il migliore al mondo”.

La formula, la formula. Si parla tanto di cambiarla, negli ultimi mesi: campo neutro, final eight, due set su tre, “bye” per i campioni in carica – che altrimenti, in caso di sconfitta all’esordio, rischiano di rimanerlo per un paio di mesi appena… “Io sono convinto che qualcosa vada fatto” sostiene Bertolucci. E cosa? “Ad esempio giocare quattro singolari con quattro giocatori diversi, oltre al doppio, potrebbe esprimere meglio il movimento nazionale: numero uno contro numero uno, il numero due contro il numero due e così via. Questo vorrebbe dire vedere il Djokovic di turno in un solo match invece che in due, ma secondo me servirebbe allo scopo”. Per quanto riguarda la sede unica, invece, non è d’accordo: “Toglierebbe a nazioni che non ospitano grandi tornei la possibilità di vedere, almeno una volta l’anno, i grandi campioni in campo”.

Con la speranza che non ci sia troppo da attendere prima che qualcuno di questi campioni parli italiano, Ubaldo e Paolo Bertolucci si salutano. “Ci risentiamo tra dieci anni per il cinquantesimo” scherzano, “magari balbettando un pochino…”

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