Dudi Sela. Tennis, religione e un avversario troppo alto

Una nuova rubrica approfondirà i personaggi del tennis maschile, quelli meno chiacchierati. Oggi tocca a Dudi Sela, che gioca a tennis anche grazie alla religione e una volta trascinò a rete una sedia, ma per un altro motivo

Dudi Sela. Tennis, religione e un avversario troppo alto

La settimana inaugurale del circuito ATP l’hanno monopolizzata il primo e il secondo della classe. Si sono puntati, si sono scontrati, ha vinto quello che aveva più da dimostrare. Verdasco ha aggiunto il grassetto sulla risposta – che già avevamo – alla domanda “L’harakiri nel tennis, chi è il vero maestro?”, Dimitrov ha ricominciato a illudere i (già?) nostalgici di quello che per ora ha giocato soltanto esibizioniDaniil Medvedev è poi stato così gentile da aggiungere un capitolo al libercolo “Guarda quello lì, si farà sicuramente, somiglia proprio a…” tutti gli altri. Tutti gli altri.

Sempre a Chennai, metropoli indiana che ha fatto da fiume Giordano al giovane Medvedev, abbiamo visto riaffacciarsi il piccolo Dudi Sela al tennis che – più o meno – conta. Non era esattamente un parterre de roi quello guidato da Marin Cilic e anche senza i dati di share siamo abbastanza certi che sia stato il torneo meno seguito della settimana. Eppure la semifinale tra Sela e Medvedev è stata una delle partite più avvincenti dei sette giorni. Dudi vince il primo parziale e si issa a match point nel secondo a suon di tennis asincrono, poi s’incarta, si lascia trascinare al tie-break e perde l’occasione di ritornare in una finale ATP dopo Atlanta 2014, quando raccolse sette giochi contro Isner.

Dudi Sela un titolo “vero” non l’ha mai vinto. Se non quello del gesto più bizzarro mai visto su un campo da tennis, ma questo lo scopriremo alla fine. Certo, non ha mancato di essere eroico con i due match vinti al quinto set nel primo turno contro la Svezia della Davis 2009, quando Israele si issava fino ad una storica semifinale. Sela rimontò quasi da solo la selezione svedese, che in 84 anni di partecipazioni non aveva mai perso un tie partendo da un vantaggio di 2-1. I 20 allori a livello Challenger (a -6 dal primatista Lu) ne fanno una delle istituzioni in materia, ma qualche acuto nei piani medio-alti c’è stato. Nell’estate del 2009 sui prati di Wimbledon raggiunge gli ottavi di finale dopo aver sconfito al terzo turno Tommy Robredo, 15esimo favorito del seeding: è soltanto la quarta volta che un tennista israeliano compie quest’impresa a livello Slam. Sugli spalti un singolare contingente di tifosi lo acclama al ritmo di “David, King of Israel is alive and lives on” e lui a fine partita se ne dichiara entusiasta, quasi commosso. David (da cui deriva il diminutivo Dudi) è infatti di confessione ebrea, e la natura così poco “territoriale” dei fedeli della religione ebraica ha permesso a Sela di trovare un nucleo di aficionados in diversi angoli del mondo. Una circostanza a cui ha ammesso di conferire grande valore. “Per chi come me non è molto famoso è difficile trovare in giro dei tifosi, ma ci sono ebrei dovunque e questo è straordinario, mi aiuta tantissimo. Puoi trovarli persino in Cina“. Proprio da quelle parti, a Shenzhen, Sela ha vinto il suo ultimo challenger nel marzo del 2016.

Una coppa a livello ATP però Dudi l’ha alzata. 1 maggio 2016, mentre a circa 30 chilometri dalla Koza World of Sports Arena di Istanbul infuriano le solite violenze di un anno nero per la città turca, il tennista israeliano in coppia con il nostro Flavio Cipolla conquista il primo ATP 250 in carriera. È la prima volta per entrambi, che insieme fanno appena 347 cm di altezza, e la vittoria si concretizza contro Andres Molteni e Diego Schwartzman, argentino che come Sela professa la religione ebraica. La vecchia Costantinopoli non era in effetti stata immune da strascichi di antisemitismo, quando tra le due guerre la penisola anatolica stava cercando di diventare Turchia. Due ebrei in campo in una finale che ha come cornice un’immensa città che non vuole cedere ai ricatti di una guerra che forse è religiosa, forse non lo è affatto, ma una città che con pochi eguali nella storia può vantarsi di aver ospitato fedeli di ogni confessione, in un caleidoscopio di credi e tradizioni. “Mi piace giocare in Turchia, è vicina a casa e amo il cibo turco“. Dudi ci ritornerà, questa volta per scrivere una piccola ma importante pagina della lotta che il tennis combatte con le cose che dovrebbero contare più del tennis.

Piccolo passo indietro. 5 febbraio 2015, a Montpellier il tunisino Malek Jaziri si ritira mentre è in vantaggio contro Denis Istomin. Al turno successivo avrebbe trovato proprio Dudi Sela. Il fatto che due anni prima Jaziri si fosse ritirato durante il challenger di Tashkent per evitare di affrontare un altro israeliano, Amir Weintraub, avvolge la questione di dubbi e attira illazioni. L’ATP apre un’inchiesta ma alla fine decide che la versione di Jaziri (infortunio al gomito) è credibile e lascia correre. Perché i dubbi? Era stato dimostrato che nel 2013 la federazione tunisina aveva fatto pressioni su Jaziri perché non scendesse in campo, invitandolo a rispettare la linea politica del suo paese (la Tunisia è a maggioranza musulmana) che rifiuta ogni relazione pubblica con Israele in solidarietà con il popolo palestinese. “Credo che io e Jaziri giocheremo presto uno contro l’altro nel circuito internazionale” disse allora Dudi, e francamente non si sbagliava. Il 18 settembre 2016, su un campo in cemento a 20 chilometri dalla meravigliosa moschea di Solimano, Jaziri batte Sela 6-1 1-6 6-0 nella finale del Challenger di Istanbul. Per la prima volta un tennista tunisino stringe la mano a un tennista israeliano, le strategie geopolitiche si fanno piccole piccole e il tennis diventa enorme, anche il tennis “minore” di una finale francamente tesa e dal livello molto modesto.

Non vi abbiamo neanche detto come gioca Dudi Sela. È uno a cui piace il tennis tradizionale, che il rovescio lo prepara un po’ à la Gasquet e di rado si preoccupa di tirare forte, mentre spesso si presenta a rete anche seguendo il servizio. Ha le movenze cadenzate e preferisce decisamente il cemento, dove ha vinto diciotto dei suoi venti challenger e riesce a limitare il suo deficit fisico appoggiandosi sui colpi avversari, lui che dichiara di essere alto 175 cm ma nessuno di coloro che l’hanno incontrato si sente in grado di confermare. Si concede a volte il vezzo di un saltello dopo i colpi di rimbalzo, in un impeto un po’ nostalgico che rende la sua figura decisamente anacronistica. L’israeliano dalla barba rossiccia non disdegna il back di rovescio, a cui spesso seguono trame offensive un po’ dimenticate.

Assolto l’onere di una breve presentazione tecnica sarebbe forse il caso di approfondire l’aspetto satirico della questione, e quale input migliore di un atleta ebreo, persino prototipico dal punto di vista fisico? Figurarsi, ci pensa lo stesso Dudi in un’intervista del febbraio 2016. “Ora che ho due bambini a casa non posso pensare al ritiro (all’epoca 30 anni, ndr). Israele è un posto davvero costoso“. Vabbè, ma alla fine cosa conta il vile denaro. Una volta Dudi Sela ha preso una sedia per abbracciare Ivo Karlovic, chi se ne frega del resto.

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