“The kids, they’ve come!”: bilancio della Next Generation dopo gli Australian Open

Ogni mese il bilancio sull’andamento della classifica dedicata alla Next Gen, ovvero di una generazione refrattaria al conformismo stilistico e (per ora) anche alle gerarchie

“The kids, they’ve come!”: bilancio della Next Generation dopo gli Australian Open

Un anno fa, alle porte del major, il sito ufficiale degli AO aveva lanciato l’avvertimento: “The kids, they’are coming”. Infatti, “per la prima volta dal 1988 quattro giocatori sono teenager”, ovvero fra i 18 e 19 anni: Borna Coric, Hyeon Chung, Thanasi Kokkinakis e Alexander Zverev. Nessuno di loro sarebbe riuscito a raggiungere il secondo turno, complice in due casi un tabellone proibitivo (Zverev-Murray, Chung-Djokovic). A superare il primo scoglio, dalle qualificazioni, erano invece altri tre esponenti di quella che oggi definiamo “Next Generation”: Halys, Jasika e Rubin, rispettivamente 187, 310 e 328 del ranking. A distanza di un anno, il gruppo della Next Gen si presenta arricchito di volti e, dopo Melbourne, sembra bussare più prepotente di allora alle porte del circuito maggiore. Tre, in particolare, gli elementi da sottolineare.

Anzitutto, al primo turno degli AO i classe ’96 o più giovani erano 18 (4 le wild card), oltre il doppio dell’edizione 2016, mentre al secondo turno si sono qualificati in 9, tre volte il numero dell’anno precedente, con una netta prevalenza di giovani al di sotto della 100° posizione del ranking.

 

I 9 esponenti della Next Generation al 2° turno degli AO (ranking all’11 gennaio):

Zverev (24) Khachanov (52)
Chung (105) Tiafoe (108) Escobedo (131) Rublev (152)
Rubin (200) Bublik (207)
De Minaur (301)

Secondo, anche grazie ai risultati conseguiti a Melbourne, gli esponenti della Next Gen in top 100 da 5 (Zverev, Khachanov, Coric, Medvedev, Fritz) sono diventati 8, essendosi aggregati Chung, Tiafoe e Donaldson. Terzo, la corsa alle finali di Milano si preannuncia serrata fino all’ultimo per quasi tutte le posizioni da assegnare attraverso la classifica dedicata (Race to Milan). Infatti, oltre il suo elemento di punta – Alexander Zverev, issatosi dopo Melbourne al 22° posto della classifica mondiale e proiettato verso traguardi ancor più ambiziosi – la Next Gen si mostra come un magma poco decifrabile che si agita soprattutto nelle retrovie del ranking, e naturalmente fluttua tra l’universo challenger e il circuito maggiore. Al di là del talento tedesco, nessuno degli altri 7 della Next Gen presenti in top 100 sembra oggi poter offrire solide garanzie in vista della partecipazione al master milanese: neppure chi oggi si trova in una posizione apparentemente più salda.

Come Karen Khachanov, che deve il suo ranking alla rendita acquisita con la conquista del primo torneo ATP, il 250 di Chengdu, nell’autunno scorso, ma che in questo 2017 ha confermato più limiti che qualità. A Melbourne il russo ha mancato di sfruttare 8 delle 9 palle concesse da Jack Sock. Benché avesse di fronte un avversario solidissimo, dal russo era lecito aspettarsi qualcosa in più di un 3 a 0 senza appello. Analoghe incertezze intorno a Daniil Medvedev, attuale capofila della Race grazie alla finale raggiunta all’ATP 250 di Chennai, che a Melbourne ha ceduto al primo turno sotto i colpi del coetaneo Ernesto Escobedo, efficace nel mettergli pressione con la risposta al servizio. In questo avvio di stagione il più convincente della “triade russa” della Next Gen è sembrato forse Andrei Rublev. Il diciannovenne di Mosca ha conquistato la prima vittoria nel main draw di uno slam, sconfiggendo Lu sotto di un set e offrendo una buona prova (anche) sotto il profilo mentale. Al turno successivo, con Murray, non c’è stata partita, ma lo scozzese ha avuto per lui parole generose: “È emozionante vederlo”, riferendosi al dritto fulmineo del russo. Dopo Melbourne, grazie agli ottimi risultati conseguiti nei challenger francesi, Rublev occupa la seconda posizione della Race to Milan, a un punto dal connazionale Medvedev.

Il neo kazako, ex russo, Alexander Bublik è un talento cristallino della Next Generation. Difficile non rimanere affascinati dalla continua alternanza di aggressività e sensibilità, dalla varietà di gioco e dalla ricerca assidua (ma non testarda) del dropshot. A Melbourne è avanzato al secondo turno superando in 4 set, con tanto di 6-0, la teste di serie n. 16 Lucas Pouille. Poi si è trovato di fronte alle intelligenti variazioni in slice del tunisino Jaziri, che lo hanno mandato fuori giri. Il talento kazako gioca però con sfrontatezza ed evidente consapevolezza dei propri mezzi, a dispetto di quanto possano aver lasciato intendere le espressioni di incredulità dopo i match point realizzati a ottobre con Bautista Agut e a Melbourne, appunto, con Pouille. Sarà interessante vederlo all’opera nel corso dell’anno sulle altre superfici, magari sull’erba, superficie con la quale, per diverse ragioni, in pochi della Next Gen si sono finora misurati (nel 2016, Rublev ed Escobedo).

Punta dritto verso Milano Heyon Chung. A Chennai, dopo aver sconfitto Borna Coric, ancora in fase di rodaggio dopo l’operazione al ginocchio, aveva detto: “Il mio primo obiettivo è rientrare in top 100”. Detto, fatto. Oggi si trova in 70° posizione certamente in virtù della vittoria del suo ottavo challenger in carriera (Maui), ma anche a Melbourne il sud coreano è apparso fra i più brillanti e maturi della Next Gen. In un match di 2° turno a tratti spettacolare perso con Dimitrov, Chung ha dominato il primo set offrendo conferme e segnali di crescita. La conferma arriva dal rovescio bimane, il colpo-cardine: profondo, angolato con disinvoltura, giocato da qualsiasi posizione, difficile da leggere grazie a una preparazione rapida e compatta. Al contempo, un servizio migliorato per velocità e continuità, approcci a rete (finalmente) più frequenti e risolutivi (18 punti su 19), mentre l’eccentrico dritto resta il colpo su cui lavorare. Sempre intatto, invece, lo spirito di abnegazione: “Ho imparato moltissimo da questa sconfitta”, ha affermato Chung dopo la sconfitta.

Segue a pagina 2: la Next Gen statunitense (per colmare un vuoto) e quella australiana (dalle retrovie del ranking)

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