L’incubo della Fed Cup, i sogni dell’ATP e la realtà di Paolo Lorenzi

Sascha Zverev e Grigor Dimitrov proseguono il loro buon momento e fanno ben sperare per il futuro. Lorenzi non verrà mai celebrato abbastanza. Pessime le prospettive delle donne italiane

L’incubo della Fed Cup, i sogni dell’ATP e la realtà di Paolo Lorenzi
Francesca Schiavone - Italia vs Slovacchia, Fed Cup 2017 (foto Fabrizio Maccani)

Non si fa in tempo a gioire per il successo dell’Italia maschile in Argentina, che subito ci si vede investiti dall’amarezza per la debacle femminile di Forlì: la sconfitta contro la Slovacchia, pur orfana di Dominika Cibulkova, condanna le azzurre ai playout per evitare la serie C (zona Euro-Africana, un baratro). Se ce lo avessero raccontato solo tre anni fa, dopo il quarto trionfo, contro una Russia rimaneggiata, avremmo riso della grossa. Lo spettro di un vuoto cosmico dopo gli ultimi fasti sta però prendendo forma concreta sempre più rapidamente, complice un ricambio generazionale assente di cui si è già snocciolato ogni dettaglio, e declinata ogni possibile causa (qualcuna più di altre, e non per forza a torto): alle spalle di due titoli e tre finali Slam (divisi tra Parigi e New York) si muovono un’oriunda turbolenta e un talento di cristallo. Ancora oltre si scorgono nomi poco altisonanti e numeri che non fanno alzare alcun sopracciglio: la miglior classificata di quella che dovrebbe essere la nuova guardia è Jasmine Paolini, al numero 215, e senza nulla togliere a lei, purtroppo è quanto dire. Ci si morde in continuazione le mani, a causa del rapporto travagliato tra Camila Giorgi e la Federazione, che ha impedito di fatto alla italoargentina di issarsi a figura trainante del nuovo corso del tennis rosa italiano: addirittura l’hanno squalificata per aver rifiutato la convocazione, bannandola dagli eventi FIT pur non essendo tesserata. Per assurdo, non sorprenderebbe se Camila decidesse di finire la sua carriera difendendo i colori dell’Argentina, di cui conserva le origini del padre Sergio, reduce dalla Guerra delle Malvinas come lui stesso ha tenuto a ricordare in altre sedi, da sempre suo coach, mentore e forse ostacolo. Se Giorgi avesse avuto l’occasione di fare da leader emozionale, oltre che tecnico, alle varie Pieri, Caregaro, Grymalska, probabilmente le prospettive del team di Fed Cup sarebbero state meno grigie di quelle che ci si parano di fronte; ma la storia non si fa con i se. Nei playout per evitare la serie C giocheremo contro una tra Kazakhistan, Canada, Gran Bretagna e Serbia, e la prima sembra l’unica squadra contro cui partiremmo favoriti.

Lo strascico della vittoria a Parque Sarmiento sembra invece aver giovato a Paolo Lorenzi, che lo scorso weekend aveva chiuso l’esperienza contro l’Argentina con un onesto 1-1; dominando contro Pella nel singolare d’apertura, sciogliendosi contro la garra (unica vera arma) di Charlie Berlocq. La vittoria con cui Fognini ha consegnato il tie agli azzurri, e di conseguenza l’adrenalina acquisita dall’intera squadra, pare aver galvanizzato Paolino, che a Quito si è arrampicato (si gioca a quasi 3000 metri sul mare) fino alla finale, persa sprecando match point contro il miracoloso Estrella Burgos. Il dominicano ha vinto il torneo ecuadregno per la terza volta consecutiva, nell’unica competizione in cui abbia mai trionfato. Pazzesco.  Quando lo scorso anno Lorenzi superò al primo turno di Montecarlo un Fabio Fognini inadeguato e sovrappeso a causa dell’infortunio, in conferenza stampa rispose alle domande degli sparuti giornalisti italiani presenti circa le sue abitudini da giramondo. E con un sorriso, l’ex aspirante medico rispose che il Sud America è forse il suo luogo preferito, proprio perché in altura la sua palla è più problematica da gestire, e le sue doti di lottatore e maratoneta gli danno un edge in più sugli avversari. Se l’altura si somma al volume dell’immenso cuore del senese, non c’è altro da aggiungere. Non sarà mai celebrata abbastanza l’abnegazione ma soprattutto la serietà di chi non è stato baciato da talento cristallino, ma ha sottoposto se stesso ad un regime di lavoro e passione che ha poi fatto la differenza. Avercene altri dieci, di Paolo Lorenzi.

 

Settimana interessante anche per il tennis che verrà: Grigor Dimitrov fa sentire la sua voce per la seconda volta quest’anno, a conferma di un momento di grandissima forma e forse, anzi magari, di consapevolezza e fiducia. Già vincitore a Brisbane nel torneo d’esordio del 2017, il bulgaro ha regolato in due set un cliente tutt’altro che agevole come David Goffin, davanti al pubblico della sua terra a Sofia. Proprio lui che l’anno scorso fu al centro di un mezzo scandalo in patria, per essersi rifiutato di partecipare all’edizione inaugurale della kermesse di casa nonostante un’ingente somma di denaro promessa. Fioccarono le accuse di scarso attaccamento alla bandiera, sebbene la motivazione fosse puramente tecnica (non giocò infatti alcun torneo indoor nel periodo incriminato, preferendo rientrare a Delray Beach dopo la trasferta australiana che si era conclusa al terzo turno di Melbourne, perse da Federer in quattro set). Dimitrov torna quindi profeta in patria, cavalcando l’onda di uno strepitoso percorso agli Australian Open, dove per poco non era riuscito rovinare la festa di tutto il pianeta tennis, costringendo Nadal fino al quinto set della semifinale. Bello vederlo al top (nella finale con Goffin non sono mancati sprazzi di qualità elevatissima, vedasi un passante in corsa con il dritto da spellarsi le mani), soprattutto per l’ormai ritrito discorso della pressione di cui sembrava ormai essere schiavo: l’exploit down under potrebbe avergli dato quella scossa decisiva per incastonarsi definitivamente, da qui a fine carriera, tra i migliori. Non è troppo tardi.

A Montpellier, dove tre dei quattro semifinalisti erano francesi, ha vinto l’unico straniero: Alexander Zverev ha messo in fila Jo-Wilfried Tsonga e Richard Gasquet negli ultimi due atti, per mettere sullo scaffale il secondo pezzo di argenteria della sua carriera, dopo San Pietroburgo dello scorso anno (nella cui finale battè Stan Wawrinka, a riprova di una tenuta mentale contro i top player ormai già di livello assoluto). Sascha ha messo ancora una volta in mostra il profilo del giocatore del futuro, longilineo, potente ma non per questo (almeno non eccessivamente) lacunoso negli spostamenti: il rovescio è un’arma di distruzione di massa, il dritto rimane meno solido ma comunque esplosivo. Progressivamente il baricentro del suo gioco si sta spostando verso la riga di fondo e più spesso verso la rete, pur non risparmiandosi quando costretto in difesa. Il campo di partecipazione nel sud della Francia non era affatto male, per quanto ovviamente privo dei mostri sacri; vincere contro i primi tra i secondi inizia comunque ad essere un’abitudine a cui il giovanissimo tedesco non rinuncia, e il domani sembra sempre più suo. Come se non bastasse, ha portato a casa anche il titolo di doppio, in coppia con il fratello Mischa (quarti a Melbourne poche settimane fa, dopo aver shockato Andy Murray in ottavi). Al primo turno di Rotterdam avrà Dominic Thiem con cui è sotto 1-3 nei confronti diretti (l’unico successo è anche i confronto più recente, a Pechino 2016): con ogni probabilità, uno dei duopoli a cui assisteremo nell’avvenire.

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