La Piccola Biblioteca di Ubitennis. I quattro moschettieri

Venerdì Letterari. In bianco e nero. Un libro prezioso che racconta una storia che tutti dovremmo sapere. I Quattro Moschettieri e la Divina. Il Roland Garros e le magliette Lacoste. Quando la Francia sfidò il diritto anglosassone, sconfisse Bill Tilden e portò la Davis nel resto del mondo

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. I quattro moschettieri

Suzanne Lenglen è una campionessa che mostra un tennis atipico, inimitabile, avveniristico per i suoi tempi. Serve da sopra la testa e scende a rete, cosa rara fra le tenniste di quell’epoca. Anche il suo abbigliamento crea scalpore. Curiosità: indossa la gonna sopra il ginocchio, cosa mai vista prima.

La squadra si formò gradualmente da un’idea della stessa Suzanne a seguito di un episodio che ferì l’orgoglio della Divina e dalla sua volontà di rivalsa nei confronti del protagonista, assieme a lei, di quell’accadimento: il campionissimo americano Bill Tilden. Fra la Lenglen e “Big” Bill non corre buon sangue. Tilden non ama le tenniste donne e non nutre particolare simpatia per l’osannata campionessa francese. Il fatto in questione ha luogo nel 1920. Suzanne, che ha appena vinto il torneo di Wimbledon, si trova alle Faisanderie di Saint Cloud per veder giocare proprio Tilden. Percepisce subito l’antipatia dell’americano nei suoi confronti, tanto esplicita che Tilden finge di non conoscerla, forse ingelosito dalla notorietà di cui la Lenglen gode in Gran Bretagna, tale da oscurare quella dell’astro d’oltreoceano. Un amico comune organizza un incontro fra i due, un’esibizione. All’inizio sono solo palleggi, poi qualcuno del pubblico propone un set, una piccola partita. Entrambi accettano ma Tilden non si dimostra cavaliere, non ha alcuna remora a giocare contro la Lenglen come avesse di fronte un avversario maschio. Suzanne viene surclassata dai colpi potenti di “Big” Bill, perde malamente. L’umiliazione provocata da quell’incontro non sarà dimenticata e da quel momento la giovane stella francese inizia a pensare a un modo per “vendicarsi” dello sfrontato campione americano. Sa che non potrà essere lei a batterlo, ma se riuscirà a creare un gruppo di giovani forti tennisti francesi è sicura che potrà prendersi, per interposta persona, la rivincita.

 

Per batterlo, pensa Suzanne, bisogna costringere Tilden a giocare continuamente al massimo della potenza. Solo allora il suo tennis formidabile si indebolirà. Bisogna metterlo nelle condizioni di dover abbreviare lo scambio, stancarlo, facendolo spostare a fondo campo e alternando palle basse e corte che lo obblighino ad abbassarsi. “È l’unica tattica”, dice ben presto ai giovani francesi che ha preso sotto la sua protezione. “Altrimenti arriverete a sessant’anni, amici cari, e lui vi batterà ancora” (pag. 38).

Da lì, il sogno, a poco a poco, diventa realtà. Prende forma quella squadra che, nel 1927, porterà per la prima volta l’Insalatiera in Francia. È l’inizio di una stagione ricchissima di successi. Tilden, infatti, negli anni successivi perderà parecchi incontri contro i moschettieri, fra cui si possono ricordare le sconfitte in finale contro Lacoste al Roland Garros nel 1927 e ai Campionati degli Stati Uniti del 1930 e quella contro Henri Cochet al Roland Garros sempre nel 1930.

Fra i tanti aspetti interessanti delle vicende tennistiche dei moschettieri, spicca la descrizione che Lambert propone delle caratteristiche tecniche dei quattro e il ritratto caratteriale di questi giovani campioni, così diversi tra loro eppure legati da una magica alchimia in cui l’amicizia, al di là della rivalità agonistica, è il dato più evidente, un’amicizia che durerà tutta la vita. Se Cochet, Borotra e Brugnon sono giocatori istintivi che interpretano il tennis in modo naturale e spontaneo, Lacoste, il più giovane e riflessivo del gruppo, spicca per forza di volontà, training metodico. Lacoste fu un tennista che anticipò i metodi di allenamento moderni, attribuì particolare importanza alla preparazione atletica, si sforzò costantemente di migliorare l’elasticità del proprio fisico, la capacità polmonare, la tattica di gioco, lo studio dell’avversario. Per allenarsi in modo sempre più efficace inventò una macchina lanciapalle, si allenava spesso contro il muro.

Tilden, a proposito di Lacoste, scrive nelle sue memorie: “Mi dava sui nervi. La monotona regolarità con cui quel ragazzo impassibile rilanciava le mie palle migliori risvegliava spesso in me il desiderio selvaggio di tirargli addosso la racchetta o di ammazzarlo” (Pag. 51).

Lacoste, assieme a Tilden, fu il capostipite di un approccio scientifico al tennis, dove nessun particolare è lasciato al caso.

Bello e dettagliato è il racconto che occupa la parte centrale del libro: la marcia trionfale della Francia verso la conquista della prima Davis. Lungo il cammino per arrivare al challenge round (al tempo la squadra detentrice del titolo disputava solo la finale) la Francia batté, una dopo l’altra, Romania, Italia, Sud Africa, Danimarca, Giappone, fino alla fatidica sfida contro gli Stati Uniti di Tilden. I francesi si imposero 3 a 2. Una vittoria frutto di preparazione atletica, volontà, tattica.

I Moschettieri si concentrarono su “Big” Bill, era lui l’uomo da battere, e per farlo adottarono una strategia di gioco che aveva un unico scopo: fare in modo che Tilden arrivasse alla terza giornata stanco. Bisognava farlo correre, giocare molto, costringerlo a recuperi su palle basse, tenerlo in campo il più possibile, contando, anche, sulla sua non più giovane età (al tempo aveva 34 anni). Ci riuscirono. Tilden vinse il primo incontro con Cochet, vinse anche il doppio ma arrivò all’ultima giornata di gare sfinito, nervoso. Contro Lacoste perse. Henri Cochet completò l’opera battendo Bill Johnstone nell’incontro decisivo. Capolavoro compiuto. Talento individuale e gioco di squadra, ecco il segreto del successo francese.

Fra i tanti aspetti godibili di questo libro ci sono i molti aneddoti raccontati dai protagonisti, raccolti dal vivo da Lambert e disseminati in tante pagine gustose. Fra le curiosità, l’autore riporta l’origine del coccodrillo, il marchio delle polo Lacoste. “Alligator”, “crocodile” in francese, fu il soprannome attribuito, pare, a Lacoste da un giornalista americano. Il nomignolo seguì René fino in Patria, tanto che il tennista francese decise di utilizzarlo come emblema della sua marca di magliette.

Il libro di Lambert si avvale di un gran lavoro di documentazione e ricerca negli archivi di innumerevoli studiosi, collezionisti, esperti di tennis (fra cui Gianni Clerici) e offre al lettore un’interessantissima galleria fotografica con molti ritratti di campioni degli anni Venti e Trenta. Tra le foto, una in particolare mi ha colpito. Ritrae tre dei quattro moschettieri, ormai anziani, nell’atto di consegnare la coppa al vincitore del Roland Garros edizione 1978: Bjorn Borg.

Carlo Cocconi

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