Next Gen ATP: Noah Rubin, ovvero dell’etica del lavoro

Profilo del meno appariscente della Next Gen USA, il ragazzo di Long Island su cui McEnroe ha puntato le sue fiches

Next Gen ATP: Noah Rubin, ovvero dell’etica del lavoro

Chiaramente, per Noah, l’unico limite è il cielo”. Parole a dir poco altisonanti quelle con cui Lawrence Kleger, direttore della John McEnroe Tennis Academy, commentava i quarti di finale raggiunti dal suo allievo al Roland Garros juniores del 2012. Due anni dopo, Noah Rubin centrava il primo risultato di rilievo della carriera: il trofeo di Wimbledon juniores, al termine di una marcia che lo vedeva travolgere, in sequenza, Tiafoe, Fritz e Kozlov, tra i volti oggi più noti della Next Gen statunitense. Un successo che Noah, con lucidità, interpreta come una prima remunerazione – fosse anche simbolica – del capitale investito su di lui dai genitori, Eric e Melanie: “Centinaia di migliaia di dollari per qualcosa che magari non sarebbe mai accaduto. Perché li hanno spesi?”, si era domandato in passato il ragazzo.

Il cui percorso è stato per certi versi atipico rispetto a quello di tanti suoi pari, andati via di casa prestissimo per essere ospitati a Boca Raton, il quartiere generale della USTA, o nelle grandi accademie private. Figlio della middle class newyorkese, cresciuto a Merrick, nella pancia di Long Island, da due genitori che decidono di consacrare la propria organizzazione di vita e le risorse economiche, a volte insufficienti, alla realizzazione del sogno di Noah. Prima di affiancarsi a Kleger, per anni è stato papà Eric a rivestire il ruolo di coach: cambiando lavoro, se necessario, ma non rinunciando mai alla sessione quotidiana di allenamento del figlio, all’alba, sui campi indoor di North Fork, dall’altra parte dell’isola, o su quelli all’aperto nel parco di Newbridge Road, ghiacciati d’inverno. Il tennis ha costituito il fattore trainante di ogni decisione familiare, persino il terreno su cui si è combattuta la causa di divorzio fra Eric e Melanie, con i legali impegnati a scandire minuziosamente tempi e ruoli di entrambi nel percorso di crescita tennistica del figlio. Noah è un ragazzo intelligente, comprende gli sforzi enormi profusi dai genitori e guarda a un solo obiettivo: ripagarli nel minore tempo possibile. La sua vita, fino ad oggi, è la rappresentazione plastica dell’etica del lavoro in ambito sportivo: spirito di abnegazione, scelte sempre oculate e razionali, nessuna intemperanza. Un’etica del lavoro che si confonde con la devozione della famiglia Rubin alla religione ebraica. Il giorno del suo “Bar Mitzvah” – il momento in cui si acquista la responsabilità nell’applicazione dei precetti della Torah, e che per i maschi avviene al compimento del tredicesimo anno di età – Noah organizza una raccolta di racchette usate per donarle all’Israeli Tennis Centers. Il legame con lo Stato ebraico è così forte che quando Rubin, alle qualificazioni degli US Open del 2013 si trova di fronte l’israeliano Amir Weintraub, mamma Melanie tentenna: “Giocava contro un israeliano. Non ero sicura di voler vedere vincere mio figlio”, confesserà più avanti.

 

Gli sforzi di Eric e Melanie vengono ripagati. La svolta avviene a 14 anni quando Noah raggiunge la finale del prestigioso torneo Les Petits As, a Tarbes. Da quel momento ai sacrifici dei genitori si sostituisce il sostegno economico stabile di Kleger e della sua Sportime, collegata all’Accademia di McEnroe. Galvanizzato dai quarti di finale al Roland Garros juniores del 2012, Rubin tenta qualche incursione nel circuito challenger, ma i risultati sono tutt’altro che positivi. Il ragazzo accetta la lezione e saggiamente torna a giocare al livello che gli compete. La scelta paga. Il 2014 è l’anno della consacrazione a livello juniores. Rubin conquista il primo slam (Wimbledon, appunto) e si afferma campione nazionale Usa under 18 vincendo la finale di Kalamazoo, che gli procura anche una wild card per gli US open. Rubin – che nel frattempo ha vinto una borsa di studio alla Wake Forest University, North Carolina – avverte i professori che non potrà seguire le prime lezioni: ovvio, deve giocarsi il primo turno degli US Open con Federico Delbonis. L’argentino gli concede appena sette game e in conferenza stampa Rubin ammette: “È totalmente un altro sport”, riferendosi al divario fisico che lo separa dai top 100. Eppure il ragazzo ha le idee chiarissime per il futuro, sa cosa deve fare per emergere. E opta per la soluzione meno scontata ma che più, a suo dire, può consentirgli di crescere “non solo come tennista, ma anche come persona”. Va a giocare, appunto, per l’università di Wake Forest, seguendo le orme, fra gli altri, di John Isner – quattro anni alla University of Georgia prima di entrare nel circuito professionistico – e Steve Johnson, per tre anni alla University of South California. Oltre ad allenarsi duramente, Rubin s’iscrive ai corsi di storia dell’arte, scrittura, astronomia e introduzione al giudaismo. Con uno score di 26 vittorie e 4 sconfitte, Rubin conduce la sua università alle finali della National Collegiate Athletic Association (NCAA), e viene insignito del doppio titolo di miglior giocatore dell’Atlantic Coast Conference (ACC) e di Freshman of the Year, primo studente-atleta della storia dell’ACC maschile di tennis a esservi riuscito.

A giugno del 2015 decide di fare il salto professionistico e a novembre si aggiudica il primo titolo challenger della carriera, a Charlottesville, che gli procura un’altra wild card per un major, stavolta Melbourne. Anche in questa circostanza Noah si distingue per maturità. Vinto il challenger, si rende conto di quanto sia determinante, per un tennista professionista, il mese di off season. Che infatti sfrutta seguendo un programma rigido e anticonvenzionale messo a punto dalla McEnroe Academy e dal preparatore atletico Richard Mensing Jr., focalizzandosi sull’aspetto fisico, nutrizionale e mentale: “Non mi sono mai sentito meglio in tutta la mia vita […] Una trasformazione incredibile, comprendere quello di cui il mio corpo necessita per raggiungere il massimo in termini di forza”. In quel periodo il tennis per Noah è quasi sullo sfondo, perché “prima di tutto il mio lavoro è fare sì che mente e corpo siano pronti in qualunque situazione”: parole non comuni, fra i ragazzi della nuova generazione.

Siamo al 2016. L’avvio di stagione è incoraggiante. Al primo turno degli AO incontra Benoit Paire e lo supera con tre tie break serrati, che denotano la forza mentale di Rubin. È il primo scalpo fra i top 100. In conferenza stampa Paire, irrispettoso, lo schernisce: “I played against not a good player, but I was very bad today”. Sarà, intanto Rubin si prende un’iniezione di fiducia e si gode il record di wild card con il ranking più basso di sempre ad accedere al main draw di Melbourne (e persino al 2° turno). Poche settimane dopo, a Delray Beach, batte un altro top 100, Sam Groth, salvando tre match point; quindi, ad aprile, la vittoria del challenger di Sarasota, superando in finale il terzo top 100 in carriera, Denis Kudla. Da quel momento il suo 2016 è fatto più di bassi che alti, complice un infortunio alla caviglia che ne condizionerà il resto della stagione.

a pagina 2: le caratteristiche tecniche e le prospettive di Noah Rubin

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