Il vecchio Jo, un bebè e un paio di scelte

Nove vittorie, due trofei, 750 punti. Ma tra Tsonga e i 1000 americani potrebbe pararsi un piccolo "ostacolo" col suo stesso cognome

Il vecchio Jo, un bebè e un paio di scelte

Jo Wilfried Tsonga un giorno si ritirerà e c’è da starne certi, mancherà un po’ a tutti. Per questo un pizzico di inconscia malinconia ha preso a serpeggiare quando a Rotterdam si è lanciato in certe dichiarazioni preoccupanti. Certo non in grado di spargere il panico come quelle – poi smentite – di Federer a una Rod Laver Arena ormai satura di emozioni, e questa forbice restituisce la misura esatta del tennista Tsonga. Un personaggio rassicurante che esce e rientra nelle cronache dei grandi tornei, con quel modo scanzonato di affrontare la faccenda e quell’esuberanza che lo porta ogni tanto a giocare un rovescio senza la mano sinistra, ogni tanto a lanciarsi a rete senza elmetto.

Sopra le righe quasi mai, tranne quando Wawrinka lo stuzzica più del dovuto, Tsonga ha vissuto una carriera da outsider con l’onere, perlopiù sconosciuto ai Berdych e ai Ferrer, di avere davvero nel braccio il tennis per battere i migliori. La semifinale di Melbourne 2008, per esempio. Non si vincono per caso 30 punti a rete contro un Nadal la cui resa nei passanti è ai massimi storici, non gli si lasciano appena sette giochi senza il punch che per una notte sembra mutuato da quel tale coi guantoni a cui l’omone di Le Mans tanto somiglia. Sul 5-2 del primo parziale brutalizza la pallina con un diritto a sventaglio, e quando gli ritorna le ordina di smettere di nuocere e quella placida s’addormenta in forma di stop volley. Ape e farfalla, ferro e piuma. Jo è “stato” ogni tanto, ma quelle volte sempre molto intenso.

 

Lo si potrebbe definire un tennista asimmetrico, dalla condotta tattica ineducata, in grado di tirare così forte da dimenticare certe volte di avere un campo da centrare. Sempre però in armonia con il suo tennis, che abbiamo detto non sempre produttivo ed efficiente, ma coraggiosamente uguale a se stesso. Non è Tsonga un esempio di eleganza in senso classico, tanto che nei periodi di scarsa condizione atletica le sue movenze appaiono particolarmente appesantite, e la brusca torsione del busto con cui accompagna il movimento del diritto – per i puristi una open stance che più open non si può – ricorda la preparazione di un gancio destro più che un colpo di tennis. Anche per gli effetti che può sortire.

Irregolare sul campo, così così nei numeri: dal 2008 ha sempre vinto almeno un titolo a stagione ad eccezione del 2010 – in cui non raggiunse alcuna finale, batté un solo top 10 e finì ai margini della squadra di Davis – e del 2016, che a fronte di una prima parte di stagione di buon livello aveva segnalato uno Tsonga in fase remissiva, sempre a galleggiare tra i migliori ma forse incapace di un altro colpo di coda. Lontani i tempi della top 5 del 2012, lontani persino gli exploit in stile Toronto 2014 quando il francese riusciva a mettere in riga Djokovic, Murray, Dimitrov e Federer prima di alzare il trofeo. Il quasi funereo “è andata bene, mi sono divertito un mondo perché sapevo che non sarebbe durata per sempre” pronunciato dieci giorni fa sembrava l’indizio definitivo.

Invece ecco che Jo ti infila due titoli consecutivi, il numero 13 a Rotterdam e il numero 14 all’Open 13 di Marsiglia. Una serie di nove vittorie di fila che migliora il record delle otto colte nel 2008 e inaspettatamente proietta il francese alla quarta piazza della Race to Londonper quel che vale una graduatoria in cui Estrella Burgos precede Murray e Djokovic. Adesso il calendario prevede un meritato riposo – dopo cinque tornei in due mesi – e l’assalto ai 2000 punti di Indian Wells e Miami, dove Jo potrebbe vestire i panni del temerario guastafeste. Non fosse che proprio a fine marzo la sua dolce metà Noura sarà pronta per mettere alla luce il primogenito.

Un inequivocabile brodo di giuggiole sembrava averlo colto al momento di annunciare che avrebbe presto avuto un erede, tanto da lasciar ipotizzare il sacrificio della trasferta statunitense in favore degli affetti familiari e delle famose “priorità” che prima di lui Murray e soprattutto Djokovic – forse più di Roger – avevano ammesso di esser stati costretti a rivalutare. Da regolamento il francese rispetta i requisiti di anzianità per saltare ben tre – limite massimo – Masters 1000 all’anno, purché non siano gli stessi saltati nella stagione precedente: in quel caso, secondo le modifiche entrate in vigore proprio nel 2017, scatterebbe la penalità.

Rischiare di perdere la nascita del primo figlio per un ottavo di finale a Miami? Certo è tennis, è professionismo, la stagione entra nel vivo e Jo è appena rientrato prepotente in top 10. Ma è anche lo stesso ragazzone che una volta, era il 2011, saltò di getto la rete appena dopo aver vinto una grande partita contro un giovane ed esuberante Dimitrov, finito – letteralmente – al tappeto sul verde di Wimbledon. Per consolarlo e assicurargli che un altra volta sarebbe andata diversamente, avrebbe vinto lui, a dispetto di quelle lacrime acerbe. Il Dimitrov di oggi è più maturo. Jo, forse, è rimasto lo stesso.

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