Messico e N(uv)ole

Novak Djokovic "scappa" in Messico e si perde ancora di più. Federer spreca match-point ma non gli interessa, Nadal manca il titolo da favorito. Solo il numero uno vince quasi inosservato

Messico e N(uv)ole

“Queste son situazioni di contrabbando”. Al di là dei problemi veri o presunti, Novak Djokovic in Messico ci è andato eccome, e lo ha lasciato con risultati preoccupanti. Dopo l’alterco in diretta Facebook con la moglie Jelena, il numero due del mondo ha confermato a sorpresa la propria partecipazione al torneo di Acapulco, 500 che si gioca sul cemento, dove era già iscritto Rafael Nadal. È sembrata una decisione presa di fretta, quasi in emergenza, dopo che qualche settimana fa il serbo aveva invece rinunciato alla wild card che gli aveva offerto l’organizzazione del torneo di Dubai, da lui vinto quattro volte e soprattutto con montepremi doppio rispetto alla kermesse in Centro America: l’appuntamento con il tennis giocato sembrava essere stato fissato direttamente per Indian Wells, quando invece la comunicazione del direttore dell’Abierto Mexican, con tanto di trasmissione in diretta Facebook, ha sorpreso un po’ tutti. Perché accettare le condizioni scomode dell’umidità di Acapulco, su un suolo mai calpestato prima, quando avrebbe potuto disputare una competizione dove era già praticamente di casa?

Le performance sul campo hanno poi rispecchiato, una volta di più, la sua incostanza e fragilità emotiva del momento: un set perso contro del Potro nel rematch del primo turno olimpico, prima della sconfitta in due set patita contro un superlativo Nick Kyrgios, sempre in grandissimo spolvero quando si tratta di incontrare i big per la prima volta. Al di là della grande prestazione dell’australiano, si tratta comunque di un match che Djokovic avrebbe dominato in lungo e in largo fino a qualche tempo fa, specialmente da un punto di vista mentale: come capitato per Federer nel 2013 o Nadal ancora più recentemente, l’aura di imbattibilità che lo accompagnava già dal riscaldamento sembra adesso essere svanita. In altre parole, chiunque lo affronti adesso è consapevole di non partire battuto, cosa che non si sarebbe mai sognato già un paio di stagioni fa, senza dover andare all’alieno 2011. Che la sua situazione personale sia ormai completamente diversa da quella che lo rendeva una macchina perfetta, si è poi evinto dalla lunga intervista concessa alla televisione serba, tradotta per noi da Ilvio Vidovich: lo dice chiaro e tondo Novak, il tennis non è più l’unica cosa che conta, è stanco. Sarà stato il momento teso con Jelena, i primi inciampi dopo anni di tirannia, il guru: qualcosa ha incrinato il cristallo senza difetti che abbiamo ammirato nelle ultime stagioni, e la serenità d’animo è stata una componente nascosta ma fondamentale per il suo successo. Verosimilmente, a Indian Wells potrebbe non essere considerato il favorito, dopo un lustro di dittatura. Quattro Masters 1000 e due Slam vinti sembrano lontani ere, quando è passata una sola annata.

 

Ad Acapulco in finale ci è arrivato Rafael Nadal: eccezion fatta per il caldo umido, più simile a quello di Miami che non al secco della California, le condizioni di gioco del Messico, per velocità di palla e superficie, sono sembrate piuttosto simili a quelle di Indian Wells. Lo spagnolo non è affatto da sottovalutare nella corsa al primo mille stagionale: dopo la sconfitta all’ultimo atto a Melbourne, il cammino all’Abierto Mexican è stato una dimostrazione di grande disinvoltura e grintosa verve con cui ha tirato dritto senza perdere un set fino all’incontro per il titolo: in semifinale ha disposto con agio irrisorio di Marin Cilic, mai facile da superare quando le velocità di gioco gli permettono di colpire senza spostarsi troppo come con i rimbalzi messicani. Rafa è stato impeccabile nel comandare gli scambi senza sosta, trafiggendo il croato da ogni lato per lasciargli solo tre game: l’unico avversario che lo ha tenuto leggermente più in apprensione è stato il Nishi sbagliato, Yoshihito Nishioka, giapponese numero 86 ATP. Mancino come lui, probabilmente caricato dall’occasione ha messo in vetrina ottime traiettorie in attacco, soprattutto con il dritto lungolinea con cui ha fatto male fino a strappare il break nel set di apertura, prima che Nadal schiarisse la voce e mettesse le cose in chiaro. La finale è stata l’unica macchia di una settimana utile a mandare chiari segnali agli avversari: Querrey ha servito alla grande colpendo da fondo senza paura (pur con qualche pausa), una tipologia di gioco che storicamente infastidisce il maiorchino (alzi la mano chi non ricorda le difficoltà in cui si trovò a Parigi con Daniel Brans o con John Isner), per costringere Nadal a cedere i primi set in assoluto ad Acapulco. Nelle due edizioni vinte (2005 e 2013, sul rosso), il mancino di Manacor aveva infatti sempre fatto percorso netto: dimostrazione di grandissima condizione per lo statunitense, che aveva già superato Goffin, Thiem e Kyrgios, non tre qualunque. Nato come big server, Querrey ha nel corso degli anni modificato il proprio gioco per sopperire ad una incompletezza evidente soprattutto dal lato sinistro: questo successo è la testimonianza di un buon livello ritrovato, per quanto sia difficile aspettarsi ulteriori acuti nella sua carriera. Al di là del risultato conclusivo, Rafa prende l’aereo per Palm Springs con un bagaglio ricolmo di sensazioni positive: vederlo vincere a Indian Wells sarebbe tutt’altro che una sorpresa.

Quasi nel silenzio generale, Andy Murray ha sollevato il primo pezzo di argenteria del suo 2017: per farlo è sopravvissuto addirittura a sette match-point contro Philip Kohlschreiber (uno dei quali annullato con una palla corta da pacemaker per gli appassionati), nel mostruoso tie-break del secondo set conclusosi dopo trentotto punti. La tensione ha persino portato i protagonisti in campo, e ovviamente l’arbitro, a non ricordarsi di cambiare campo sul 15-15, ottemperando alla formalità due punti più tardi. Un trionfo da vero numero uno, si può dire, mettendo in riga con autorità Lucas Pouille e Fernando Verdasco, lo stesso che era avanti contro di lui due set a zero a Wimbledon 2013, negli ultimi due incontri verso il successo: sempre in controllo e nel complesso su ottimi livelli, Murray è parso piuttosto tranquillo anche in situazioni di difficoltà (d’altronde quel dropshot non lo esegui senza una discreta quantità di fiducia). Un trofeo, una finale persa con Djokovic e gli ottavi a Melbourne contro il miracolo Mischa Zverev nei primi tre tornei dell’anno: non un inizio da cannibale, ma certamente un buon viatico per provare a mantenere il regno e tentare da leader l’assalto al primo squillo nel deserto (una sola finale, persa nel 2009 sempre contro Nadal). È riuscito a rispettare i favori del pronostico, almeno sulla carta e dopo l’uscita di Federer, ma sembra quasi che nessuno se ne sia accorto. O che a nessuno interessi, almeno.

A proposito di Federer: non è più il caso di parlare del suo stato di forma. Si è arrivati ad un punto in cui non è più un interrogativo costruttivo, probabilmente lui stesso è il primo a disinteressarsene: a 35 anni ha migliorato ulteriormente il record di Slam, peraltro in una finale che rimarrà incastonata nelle pellicole di questo sport (come tante altre). È ormai plausibile che tutti i tornei che non siano Major o Masters 1000 (e anche su quelli ci sarebbe da discutere) non rientrino proprio più nelle sue mire: non certo per mancanza di rispetto verso il suo sport, che Federer ha sempre onorato con impareggiabile ardore, quanto piuttosto per una sereno concedersi il gusto di gareggiare per quelle perle che mancano alla sua collezione, null’altro. Era comunque arrivato a match-point, tre, prima di soccombere (gli era capitata una situazione fotocopia sempre a Dubai, anche nel 2013 contro Berdych) contro il russo Evgeny Donskoy: che dal suo canto ha giocato una partita sontuosa, meritando assolutamente il successo, così come si è difeso a spada tratta contro Pouille nel turno successivo, portando il francese al terzo. Per i nostalgici, Donskoy è allenato da Boris Sobkin, lo storico allenatore di Mikhail Youzhny, che continua a regalare soluzioni degne del bianco e nero. Basta quindi con i dubbi sulle condizioni di Federer: anzi, forse è meglio non sapere come sta, guardarlo giocare e basta.

Per chiudere: a Kuala Lumpur ha vinto Ashleigh Barty, per il suo primo alloro in carriera. Fortissima in doppio (addirittura tre finali Slam nel 2013, senza però riuscire a vincere, in coppia con la connazionale Dellacqua), l’australiana classe ’96 ha già un bagaglio di esperienze di indubbio interesse: bambina prodigio, wildcard a Melbourne a 16 anni, nel 2014 si era ritirata per dedicarsi al cricket, prima di riprendere racchetta e palline. Dopo innumerevoli peripezie personali, legate alla depressione e alla sua presunta omosessualità, è finalmente riuscita a vivere una gioia nel circuito, ed è senz’altro una bella notizia. Certamente migliore del torneo di San Paolo: per citare il nostro Alessandro Stella, “Telecamera bassa, remate, gemiti, rovesci in rete”. Che voglia di piangere ho…

CATEGORIE
TAG
Condividi