Rafael Nadal, minotauro o fragile combattente?

Un Rafa a cuore aperto, che spiazza tutti con la “sua” verità. Un breve viaggio nell’immediato futuro. Per rendere conto di una conferenza stampa cui avremmo voluto assistere, ma che probabilmente non si terrà mai

Rafael Nadal, minotauro o fragile combattente?

L’aria è ancora elettrica nel Tennis Center di Crandon Park, in questa domenica che chiude il Miami Open 2017. E non potrebbe essere altrimenti. Come sceneggiato da una sadica penna thriller, il capitolo 37 della madre di tutte le saghe tennistiche è appena stato vinto per 7-6 al terzo dal novello cannibale Roger Federer. Su un Rafael Nadal cui il destino non vuole concedere di chiudere i conti con questo torneo, per lui maledetto. Eppure, quando Rafa compare in sala stampa tutto ciò che ammiriamo è un viso, il suo, che si apre in un sorriso finalmente rilassato e sincero. Neanche il tempo di cominciare che le domande dei presenti vengono soffocate sul nascere dalla dolce risolutezza della leggenda di Manacor. “Scusate se vi chiedo di mettere da parte per un giorno il solito rituale e, semplicemente, ascoltare quanto ho da leggervi”Gelo in sala. Non starà per annunciare il ritiro? Nadal tira fuori un foglio e parte…

“Niente di trascendentale, signore e signori. Oggi parlo di me. Proprio su questi campi ebbe inizio, 13 anni fa, l’epopea che mi ha visto accomunato a Roger. E tutti sappiamo quanto abbia significato. Ora chiedo a me stesso e a voi tutti un esercizio di verità che sfrondi l’epica di qualsiasi retorica. Di cui questa stupenda rivalità non ha certo bisogno. La verità, dunque. Sapete tutti chi sono, no? Per forza, l’avete scritto voi. Il toro, re indiscusso della terra battuta, la nemesi dell’immenso Federer, colui che osò volare altissimo senza bruciarsi le ali. In termini più sportivi, un atleta perfetto: testa da Eddy Merckx e corpo da Rocky Marciano. Il resto lo ha detto la racchetta, vero? I successi da teenager, il primo Slam. Le 81 vittorie consecutive sul mattone tritato. Con annessa ‘tritatura’ – battuta scontata, lo ammetto – del genio svizzero. Seguì un impressionante trittico di knock out: Parigi e Wimbledon 2008 (la partita del secolo, sempre per citare una vostra definizione), seguiti a loro volta da Melbourne 2009, alla fine del quale piansero persino gli dei. E poi la prima crisi, fisica ma anche familiare. E il ritorno prepotente. Culminato con il Career Grand Slam a soli 24 anni, quando l’unico limite alla mia ambizione pareva essere il cielo. In un’epopea degna di tale nome, non poteva mancare che mangiassi il frutto della mia stessa semina. Arrivò anche per me, infatti, la più classica delle nemesi, quel serbo che mi batté 7 volte di fila. E, seguendo il profilo delle mie montagne russe, caddi e risalii ancora. Ora ho 14 titoli maggiori nella mia bacheca. Oltre a fama e ricchezza (diciamolo) immense. Ma questo è ciò che ho fatto. E io mi ero ripromesso di parlare di ciò che sono. E lo farò.

 

Io sono l’incarnazione di tutti i Salieri del mondo, alla continua ricerca di rivincite contro i Mozart di turno, alla faccia di un fato cieco e beffardo nel distribuire i talenti. Ma rappresento anche la quintessenza dell’etica lavorativa, della tenacia, della cattiveria agonistica. Come altro definire quello scatto da pugile in cui mi lancio sempre dopo il lancio della moneta? O quei fist pump su cui tanto fantasticate, facendo sognare i vostri lettori? Un attimo. Cosa ho detto? Sognare, fantasticare. Non si fantastica di verità. E allora qual è la verità? Chi è Rafael Nadal? Beh, con tutto il rispetto per le vostre pur validissime analisi, non è questo. O non solo questo. Devo ammettere che, in principio, anch’io ho contemplato la possanza iconica del Nadal da copertina. Poi, passata la sbornia, mi è parso subito che fosse un’immagine troppo perfetta per poter reggere al vaglio della realtà. Buona forse, anzi sicuramente, per chi deve comprimere in nove colonne e in un titolo a caratteri cubitali la personalità di chicchessia. Ma non certo per me, il titolare di quella ‘faccia da rotocalco’. Gli sbrigativi tratti del caricaturista avevano tralasciato di disegnare le tante sfumature del Nadal uomo. Quelle che mi sta rinfacciando con gli interessi il triennio appena trascorso. Eppure era chiaro che Rafael Nadal fosse altro da ciò, semplicemente un grande tennista, non un cyborg da court. E le avvisaglie, signore e signori, c’erano tutte. Vogliamo parlare di quelle bottigliette, erette a punti di fuga della mia prospettiva agonistica? O della sequenza frenetica di gesti pre-battuta, una mappatura compulsiva e fulminea del mio celebrato corpo? Avevate trovato una spiegazione molto semplice: conseguenze di una concentrazione spasmodica. E passi.

Già che ci sono, vorrei anche citare un altro indizio che avrebbe dovuto far luce sull’affaire Rafa, senza dover scomodare Freud. La mia sincera umiltà, fatta oggetto di scherno da parecchi perché ritenuta poco in linea con l’icona da supereroe. E derubricata a pretattica di bassa lega mutuata dallo zio calciatore. Si disse: si esalta vestendo i panni dell’underdog. E passi anche questa, ma ci tengo a ribadire che io umile lo sono davvero. Però capisco che ormai era deciso che il mio ruolo in commedia fosse quello dell’Avenger del tennis. Nessuno spazio per debolezze di sorta. I segnali che lanciavo? Cancellati con una leggera pressione sul backspace. Nonostante lo scenario da blockbuster hollywoodiano, almeno su una cosa, concedetemelo, si è travalicata ogni logica. La pretesa che non perdessi mai più negli Slam – dal 2007! – da chi è in odore di GOATitudine. Da chi viene accostato a Rod Laver. Neanche fossi Mandrake… Ora, dico io, delle due l’una. O Roger è il più grande, e quindi ci sta che possa perderci persino un supereroe, anche 4 volte di fila. O non lo è, e allora riscriviamo tutto. Ridimensionando la favola del Fedal e i titoli cubitali dedicati al sottoscritto, no? Se mi è consentito, propongo una terza via. Roger è uno dei più grandi. Innegabile. E io non sono mai – sottolineo mai – stato il Minotauro assassino di Teseo, secondo una moderna rivisitazione del mito greco. Né colui che ha osato imbrattare le tele del Van Gogh della racchetta. Più semplicemente, sono stato e continuo a essere un suo fiero rivale. Il più forte, forse, con cui Federer abbia incrociato la sua mitica Wilson. Ma che bisogno c’era, mi chiedo, di caricare questo fantastico dualismo di altro? Non immaginate la pressione che ho subito per quel doppio ruolo. Flagello per gli esteti del nostro sport e salvatore per gli eterni secondi, nonché per gli umili artigiani invitati finalmente al pranzo di gala. Parvenu che usurpano il trono sfidando l’establishment. Eccola la verità, lo dico a chiare lettere. Ho avuto paura per tutta la mia carriera. Paura degli infortuni, di vincere, di perdere, di deludere, di non poter scalare nuovamente il mio Ventoux.

Ma questi sentimenti mi hanno permesso di toccare l’anima di Rafael Nadal. Un grandissimo, fragile fighter”.

Andrea Ciocci

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