Tennis e mental coaching: tu chiamali se vuoi, obiettivi

Questo mese parliamo degli obiettivi. Come devono essere correttamente definiti perché siano veramente efficaci, influenzando positivamente la motivazione dell’atleta e consentendogli così di esprimere il suo massimo potenziale. E di realizzare i propri sogni

Tennis e mental coaching: tu chiamali se vuoi, obiettivi
Roger Federer - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dal grande professionista ai vertici da anni nel suo sport all’amatore che ha appena fatto la sua prima visita medico-sportiva agonistica: tutti gli sportivi agonisti (e spesso anche i non agonisti) si pongono degli obiettivi da raggiungere nell’ambito della propria disciplina. Logico che sia così per chi della passione per uno sport ne ha fatto la sua professione e vi ha dedicato gran parte della propria vita sino a quel momento. Ma logico anche per chi paga le bollette e mantiene la famiglia facendo altro nella vita e per cui lo sport è rimasto una grande passione. Perché il porsi degli obiettivi alimenta quella passione, fornisce la spinta necessaria ad impegnarsi maggiormente, ad allenarsi più duramente, ad essere determinati nel fare quei piccoli o grandi sacrifici necessari per prepararsi al meglio. A qualsiasi livello.

Vista questa premessa, sembrerebbe quindi ovvio che la corretta definizione degli obiettivi sia ormai una prassi consolidata in ambito sportivo. Ma è proprio così? Si sa veramente come definire i propri obiettivi? In realtà, spesso quello che viene fatto non è definire gli obiettivi, ma esplicitarli. Ritenendo che questo significhi automaticamente averli formulati correttamente e che sia sufficiente per far canalizzare correttamente le proprie energie e rendere al massimo, prima in allenamento e poi in gara, al fine di raggiungerli.

 

“Il mio obiettivo quest’anno è entrare nei top 100.”
“Voglio diventare 3.1 e se gira bene potrei anche riuscire ad essere un seconda categoria.”
“Sono sicuro, quest’anno mi alleno con costanza e divento minimo minimo 4.2.”
“Nei prossimi sei mesi mi voglio costruire un rovescio finalmente decente.”
“La stagione sarà incentrata sul raggiungimento del minimo per la qualificazione alle Olimpiadi.”
“Ho deciso: quest’anno farò una maratona.”
“Quest’anno siamo proprio forti, puntiamo alla promozione.”

Ecco alcuni esempi di frasi – a vari livelli in ambito tennistico ed in altri sport – con le quali si ritiene di aver definito i propri obiettivi. Mentre in realtà quello che è stato fatto è esplicitarli, in maniera più o meno generica.

Premessa: è già importante aver fatto questo primo passo, dato che non è così raro – magari non ad alto livello, ma a livelli più bassi sicuramente – che non ci sia nemmeno una esplicitazione degli obiettivi a inizio stagione. “Vedremo come andranno i primi tornei (o le prime partite) e poi capiremo dove possiamo arrivare quest’anno” è una frase non infrequente, purtroppo. Dopo averla sentita, la domanda che sorge spontanea è: quanto sarà motivato, quanto sarà concentrato, quanto sarà determinato l’atleta (o il gruppo di atleti che compongono una squadra) che affronterà questi tornei o queste partite, e tutti gli allenamenti di quel periodo, senza avere chiaro in mente dove vuole arrivare? Una nave esce dal porto senza che l’equipaggio abbia tracciato una rotta? Può togliere l’ancora e salpare senza sapere quale sarà la destinazione? La stessa cosa vale per le persone: per potersi muovere con efficacia devono avere una direzione dove puntare, altrimenti rischiano di fare inutilmente più strada del dovuto o addirittura di girare in tondo e rimanere nello stesso punto. L’obiettivo ci fornisce la direzione.

Le frasi citate in precedenza hanno perciò almeno il merito di dare una direzione. Condizione necessaria, ma non sufficiente. Affinché gli obiettivi siano veramente efficaci, affinché rappresentino un fondamentale supporto per l’atleta (o per la squadra) ad esprimere il proprio massimo potenziale, devono essere degli obiettivi ben formati, come si dice in PNL. Cosa significa? Significa che gli obiettivi devono avere determinate caratteristiche. E per capire se hanno queste caratteristiche è necessario scavare un po’ più a fondo dentro di sé rispetto a quanto serve per enunciarli soltanto. Ecco perché il goal setting, il processo di definizione degli obiettivi, è uno dei principali ambiti di intervento di un mental coach. Si tratta infatti di un processo meno semplice di quanto si creda. In una sessione di coaching sugli obiettivi – in qualsiasi ambito: personale, professionale o sportivo – la loro definizione avverrà rispondendo a tutta una serie di domande che il coach porrà al coachee, per supportarlo a diventare pienamente consapevole di cosa vuole veramente, di cosa significa per lui raggiungere (o non raggiungere) un determinato obiettivo, di cosa comporta in termini di impegno dedicarsi al suo raggiungimento. Un processo appunto non facile, che può portare talvolta ad esiti sorprendenti. Perché può accadere, ad esempio, che la persona scopra come l’obiettivo che si era posta ha ben poco a che fare con quelle che sono le sue reali aspirazioni e che in realtà si tratta di un obiettivo che insegue non per sé, ma per soddisfare altre persone: i genitori, il partner… In ambito tennistico ne è una dimostrazione la storia di Andre Agassi, raccontata da lui stesso nell’autobiografia “Open“, il quale ad un certo punto della sua vita si rese chiaramente conto che diventare un grande tennista in realtà non era stato il suo obiettivo, ma bensì quello del padre, che sin dalla nascita pianificò la vita del figlio con il fermo intento di farglielo raggiungere. Facendo chiarezza sui propri obiettivi, si ottiene perciò molto spesso anche un altro, importante, risultato: si impara a conoscersi meglio. Perché per capire cosa si vuole veramente e cosa si è veramente disposti a fare per ottenerlo, si è andati a leggere un po’ di più dentro se stessi.

Nel coaching vengono utilizzati diversi modelli per definire correttamente gli obiettivi. Qualche lettore avrà sentito parlare del modello SMART, delle sue evoluzioni SMARTER e SMARTED o del modello EXACT, tutti acronimi che fanno riferimento alle specifiche caratteristiche che deve avere l’obiettivo per essere considerato ben formato nell’ambito di quel determinato modello. Le caratteristiche perciò differiscono leggermente da modello a modello, ma sostanzialmente il discorso non cambia: bisogna definire chiaramente i nostri obiettivi.

Il modello che descriviamo in questo articolo prevede che un obiettivo ben formato abbia le seguenti caratteristiche.

Espresso in forma positiva
Ne avevamo già parlato nell’articolo del mese scorso: ciò su cui si pone l’attenzione accade. Perciò l’attenzione deve essere focalizzata su quello che si vuole che accada, non su quello che si vuole evitare, di conseguenza l’obiettivo deve venir espresso in forma positiva.

Specifico e misurabile
Per essere motivati e determinati, per avere la forza mentale di puntare con tutte le proprie forze ad un obiettivo, bisogna essere chiari e precisi nel formularlo, non si può essere generici. L’obiettivo inoltre deve essere misurabile perché solo così si potrà verificare di averlo effettivamente raggiunto.

Acquisito e mantenuto sotto la propria responsabilità
L’obiettivo deve essere raggiungibile attraverso le azioni e le iniziative della persona, non deve dipendere dall’esterno o quantomeno il meno possibile.

Ecologico
L’obiettivo deve essere coerente con la vita della persona, bisogna valutare l’impatto che il suo raggiungimento avrà in tutte gli ambiti della sua vita. Un esempio di obiettivo non ecologico lo ha fornito Roger Federer nei giorni scorsi a Miami, quando ha spiegato il motivo per cui la prima posizione del ranking non è uno dei suoi obiettivi. Perché puntare al n. 1 ATP significherebbe dover giocare molti, troppi, tornei e rischiare di compromettere la sua integrità fisica, fondamentale per potersi esprimere ai massimi livelli a 35 anni suonati, dopo essersi fermato sei mesi proprio per recuperarla.

Avere una data di scadenza
Un obiettivo deve avere una scadenza. Stabilire un termine innesca un “timer” a livello mentale, che aiuterà a dettare i tempi delle azioni finalizzate a raggiungere quell’obiettivo.

Fattibile e motivante
Un obiettivo, una volta definito, di fatto diventa mentalmente un tetto, un limite. Ecco perché è importante sia ambizioso, ma allo stesso tempo fattibile.

Se andiamo a rileggere le frasi riportate all’inizio dell’articolo, vediamo come nessuna di esse soddisfa tutte le condizioni richieste affinché l’obiettivo sia ben formato. Prendiamo la prima, “L’obiettivo quest’anno è entrare nei top 100.” Obiettivo espresso in forma positiva, specifico e misurabile, ha una data di scadenza. Non è però sotto la diretta responsabilità dell’atleta, dato che per diventare un top 100 ci sono tante variabili “esterne” in gioco. Ne citiamo una per tutte: il sorteggio. Se in tutti i tornei al primo turno si troverà ad affrontare un top 30 al massimo della forma, sarà difficile che a fine anno il ranking sia quello desiderato. Ciò non significa che l’atleta non si può porre un obiettivo di questo genere, ma è importante che sia consapevole che non dipenderà esclusivamente da lui. Da lui dipenderà il fare tutto quello che è nelle sue possibilità per sfruttare tutte le opportunità per diventare top 100. Se sia fattibile e motivante ovviamente dipenderà da chi è il tennista che se lo è posto. Ad esempio, sarà una frase che non sentiremo sicuramente dire dal già citato Roger Federer, in primis perché è nei primi 100 dallo scorso secolo (per la precisione dal settembre 1999) e quindi i suoi obiettivi sono logicamente molto più ambiziosi. Per il suo 20enne connazionale Johan Nikles, da pochi mesi approdato tra i primi settecento giocatori del mondo e fresco n. 648 ATP, appare al momento eccessivamente ambizioso. Sembra invece adeguato per un altro tennista rossocrociato, il 25enne di origini finlandesi Henri Laaksonen, che ha appena raggiunto il suo best ranking al n. 116, limandolo un pochino alla volta in questi tre mesi dopo aver iniziato la stagione in 136esima posizione. Infine, la frase non dice nulla sulla ecologia dell’obiettivo.

Nella prossima puntata approfondiremo le sei caratteristiche elencate, in modo da saperne ancora di più su come formulare correttamente i nostri obiettivi.

Chiariamo, questo non significa che da domani non si potrà continuare a chiacchierare con amici ed amiche convincendoli che “Quest’anno cambia tutto: mi rimetto in forma, perdo 5 kg, torno ad allenarmi 3 volte a settimana e vedi che come minimo arrivo in finale in un torneo di quarta.” Nonostante lo si stia dicendo con il mano in terzo aperitivo leggermente alcolico, è già aprile e dall’ultima finale in un torneo di quarta son passati sette-otto anni. O addirittura non ci si è mai arrivati in finale, ma dieci anni fa si è battuto un 3.5. Liberissimi di farlo, sapendo però che non si sta definendo un obiettivo: si sta solo sognando. Se invece quel sogno lo si vuole realizzare, lo si dovrà far diventare un obiettivo. E per farlo, bisognerà porsi o – ancor meglio – affidarsi a qualcuno che sappia porre le domande giuste per consentire di definirlo in maniera chiara. Solo allora inizierà veramente il percorso per far diventare quel sogno realtà. In fondo, come diceva il grande jazzista Duke Ellington, “un obiettivo è un sogno con un punto d’arrivo”.

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica): NLP Practitioner, NLP Master Practitione ed NLP Coach. È anche istruttore FIT e PTR.

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