Investire nel mattone (tritato)

La transizione dal cemento alla terra e le sue insidie. E soprattutto, la voglia di rivincita di chi finora ha fallito: a chi tra Djokovic, Murray e Thiem fischiano le orecchie?

Investire nel mattone (tritato)

La transizione dal cemento alla terra divide da sempre gli appassionati. E su diversi piani d’interpretazione. Secondo la “scuola classica” il tennis è uno sport stagionale che vive e respira grazie al cambio delle superfici, trova il bello proprio nella differenza di stili di gioco che si delinea quando i manti più rapidi lasciano spazio al mattone tritato, e viceversa. I tifosi più moderni, quelli che sono cresciuti all’alba della scelta più o meno ponderata di ridurre la differenza tra le superfici, più spesso applaudono la possibilità di festeggiare gli stessi protagonisti tanto a marzo quanto a maggio. Il motivo stesso per cui si è deciso di uniformare i campi.

Succede spesso che le due fazioni finiscano rispettivamente per sottolineare – i primi – quanto sia noioso vedere giocatori che possono praticare lo stesso tennis tutto l’anno, e sminuire – i secondi – gli effetti negativi di questa uniformità. A loro dire non è poi così vero che si gioca allo stesso modo in tutti e dodici (undici, meglio) i mesi dell’anno. Tutto ciò mentre i nostalgici battono i piedi per riavere i cosiddetti “specialisti”, coloro che sfilavano quasi inosservati i primi tre mesi dell’anno e poi una volta passati al rosso calzavano l’abito del protagonista, oppure i sornioni che fremevano al solo pensiero di avere a disposizione l’erba (sotto i piedi, eh) e al Roland Garros ci andavano solo in gita. Il dubbio è lecito: oggi la transizione tra cemento e terra quanto incide? E soprattutto, quanto è ampia la forbice tra le due superfici?

 

Un importante e troppo spesso sottovalutato aspetto della questione riguarda la capacità di poter davvero apprezzare quanto siano diverse le condizioni di gioco semplicemente osservando la pallina rimbalzare in TV. Il tennis giocato o quantomeno visto dal vivo impone che nell’equazione vengano inseriti a pieno diritto il fattore atmosferico (a titolo di esempio: il passaggio da Indian Wells a Miami, le alture di Quito e Bogotà) e le palline utilizzate, laddove catalogare i tornei solo in base alle classificazioni da “lento” a “medio-veloce” diramate dall’ATP può generare equivoci ancora più grossi. No, le condizioni di gioco non sono tutte uguali come qualcuno vorrebbe far credere. Altrimenti Estrella Burgos non vincerebbe sempre e solo a Quito, Pavlyuchenkova non infilerebbe quattro titoli a Monterrey, in modo peraltro difficile da spiegare con la logica e il Belgio non sceglierebbe proprio un rapidissimo cemento indoor con l’intenzione di lasciare poco margine di manovra agli aitanti rappresentanti del tricolore.

Nel passaggio dal cemento alla terra poi oltre ai succitati cambiamenti di rimbalzo e rapidità della traiettorie s’insinua la difficoltà di dover gestire diversamente gli appoggi e i movimenti laterali. I tennisti sebbene aiutati da un effettivo appianamento delle differenze sono oggi diventati tanto bravi a livello atletico e tanto certosini nelle preparazioni da far apparire queste differenze ancora più piccole. In qualche modo “ingolositi” dalla possibilità di tenere la velocità di crociera tutto l’anno – l’avessero spiegato anche a Panatta, a suo tempo… – si sono cimentati nell’arte dell’adattamento, arte portata ai massimi livelli dai Fab 4 che semplicemente hanno crivellato la concorrenza con i colpi di una mostruosa continuità. Tanto che ogni anno è lecito aspettarsi che chi ha sbaragliato gli avversari fino a marzo possa continuare a farlo anche dopo.

Quest’anno però chi ha dominato il primo trimestre siederà in panchina. Roger Federer si rivedrà – salvo sorprese – a Parigi e c’è tutto lo spazio del mondo per chi finora ha deluso le aspettative. Impossibile non puntare il dito sui primi due della classe, Murray e Djokovic. Entrambi hanno vinto un torneo ma tra quelli che fanno meno notizia, Nole a Doha e Murray a Dubai. Nei grandi appuntamenti o hanno steccato o addirittura – Miami – hanno dato forfait. Onestamente, quanti avrebbero scommesso a gennaio che né l’Australian Open né tantomeno i due 1000 statunitensi avrebbero visto in finale il serbo e lo scozzese? Il fatto che entrambi siano in cerca di rivincite veste la questione di ulteriore interesse. Un piccolo vantaggio potrebbe averlo Djokovic che sarà sicuramente in campo già a Montecarlo mentre il gomito di Murray non gli ha ancora permesso di confermare la sua presenza nel Principato.

Wawrinka e Nadal sono a secco ma sono stati proprio loro a tentare di sfidare senza successo le (nuove) velleità del nuovo Federer nelle tre finali vinte dallo svizzero. Li si immagina certamente tra i protagonisti nel trittico di tornei che precederà il Roland Garros ma probabilmente con meno pressioni rispetto ai due signorini che guidano la classifica. Su Kyrgios potrà incidere il cambio di superficie ma ammettendo che riproponga la tenuta mentale delle sue ultime apparizioni rimane un cliente che chiunque vorrà evitare. Il suo servizio sarà solo in parte frenato dal rosso, la sua esuberanza quella no, sicuramente rimarrà la stessa. Di Nishikori c’è poco da dire, sulla terra ci sa giocare ed è la superficie sulla quale è stato più vicino a vincere un 1000 – Nadal lo ricorda bene, era il 2014 ed era proprio lui in finale a sbuffare dietro ai traccianti del nipponico poi frenati dall’ennesimo infortunio.

L’altro giovinotto rampante, il piccolo di casa Zverev, ripartirà dalla terra rossa con ambizioni quasi del tutto immutate. La sua campagna 2016 sul mattone tritato era stata fermata in ben tre occasioni dall’ottimo Dominic Thiem, lo scorso anno sulla terra due titoli, una finale e la bella semifinale colta a Parigi. Proprio l’austriaco è stato in questo inizio di stagione uno dei meno brillanti tra i giocatori di vertice. Dagli ottimi Dimitrov (Brisbane) e Goffin (Australian Open) di questa stagione si può perdere, meno giustificabile cedere a Evans (Sydney) e Basilashvili (Sofia), al Coric (Miami, addirittura primo turno) in calo degli ultimi mesi e al pur encomiabile Herbert ammirato a Rotterdam. L’austriaco era tra i giovani quello meglio posizionato sulla rampa di lancio a fine 2016, con tanto di qualificazione alle Finals, ma sul cemento ha dimostrato di avere ancora le polveri (troppo) bagnate. Se è vero che sulla terra per lui è davvero un’altra storia dovrà dimostrarlo sin da subito perché la top 10 non si mantiene da sola. Una grossa mano gliela darà il forfait di Monfils a Montecarlo (il francese difende la finale del 2016) ma il resto dovrà venire dalla sua racchetta. Se vuole fregiarsi del titolo di specialista del rosso, che batta un colpo.

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