Mladenovic-Siegemund: novità da Stoccarda

Il torneo tedesco ha dimostrato che spesso le giocatrici evolvono nel tempo. Quali sono i cambiamenti delle due finaliste?

Mladenovic-Siegemund: novità da Stoccarda
Kristina Mladenovic e Laura Siegemund - Finale Stoccarda 2017

Questa settimana Stoccarda mi ha messo in crisi: al termine del torneo, non sapevo cosa scegliere fra tre argomenti differenti. Uno riguarda Laura Siegemund e la sua storia di tennista che quando gioca in casa si trasforma come una Clark Kent al femminile: veste i panni di “SuperLaura”, e sconfigge top ten a ripetizione (le numero 2, 6 e 8 a Stoccarda 2016, le numero 3, 5 e 9 nel 2017).

Il secondo tema è la crescita di Kiki Mladenovic, una giocatrice che sta vivendo un processo di maturazione tecnico e mentale per me inatteso, e quindi per certi versi ancora più interessante. Il terzo argomento è il ritorno di Maria Sharapova dopo la sospensione per doping, da affrontare però in modo un po’ differente rispetto a quanto ho letto in questi giorni.

 

Trattarli tutti insieme avrebbe prodotto un pasticcio incoerente, e allora ho deciso di rimandare alla prossima settimana (salvo imprevisti) l’argomento Sharapova. Del resto penso che di recente i lettori abbiano avuto la possibilità di trovare sui media già molto su di lei, e dunque possano aspettare sette giorni senza soffrire troppo.  Mi occuperò dunque di Siegemund e Mladenovic che si sono affrontate direttamente nella finale in Germania, in una partita decisa al fotofinish (6-1, 2-6, 7-6(5) 92 punti a 90 per Siegemund) e interessante sotto molti aspetti. Non è la prima volta che parlo di loro; l’avevo fatto in questi due articoli:

Laura Siegemund, John McEnroe e il tennis aritmico
Kiki Mladenovic, Ivan Lendl e il dilemma del rovescio

Non credo però che quanto ho già scritto esaurisca gli argomenti, anche perché entrambe secondo me stanno vivendo una fase di trasformazione del loro modo di stare in campo.

Laura Siegemund era esplosa dodici mesi fa, emergendo quasi dal nulla a 28 anni compiuti. Nell’evento di casa (è nata a Filderstadt, sobborgo di Stoccarda dove fino al 2005 si disputava il torneo), aveva vissuto una settimana vicina alla perfezione: partita dalle qualificazioni, aveva poi sconfitto nel tabellone principale tre top ten (Halep, Vinci, Radwanska) prima di perdere solo in finale dalla futura numero uno del mondo Kerber. Una impresa raggiunta grazie a un gioco assolutamente atipico, non solo per le frequenti discese a rete (spesso in controtempo) ma anche per il modo di condurre il palleggio da fondo.

L’anno scorso avevo provato a sintetizzare il suo tennis con l’aggettivo “aritmico”; oggi non so se lo utilizzerei ancora. Lo dico perché, a mio avviso, rispetto al 2016 Siegemund ha parzialmente modificato il suo gioco, abbandonando un po’ di quella “sistematica asistematicità” che lo caratterizzava. Se per descrivere qualcosa si deve fare ricorso a un ossimoro significa che ci si sta avventurando nel terreno dell’inusuale: si maneggiano cioè argomenti per i quali le normali definizioni non ci sembrano del tutto soddisfacenti; e davvero le partite di Siegemund a Stoccarda 2016 erano state fuori dalla norma.

Al termine dell’articolo che le avevo dedicato avevo provato a spiegare perché mi pareva difficile che potesse esprimersi con regolarità ad alti livelli con un tennis del genere. A distanza di una anno i dubbi sono stati confermati. Non solo perché negli impegni successivi Laura non ha più raggiunto quei picchi, ma anche perché, perfino a Stoccarda 2017 dove ha vinto il torneo, ha utilizzato un tennis meno estremo.

Cosa è venuto meno? Direi innanzitutto la continua variazione durante il palleggio da fondo: parabole di profondità sempre differente secondo una impostazione a “elastico”, ottenuta attraverso il mix tra topsin e slice. Allora avevo scritto questo: “Modificare il palleggio da fondo sulla verticale è un’operazione molto complessa, perché non richiede solo notevoli doti tecniche, ma anche capacità tattiche, di lettura dei tempi di gioco; se si decide di alternare parabole profonde a parabole più corte, occorre che queste ultime siano proposte con spin e in situazioni tali da non essere “aggredibili” in modo definitivo dall’avversario”.

Praticare questo tennis lungo-corto significa dunque mantenere una attenzione assoluta nei riguardi di chi si ha di fronte, un’attenzione che richiede anche eccezionale agilità di pensiero: nell’istante che precede l’impatto di ogni palla occorre infatti essere certi della posizione in campo dell’avversaria, perché qualsiasi leggerezza nella selezione dei colpi, qualsiasi soluzione prevedibile, può rivelarsi fatale.

a pagina 2: i cambiamenti di Laura Siegemund

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