Ritratti: verso Roma, dove tutto iniziò per Adriano Panatta

Racconti sul giocatore italiano più amato di sempre

Ritratti: verso Roma, dove tutto iniziò per Adriano Panatta

Roma: domenica 30 maggio 1976
Parigi: domenica 13 giugno 1976
Santiago del Cile: domenica 19 dicembre 1976

Cosa hanno in comune queste 3 domeniche oltre che esser domenica e dell’anno 1976? È accaduto che in queste tre date, in queste tre domeniche dello stesso anno, il 1976, un giovane sollevasse al cielo 3 tra i trofei più ambiti del tennis. Non era mai accaduto ad un italiano. L’Italia seppe ricambiare e ne impazzì. Il tennis smise di diventare uno sport elitario per raggiungere una popolarità che forse solo il calcio. Il nome di quel giovane è Adriano, il cognome Panatta e viene da Roma e a Roma inizia la sua storia.

 

Uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente ha in lui. È un destino riservato a pochi. Il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più. Incarnava in pieno l’estetica del bel bravo ragazzo di quegli anni, estetica a metà tra un boss della banda della Magliana e il loro ostentato sfarzo e un attore dei fotoromanzi, con quel loro sguardo e le loro chiome. Ma lontano da entrambi. Era romano, “core de roma”, ma quel romano che piace anche al resto d’Italia, a metà tra l’Albertone Nazionale e il suo esser medio e il Commissario Nico Giraldi e il suo essere estremo. Ma lontano da entrambi. Adriano e Rosaria. La coppia più bella del mondo. Come Celentano e la Mori. Ma lontano da entrambi.

Adriano Panatta fu il primo sportivo non calciatore in Italia a divenire una pop star. In TV, su tutti i giornali, qualsiasi cosa facesse, dal giro in off shore al giocare a calcio, alla serata in discoteca o alla domenica al mare, di Adriano se ne parlava. Un suo infortunio a un dito durante una partita di calcio divenne argomento di discussione nazionale più dell’austerity e delle targhe alterne di qualche anno prima. Si parlava di lui per qualsiasi cosa. Non c’era bambino che impugnasse una racchetta in quegli anni che non cercasse di giocare lo schema attacco in back di rovescio, discesa a rete e volée alta sempre di rovescio, la, allora, “Veronica”, marchio DOC registrato. Lo sguardo concentrato di Adriano quando serviva divenne lo sguardo di tutti coloro i quali si apprestavano alla “battuta”, come si soleva chiamare il servizio in quegli anni.

I bambini nei campi da tennis avevano per la maggior parte il caschetto “Panatta” e tutte le scarpe erano modello “Panatta”, finché non sopraggiunse l’abbigliamento “Borg”, con le sue maglie, tute, calzini, scarpe e la sua fascia dei capelli ancora ininterrottamente in produzione da 40 anni, dei cult del design capaci di rivaleggiare con gli “aviator” occhiali da sole. Adriano Panatta e la sua nemesi Bjorn Borg, per anni sono stati lo jing e lo jang per gli appassionati di tennis della metà degli anni ’70. Bipolarismo estetico, di stile, di personalità. Robot imperturbabile di ghiaccio lo svedese, altalenante e imprevedibile l’italiano. Borg in campo seppe vincere molto di più, ma le uniche due sconfitte di Borg al Roland Garros, gli sono state inferte da Adriano Panatta. La storia di Davide contro Golia che si ripete.

Il Foro Italico di quegli anni, quando in campo c’era Panatta, rivaleggiava per frastuono, tifo e passione con gli stadi di calcio. Si lanciavano monetine, si disturbava l’avversario. Lo si insultava. Il tifo calcistico in uno stadio di tennis. Quanto lontano era il Central Court di Wimbledon, quanto vicino lo stadio Olimpico. Gli spalti dell’allora Campo Centrale, ancora riecheggiano di “Alé Adriaaaaaanoooo” come le conchiglie il rumore del mare. Ad Adriano Panatta ancora non hanno intitolato uno stadio del tennis, un trofeo o quant’altro, ma Adriano Panatta per il tennis in Italia è mitologia. Andrebbero cantate, le sue gesta, da un Omero dei giorni nostri, il suo tennis dalle multiformi soluzioni e le sconfitte che addusse agli avversari al di là della rete. Adriano Panatta, che rubò la fiamma del tennis agli Dei e con questa accese il fuoco della passione negli uomini,

Adriano Panatta, dicono gli anziani, sia stato il secondo tennista italiano più forte di tutti i tempi, dopo Nicola Pietrangeli. Il più forte non lo sapremo mai, il più amato senza dubbio. Adriano non era mai favorito fino in fondo quando era in campo, ma tutti sapevano poteva vincere contro chiunque, ci speravano e spesso accadeva e spesso quando serviva. Adriano non era una certezza matematica, ma alla fine sapevi che quando doveva esserci, lui malgrado tutto, c’era. Adriano sapevi che si sarebbe stancato presto, crollato fisicamente, ma le sue partite finivano spesso in maratona. Barazzutti negli anni dopo il magico 1976, dava probabilmente più garanzie, ma la speranza di vittoria, di tutti era nella racchetta di Adriano Panatta e nelle opere d’arte che essa partoriva. Singolare, doppio, non importava. Tutto passava da lì. L’amore che la gente aveva per Adriano era talmente forte che Adriano si clonò e venne fuori un fratello, che ne ripercorreva l’estetica e le movenze. Ma il carisma non si clona e così Claudio fu sempre Panattino, mentre di Panatta ne restò sempre e solo uno.

Adriano Panatta nel 1976 vinse Roma, Parigi e Coppa Davis. Vinse altri importanti tornei, forse meno di quelli che il suo talento avrebbe meritato. Adriano, tutto sommato, probabilmente vinse il giusto. Altre finali di Davis lo avrebbero visto protagonista non più come giocatore, ma come Capitano, alla guida di una squadra che aveva come armi il turbo rovescio di Paolino Canè e un diritto tra i più definitivi che la storia del tennis ricordi, quello di Omar Camporese, tennista con le stimmate del Campione ed il fisico fragile di uno studente universitario la mattina degli esami. Il tennis di Panatta incantava perché era fantasia, tocco, talento, eleganza. Genio. La tradizione italica del Barocco portata in campo. Adriano anche volendolo non riusciva a compiere un solo gesto, che non fosse di un incantevole garbo, eleganza e grazia. Adriano con la racchetta ci danzava. Barazzutti era il suo opposto, tutta tigna, sgobbare e sudore ed anche per questo quella squadra di Davis era formidabile.

Una volta fuori dal campo, Panatta passò in cabina di commento e le sue cronache in coppia con Bisteccone Galeazzi, furono seconde solo a quelle del duo Clerici/Tommasi. Poi un po’ alla volta di Adriano si son disperse, per quanto possibile, le tracce. Un po’ di politica, un po’ di mondanità qua e là. Tennis poco, il solito lavoro di “Accademia” di chi è stato Campione. Peccato. Panatta dovrebbe essere il volto del tennis in Italia finché esisterà l’Italia e finché esisterà il tennis. La foto di lui che guarda concentrato il cielo mentre si appresta a lanciare la palla sopra la sua testa per servire, con i capelli che scendono lungo il collo, con quella maglia rossa ma in foto in bianco e nero, dovrebbe essere all’ingresso di ogni club house di un circolo. Dovrebbe star lì a ricordare e insegnare che se il tennis in Italia è amato, ed è uno degli sport più seguiti è perché le nostre nonne e nonni, le nostre madri e padri, i nostri fratelli grandi e qualcuno di noi piccoli, videro un ragazzo che in pochi mesi, in tre diverse domeniche dello stesso anno, sollevò in mondovisione tre delle coppe più importanti ed ambite di questo sport. Il suo nome era Adriano Panatta e veniva da Roma. E da Roma è iniziata la nostra storia.

Fede Torre

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