Roma: le chiavi del successo di Zverev. Nole Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Analisi statistica della finale di Roma. I segreti della crescita del giovane tedesco. La differenza di rendimento del serbo fra semifinale e finale

Roma: le chiavi del successo di Zverev. Nole Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Alexander Zverev - Internazionali BNL d'Italia 2017 (foto Paolo Pizzi)

La Caporetto tennistica di Novak Djokovic contro Alexander Zverev nella finale di Roma, è ben rappresentata dalle statistiche ufficiali ATP.

 

Come nelle precedenti puntate, abbiamo evidenziato in verde i dati più significativi, cioè i fondamentali del gioco che hanno determinato il punteggio dell’incontro. Sembra il campo centrale di Wimbledon (nella prima settimana, si intende!): è praticamente tutto verde con qualche sporadica macchia bianca. Nole è stato superiore a Zverev solo nei punti vinti a rete. Non è una coincidenza. Oggettivamente, il gioco a volo è un aspetto tecnico sul quale il “futuro numero uno del mondo per acclamazione” ha enormi margini di miglioramento. Da spettatori, ci auguriamo che il miglioramento non sia eccessivamente repentino e marcato, altrimenti potremmo doverci rassegnare ad un lungo periodo di dittatura tennistica di marca tedesca.

Tornando alle statistiche, in un’ipotetica graduatoria delle differenze di rendimento più sensibili tra i due contendenti spiccano gli errori non forzati (specialità in cui Djokovic ha quasi doppiato Zverev), i punti vinti con la seconda palla di servizio e il numero di punti vittoriosamente conclusi sotto i cinque scambi. Questi ultimi sono risultati di gran lunga i più numerosi (69/112) dell’incontro, a conferma di una tendenza in atto già da qualche anno da parte degli atleti ad abbreviare gli scambi sulla terra rossa.

Non esistono statistiche che misurino il grado di fiducia che un giocatore ha nei propri mezzi, ma alcune di esse possono costituire un segnale in tale senso. Per esempio il rendimento al servizio. Quello di Zverev ieri è stato superlativo. Un mix di precisione e potenza ai massimi livelli, soprattutto nei game topici. La velocità media della sua prima palla è stata di 203 km/h e quella della seconda di 173 km/h, contro rispettivamente i 188 e 153 km/h fatti registrare da Djokovic. Una dimostrazione di personalità che rafforza la sensazione che la finale di Roma abbia ufficialmente sancito la nascita di un grande campione.

Proseguendo nell’analisi statistica di questo match, però, si rischierebbe di fare la fine di Monsieur De La Palice, che se non fosse morto sarebbe ancora vivo, ovvero di dire delle ovvietà. Per non correre questo rischio, abbiamo quindi pensato di fare una variante: mettere a confronto le statistiche del numero due del mondo relative alla semifinale giocata contro Thiem, con quelle della finale.

Siamo pienamente consapevoli che si tratta di un esercizio un po’ forzato: Thiem non è Zverev e viceversa. Però, crediamo che rendano bene l’idea sia dell’enorme differenza di rendimento del serbo nelle due partite, sia della ragione per la quale Adriano Panatta definì il tennis “il gioco del diavolo”: uno sport in cui la stessa persona sabato commette 6 errori non forzati e il giorno dopo 27 ha oggettivamente qualcosa di diabolico. È oggettivo, però, e non dipeso dall’avversario, il fatto che Djokovic in finale abbia messo in campo il 64% di prime palle e commesso tre doppi falli, contro il 72% e nessun doppio fallo in semifinale. Ci sembra piuttosto la spia di un calo di rendimento del serbo tra il primo e il secondo confronto. Un evento che negli ultimi 12 mesi si è già verificato più volte. Chissà se il suo nuovo coach, celebre per il suo rendimento costante nel corso della carriera (…….), saprà restituirgli stabilità di rendimento. Ci vediamo a Parigi. Au revoir.

CATEGORIE
TAG
Condividi