Next Gen ATP: oltre il dominatore, un gruppo di testa?

La stagione sul rosso è entrata nel vivo, e nella Race to Milan sembra prendere lentamente forma un gruppo di testa. L’exploit di Coric, il “nuovo” Chung, la maggiore continuità dei giovani statunitensi

Next Gen ATP: oltre il dominatore, un gruppo di testa?

Al Foro Italico è stata avvolta di bianchi teloni raffiguranti i volti del tennis di domani, e per l’occasione ribattezzata, appunto, “Next Gen Arena”. Eppure la Next Gen da queste parti è passata come una meteora. Un’affermazione che può apparire eccentrica se si considera che erano dieci anni che un ventenne non riusciva a conquistare un Masters 1000. Ma procediamo con ordine.

Sabato 14 maggio, 2° turno delle qualificazioni. Ernesto Escobedo, dopo aver impressionato il giorno prima gli spettatori del Pietrangeli nel match con Giannessi, cede malamente a Kevin Anderson. Domenica 15, primo turno. Transita per l’Arena, da lucky loser, anche Jared Donaldson. Tre set tirati con il connazionale Harrison, prima di cedere le armi. Lunedì 16. Chi se non lui, la stella che rispetto alla Next Gen si atteggia sempre più a corpo estraneo, distante. Il match con Anderson non è dei più esaltanti, e Zverev fatica pure, spuntandola però 6-4 al terzo. Fine. Degli altri della Next Gen più nessuna traccia, Arena o non Arena. Ecco allora il primo dato: il torneo romano è stato teatro, nel contempo, della più prorompente affermazione di un under 21 da dieci anni a questa parte, così come di una fra le più sparute e deludenti presenze della nuova generazione nei Masters 1000 disputati nel 2017.

 

E tuttavia, al di là del solco sempre più profondo tra il capofila della Race to Milan (questa settimana n. 4 della Race to London) e i suoi inseguitori, i talenti della Next Gen avevano tutt’altro che sfigurato nei tornei disputati fino a Roma. Anzi, se il bilancio della stagione sul duro si era chiuso in negativo, l’avvio della stagione sul rosso, contrariamente alle aspettative, ha segnato dal principio un’inversione di tendenza. Confermando i buoni segnali lanciati a Miami e la sua predisposizione alla terra battuta, Borna Coric ha conquistato il suo primo trofeo ATP, il 250 di Marrakech, torneo inaugurale della stagione sul rosso. Ottenuto, peraltro, al termine di un percorso non agevole, nel quale il croato si è trovato di fronte avversari ostici come Schwartzman e Ramos-Vinolas, che pochi giorni dopo sarebbero stati fra i protagonisti di Montecarlo. Dopo il successo marocchino, Coric si è espresso in modo altalenante (e non è una novità): quattro eliminazioni al primo turno (Montecarlo, Budapest, Istanbul e, questa settimana, Lione), e quarti di finale raggiunti, dopo un iniziale ripescaggio, a Madrid. Al termine di cinque settimane senza sosta, Coric ha riconquistato la top 40 del ranking e si ritrova nella seconda posizione della Race, con 631 punti e un discreto margine rispetto ai suoi inseguitori: Tiafoe e Chung.

Ed è proprio sul coreano, oggi n. 4 della Race, che vale la pena di soffermarsi. Nessun risultato apprezzabile in passato sul rosso, né alcun titolo in bacheca, l’attesa di Chung perdura da qualche tempo. A Barcellona (quarti di finale) e Monaco di Baviera (semifinale) il ragazzo ha però letteralmente entusiasmato per qualità dei colpi, continuità e approccio ai match contro avversari più quotati, su tutti i due top 20 Monfils (“la vittoria più importante della mia carriera”) e Zverev. Già agli AO Chung aveva mostrato segnali di crescita, oggi confermati sulla superficie forse a lui meno congeniale. Il rovescio bimane era e resta il punto fermo, mentre gli altri fondamentali sono stati sottoposti a più o meno vistose correzioni. Forse meno radicale quella del movimento del dritto – colpo anticonvenzionale e meno efficace di Chung – ora più classicamente reimpostato e divenuto un’arma affidabile, come dimostra l’alto numero di vincenti nei match con Zverev e Monfils; eclatante, invece, la correzione del movimento al servizioAncora un anno fa, il servizio di Chung era un concentrato di difetti, visibili a occhio nudo, che ne determinavano la sostanziale inefficacia: braccio dominante troppo alto, gomito destro al di sopra della linea, racchetta troppo orizzontale prima della martellata finale, in generale una errata trophy position.

Il vecchio servizio di Heyon Chung

Qui in slow motion e qui agli Australian Open 2016 contro Djokovic

A distanza di un anno, non riconosciamo praticamente più nulla della meccanica di quel servizio. È un colpo completamente reimpostato, a testimoniare una volta di più l’abnegazione e l’attitudine all’apprendimento del ventunenne coreano. Oggi si percepisce chiaramente lo sforzo di Chung nel mantenere inchiodato giù, e più a lungo possibile, il braccio dominante, che invece nel vecchio servizio saliva immediatamente in fase di lancio. Anche il percorso della racchetta è ora più essenziale, meno arzigogolato, correttamente in alto e in avanti. In queste settimane ci si è potuti rendere conto di quanto le modifiche apportate al movimento del servizio siano state determinanti per il rendimento di Chung. Più potenza, più velocità, più varietà, e quindi molti più punti raccolti prima ancora di iniziare lo scambio.

Il nuovo servizio di Chung

Qui al primo turno degli AO 2017 e qui con Monfils a Monaco di Baviera

Quasi attaccato a lui, n. 3 della Race, Frances Tiafoe. La cui ascesa, lenta e costante, è anche il frutto di una programmazione intelligente che lo vede alternare circuito maggiore e circuito challenger. Fra aprile e maggio sono arrivati per Tiafoe due titoli challenger consecutivi (terra verde di Sarasota e terra rossa di Aix en Provence), grazie ai quali il talento di Boca Raton si ritrova oggi in una zona più calda e strategica del ranking (n. 66). Un percorso di crescita analogo a quello di Escobedo, che però a differenza di Tiafoe sembra aver reciso definitivamente il cordone con il circuito challenger. Programmazioni diverse ma obiettivi e tempi di crescita analoghi. Oggi Escobedo è n. 74 del ranking. Da tenere d’occhio sulla terra battuta anche Donaldson, da qualche tempo stabilmente top 8 della Race e top 100 del ranking.

In sintesi, rispetto a un mese fa appare mutata la geografia delle prime posizioni della Race to Milan. Al cui vertice, quasi a formare un piccolo gruppo di testa, troviamo proprio i giocatori dai quali era lecito attendersi, per le ragioni che erano state qui evidenziate, un buon avvio di stagione sulla terra. All’appuntamento mancano soltanto i russi (Medvedev, Rublev e, sostanzialmente, anche Khachanov), il cui periodo di crisi sembra perdurare più a lungo del previsto, come testimonia il loro arretramento nelle diverse classifiche. Un gruppo di testa comunque embrionale, restando valido quanto scritto finora, e cioè che soprattutto dalla terza posizione in poi – la seconda, occupata da Coric, sembra infatti al momento più salda – i differenziali in termini di punti sono ridotti.

Non si può sorvolare, infine, sulle novità annunciate a Roma rispetto allo svolgimento delle Next Gen ATP Finals previste il prossimo novembre a Milano. Tali novità, già illustrate esaustivamente qui, sollecitano inevitabilmente una serie di riflessioni. Set abbreviati, eliminazione dei vantaggi, abolizione del let al servizio, possibilità per gli spettatori di muoversi liberamente durante il gioco, in quale direzione spingono? O, per dirla in modo più schietto, quale deteriore filosofia sottendono? Da un lato, quella per cui anche il tennis deve rifuggire dai tempi morti (che poi tempi morti non sono) per adattarsi al mito della velocità e alla frenesia imperanti; dall’altro, quella per qualsiasi campo del vivere quotidiano debba essere contagiato dal disimpegno. Si è presenti e non si è presenti al tempo stesso. Come se, del resto, non fosse già in parte così, con certi spettatori più intenti a “scrollare” compulsivamente le pagine dei social che ad assistere alle partite. Farli muovere liberamente sugli spalti è soltanto una sublimazione di tendenze che sono già in atto. Di conseguenza, le pretese innovazioni (a loro volta frutto dell’esito delle ricerche di mercato) altro non sono che sintomi di un arretramento culturale e di un cedimento alle pulsioni più tipiche della contemporaneità. O forse si tratta soltanto di elucubrazioni, perché il Presidente della Federazione Italiana Tennis, Angelo Binaghi, ci ha rassicurati tutti, ringraziando l’ATP “per la lungimiranza e la propensione a inserire novità in questo sport”. Meno male.

Chissà cosa ne pensano i protagonisti della Next Gen. Contano infatti anche loro, non soltanto i tifosi. Finora tutti tacciono, a eccezione di Tsitsipas. Il greco si è detto entusiasta delle nuove regole, considerandole qualcosa di molto positivo per lo sport. Criticato da alcuni follower, ha rincarato la dose: le nuove regole renderanno più veloce ed emozionante il gioco, e comunque è sempre positivo sperimentare nuove cose. Tant’è. Sarebbe interessante conoscere l’opinione degli altri. Sapere se anche loro saranno entusiasti di prendere parte a quella che a tutti gli effetti, regolamento alla mano, è stata concepita come un’esibizione. O se vivranno come una diminutio il doversi prestare a tali esperimenti. O forse, alla fine, sarà il ricco montepremi a mettere tutti d’accordo. Con buona pace delle disquisizioni di noi altri.

Claudio Tancredi Palma

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