Roland Garros sotto l’acqua: chi gode e chi soffre

PARIGI – Gli sforzi dei tifosi accorsi al Roland Garros mortificati da Giove Pluvio. Dal glamour di negozi e ristoranti ai drammi fantozziani di chi proprio non può rinunciare al tennis

Roland Garros sotto l’acqua: chi gode e chi soffre

Tanto tuonò che piovve. Invocata, temuta, sospettata e dimenticata è arrivata la pioggia. Eh sì signori, lo sappiamo, il tetto a Parigi non c’è, lo faranno tra tre, quattro anni, chissà. E intanto ci toccano questi momenti downChissà cosa passerà per la testa a Bacsinszky e Wozniacki, avanti di un set. Spesso le interruzioni hanno cambiato la storia di partite che sembravano segnate, i pensieri iniziano a scorrere, i dubbi aumentano e i sogni si infrangono. Immaginiamo anche Rafa Nadal e Novak Djokovic intenti nella danza della pioggia: dovesse smettere, rischiano di andare in campo in tarda serata con la concreta prospettiva di non riuscire a finire l’opera. Meglio andare a casa e riparlarne domani.

In sala stampa si pensa a tutt’altro. C’è chi si informa sulle prime trattative di calcio mercato (come se tre mesi incombenti di titoloni non fossero sufficienti), c’è chi si abbandona, beato, al cazzeggio più spudorato: ci si dedica ad altre faccende quali un gioco a premi su TF1 (il primo canale della rete pubblica francese), dove lo studio è arredato come un elegante salotto, nel quale si scorge un vaso che assomiglia non poco al trofeo più bizzarro di tutto il circuito, quello dell’ATP di Cincinnati (la deformazione professionale riporta il tennis sempre nelle menti degli addetti ai lavori, anche tra i più lavativi) si chiacchiera del più e del meno, si fanno pubbliche relazioni con colleghi australiani e inglesi (questi ultimi molto difficili da avvicinare, si sa, gli albionici sono isolani separatisti, Brexit docet…).

 

Il pubblico pagante, molto meno privilegiato, che può fare? Ombrelli che spuntano, giacche a vento che si chiudono, folla che si raduna sotto i portici dello Chatrier. Il ristorante parallelo alla tribuna Jean Borotra è emblematico del calvario degli appassionati. L’ambiente è molto chic ma le condizioni sono squisitamente fantozziane. File decuplicate, assembramenti inumani, con gli occhi a metà tra lo stravolto e lo speranzoso verso gli schermi, crudelmente e inesorabilmente bloccati sui campi coperti dai teloni.

Proseguendo il giro dell’impianto, la fila all’epicerie ricorda… la Salerno-Reggio Calabria. Naturalmente si fanno affari d’oro per tutte le boutique del Roland Garros, nell’attesa che si riprenda a giocare si buttano tutti nei negozi alla ricerca di un ricordino: una volta entrati per ripararsi, scatta il senso di colpa e ci si sente “costretti” a comprare qualcosina. Alla signorina delle Crepes e dei Waffles all’angolo spunta un sorriso che va da un orecchio all’altro, la fila degli affamati è lunga venti metri.

Alle varie boutique, si può trovare qualunque cosa: cibo, bevande, gadget di ogni tipo, dalle mini racchette che stanno sul palmo della mano e costano la sanguinosa cifra di 24 euro (ma niente paura, se è fuori budget potete sempre ovviare con un portachiavi minimale con lo stemma del torneo: 10 euro, praticamente regalato). Poter soddisfare qualunque desiderio (al di là dei limiti del portafoglio) si trasforma da grande opportunità a fonte di dramma: ai panini ci sono tre code ordinate, ma molto lente, con qualcuno che, approfittando proprio della fiumana di gente fa il furbo e salta da una fila all’altra fingendo di allontanarsi. Italiani, certamente, ma non solo. Molti simpatici galletti autoctoni, inglesi dall’aria algida e irreprensibile, che poi sono gli stessi in cui ci si imbatte regolarmente negli aeroporti di tutto il globo – tutto il mondo è paese.

Dalle italiche autostrade agli aeroporti internazionali, si arriva alla tipica tragedia ferroviaria. Quando alle 16,03 la pioggia di è arrestata da 10 minuti ed è già prevista la ripresa del gioco, il meteo segnala che Giove Pluvio si è solo soffermato un attimo all’elegante stand Lavazza a gustare un espresso degno di questo nome, così gli altoparlanti che annunciano che i match non riprenderanno prima delle 16,45 (che poi diventano le 17,30) dipingono sui volti degli spettatori lo stesso sguardo che si manifesta quando, già fermi su un treno ampiamente in ritardo, viene annunciato che non si ripartirà prima di altri 40 minuti.

La situazione più agghiacciante, però, si palesa ai negozi che vendono le magliette del torneo. Tra la ressa a tratti insostenibile, che innalza la temperatura interna trasformando la boutique in un terrificante palmeto tunisino, scorgiamo una polo che coniuga benissimo il casual con l’elegante, blu con lati e colletto bianco e righe orizzontali rosse a richiamare il tricolore d’Oltralpe. Si nota poi un’altra polo blu scura con un’immagine centrale che raffigura su sfondo grigio una giocatrice dai contorni squadrati, artistica come un affresco cubista minimale e aspra come il vento della Normandia (ma quello di oggi a Parigi non è da meno), all’abbordabile prezzo di 125 euro, ma semplicemente bellissima (“e falla esse pure brutta!”, direbbero a Roma…). Il tifoso che viene qui da lontano, però, non è disposto a molte rinunce in vacanza e la fila alle casse, visibile solo una volta girato l’angolo del negozio fatto a L, scoraggerebbe persino una ventenne accompagnata a fare shopping dalla zia facoltosa. Suscita una sentita solidarietà un’ignara signora italiana che, dopo una faticosa scelta, esclama felice: “Ora possiamo finalmente andare a pagare e uscire di qua”…

L’unica consolazione arriva dal maxischermo collocato sulla parete esterna del Campo 1, dove viene proiettata brillantemente la storica semifinale 2011 tra Federer e Djokovic: le sedie sdraio collocate tra Chatrier e Campo 1 sono quasi tutte piene di coraggiosi appassionati, chi con l’ombrellone chi senza. Al tennis non si può mai rinunciare…

ha collaborato Antonio Garofalo

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