Ritratti: Noah, talento e fantasia oltre l’ostacolo

Racconti su uno dei giocatori francesi più amati di sempre

Ritratti: Noah, talento e fantasia oltre l’ostacolo

Ritratti: Adriano Panatta

Finale di Davis 1991. Lione, Palais des Sports de Gerle. Francia contro Stati Uniti. La Francia mancina di Leconte e Forget batte gli Stati Uniti di Sampras ed Agassi. La Grenoble di 9 anni prima è vendicata. Punto finale di Guy Forget! Gioco, Partita. Incontro. Davis!!! Lacrime, abbracci. Chauvin da lontano saluta. I francesi inscenano una sorta di trenino danza sulle note di una hit dell’estate. Il Capitano della squadra, microfono alla mano, è il leader di questo trenino, di questa danza improvvisata. Ne canta le note, tutto lo stadio fa da coro. La canzone è famosa. La canzone, “Saga Africa” è stata la hit dell’estate francese di quell’anno, assieme a Niagara con “La Vie est peu etre belle”. L’uomo che guida il trenino, microfono alla mano, è Yannick Noah, Capitano della appena vincente squadra di Davis e autore della canzone in questione. Bello come il sole Yannick, bella come la Luna, Muriel Moreno, voce e musa dei Niagara. Di diverso c’era che Noah è stato il tennista francese più importante degli ultimi 40 anni e passa.

 

Il tennis in Francia è sempre stato uno sport importante. Nella stanza della Pallacorda non solo si giurava, ma precedentemente giocava. La Francia ha fatto molte cose bene e per prima, per poter arrivare ultima dietro una palla e mentre la si rincorreva, nascevano idee in quelle stanze che avrebbero dato nuovi lumi al mondo. Con pretese letterarie e poi danzerecce, la Francia appose il proprio sigillo sulla parola tennis anche nel secolo XX, usando come pretesto i Moschettieri e la Divina Suzann Lenglen. Poi più nulla. Il silenzio. Il vuoto. In questo vuoto vi si infilarono musicisti, guerre, avanguardie letterarie e avanguardie nelle arti figurative, maestri del cinema, maestri della canzone, cantanti dal fascino ineguagliabile, un mese di maggio importante, automobili dal design fantascientifico e l’unica ineguagliabile BB.

Un bambino di 11 anni, lasciò il Camerun per andare a vivere in Francia, paese natio della madre. Forse aveva semplicemente il sogno comune a molti bambini di diventare un eroe dello sport o della musica. Il giorno che lasciò il Camerun non avrebbe mai potuto immaginare che la realtà avrebbe superato il sogno e che grazie a lui la Marsigliese avrebbe ceduto il passo ad una pop song in tema Africa. Il sogno però aveva cominciato a materializzarsi nel febbraio del 1972, quando il grande Arthur Ashe scambiò due palle con un ragazzino di nome Yannick Noah in quel di Yaoundè. Yannick sarebbe diventato il secondo uomo di colore a vincere un torneo dello Slam. Il primo, manco a dirlo, Arthur Ashe.

Domenica 5 giugno 1983. La Francia pende dai calzini rossi di mattone tritato di un dio moro venuto dall’Africa ma francese come solo i francesi a metà sanno essere. Uno spot della riuscita del modello francese di integrazione riguardo alle problematiche dell’immigrazione. Finale del Roland Garros: Yannick Noah contro Mats Wilander. L’armonia degli opposti. Wilander erede di Borg, svedese robot dal sangue freddo, calcolatore assoluto, educazione tanta e gesti fuori posto nessuno. Noah, l’istinto primordiale, il talento e la fantasia oltre l’ostacolo di qualche limite tecnico anche vistoso, una esuberanza fisica che ne avrebbe potuto fare un campione in chissà quanti altri sport. Mats il politically correct del luogo comune dell’ice man nord europeo, Yannick in campo con galletto francese come sponsor e polsino con i colori del Camerun. Boccoli biondi l’uno, treccine rasta l’altro. Gli Abba contro Bob Marley.

Vinse Yannick e con esso tutta la Francia che così poté rimettere la chiesa al centro del paese del tennis. Noah divenne il nuovo 14 luglio e il 14 luglio un giorno lunghissimo. La Francia festeggiava il suo nuovo idolo e nemmeno si accorse che lo stavano perdendo per sempre. Tentato suicidio fu la notizia che deflagrò a mezzo stampa. Tanto affetto, tante aspettative, tanta pressione. Per un po’di tempo, si pensò a lui come una storia finita, come quei campioni della boxe passati dal camminar tra le stelle, a cader direttamente in una stalla, lasciando la stella chissà dove.

Finale degli Internazionali d’Italia 1985. Sembra una finale dal tono minore ed invece si sarebbe rivelata una delle più divertenti che Roma ricordi. Uno strambo talentuoso pescatore cecoslovacco ribattezzato “gattone” per le sue movenze indolenti, sornione, alternate a scatti improvvisi, Miroslav Mecir, in seguito noto come “l’ammazzasvedesi”, sfida colui che oramai il mondo del tennis dava per disperso: Yannick Noah. Vinse Yannick e poté rimettersi al centro del paese del tennis, seduto sui gradini di quella chiesa che aveva contribuito a costruire.

Da lì altre vittorie vennero, e con esse cresceva il personaggio Noah, uomo mai banale a metà tra un clown, un acrobata, un dio della bellezza e un saggio di trasversalità tra il mondo della politica, dello sport, della antropologia e dell’intrattenimento. Il carisma aveva deciso di farsi persona ed aveva creato Yannick Noah, per farne il proprio ambasciatore. C’era più gente ai suoi allenamenti sui campi secondari dei tornei, che non ai match stessi. La gente non gli si accalcava intorno per ammirarne il gesto tennistico, pur essendo stato Yannick uno dei tennisti più divertenti che la storia ricordi. Noah non era un semplice tennista. La gente voleva vedere l’uomo, quell’uomo. Quell’uomo che entrava in campo con le cuffie ascoltando musica accennando passi di danza, sorrisi e battute dispensati a destra e manca, siparietti improvvisati in campo e fuori, qualche smash, qualche volée di cui almeno una in tuffo, qualche colpo da circense tirato fuori dal cilindro del consumato MC, un cambio di maglia con gli immancabili “oooooh” delle signore presenti, e il rito Noah si era compiuto.

Noah smise presto col tennis giocato, ma il tennis francese sembrava non poter fare a meno della sua presenza e così lo fece Capitano della squadra nazionale femminile con cui vinse una Fed Cup nel 1997 e di quella maschile con cui vinse una Davis nel 1991 e 1996. Attualmente, dopo una lunga pausa e qualche treccina più corta, è nuovamente capitano sia della squadra di Davis che di Fed Cup. In mezzo tanta vita. Un progetto umanitario di aiuti all’infanzia, “Les Enfants de la Terre”, tirato su assieme a sua madre nel 1988 ed ancora vivo ed attivo. Un figlio giocatore nella NBA, per non essere banale nemmeno come padre. La banalità si è sempre tenuta lontano da Noah, per paura di finirne distrutta. Poi la musica. Tanta musica, perché quelle treccine non possono mentire. Quelle treccine nel mondo sono il segno di Ras Tafari, ma per noi occidentali gretti, sono semplicemente il segno della musica di Bob Marley, ignorando spesso che la seconda canta i concetti del movimento politico religioso che da Ras Tafari ha appunto preso il nome.

Noah non era fatto per stare lontano dalle platee. Un Maestro di Cerimonie deve esplicare se stesso. Abbandonato il palco del teatro del tennis, Noah si rivolse a quello delle pop star. Primo disco, primo successo. Altri dischi seguirono e altri successi. Non poteva essere altrimenti per chi è abituato a vicende non ordinarie. Yannick Noah racchude 10, 100, 1000 favole in una persona sola. Yannick Noah è la storia di chiunque rende reali i propri sogni, superandoli, la favola dell’umano, troppo umano che cade e si rialza, senza perdere mai la propria troppa umanità con le sue tante debolezze, lacrime e sorrisi. Yannick Noah è una canzone che alza una coppa assieme a milioni di bambini invisibili in un cielo assolato di un giugno parigino del 1983. Allez Yannick. Saga Africa.

Fede Torre

CATEGORIE
TAG
Condividi