L’inattesa Jelena Ostapenko

Al Roland Garros 2017 si è affermata, giovanissima e inaspettata, una giocatrice che con il suo tennis di attacco ha sovvertito le gerarchie della vigilia

L’inattesa Jelena Ostapenko
Jelena Ostapenko - Roland Garros 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

C’è poi l’altro grande tema, che riguarda gli aspetti caratteriali. Quando avevo scritto di lei in passato l’avevo descritta come una giocatrice ancora in fase di maturazione, perché spesso in campo sembrava assumere comportamenti quasi infantili, con tratti anche capricciosi. La conseguenza era che nei frangenti difficili delle partite non sempre riusciva a mettere a freno la stizza e il disappunto, giocando poco lucidamente. Il dubbio era se tutto questo non finisse per impedirle di tenere un atteggiamento sufficientemente professionale nei confronti del tennis.
Ricordo che prima della grande vittoria di sabato era reduce da 3 finali su 3 perse (l’ultima a Charleston per 6-3, 6-1), al termine delle quali si era distinta per avere pronunciato i discorsi di premiazione più brevi della WTA (QUI ad esempio non raggiunge i 20 secondi).

Si potrebbero raccontare diversi episodi sulle sue bizze (a chi fosse interessato rimando al pezzo dello scorso anno). Qui però voglio descrivere un fatto meno eclatante, accaduto il mese scorso, perché secondo me ha mostrato una novità.
Praga, inizio di maggio 2017, quarto di finale contro Ana Konjuh, un’altra delle “ragazzine terribili” del 1997. A un certo punto Ostapenko soffre di un problema alla gamba; il dolore le impedisce di correre e scattare. Si ritrova sotto di un set e un break. È tardo pomeriggio perché la pioggia ha rallentato il programma, e fa freddo; la giornata è grigia, quasi cupa. La sensazione è che Jelena abbia intenzione di gettare la spugna: si muove sempre meno e durante gli scambi rinuncia a inseguire le palle lontane. E poi prolungando l’incontro rischia di perdere l’inizio delle qualificazioni del più importante torneo di Madrid, dato che i tempi per il viaggio sono ormai al limite.

 

Al cambio di campo decide di chiamare la nuova allenatrice (arrivata in coincidenza con la stagione sulla terra) Anabel Medina Garrigues. Forse da lei si aspetta la conferma per il ritiro, e il via libera per il trasferimento in Spagna. Invece Anabel (che indossa il microfono e sa di andare in diretta TV) la blocca, rifiutandosi di parlare in quel momento di questioni che non riguardino direttamente il match. Poi le dice solo una cosa, all’incirca questo: “Se il dolore non è troppo forte, e non ti impedisce di giocare, prova a tirare subito ogni colpo al massimo, e vediamo come si mette il punteggio”.
Ostapenko torna in campo e, da ferma, comincia a spingere ogni palla a tutta, invertendo l’inerzia della partita. Konjuh è in difficoltà, sconcertata da una avversaria che aggredisce qualsiasi cosa “alla va o la spacca”; in questo modo Jelena riesce a vincere il secondo set. L’oscurità ferma l’incontro, vinto da Ostapenko nel proseguimento del giorno successivo. Nello stesso giorno dovrà affrontare anche la semifinale, che perde da Kristyna Pliskova. Bloccata a Praga, Jelena perde anche la possibilità di disputare le qualificazioni a Madrid.

Mi sono chiesto perché Medina Garrigues le avesse chiesto di continuare la partita. In fondo, ragionando a breve termine, sembrava una scelta con più svantaggi che vantaggi. Ma forse la decisione serviva come lezione a lungo termine: tanto per cominciare che durante un match non si pensa ad altro che al match. E che ci si ritira solo se non si può fare altrimenti. Che una giornata con un clima pessimo non è una buona ragione per alzare bandiera bianca. Che una partita è finita solo quando è davvero finita, perché nel tennis non esistono punteggi irrecuperabili.
In sintesi: una lezione concreta, reale, su cosa significhi stare nel circuito in modo professionale, evitando di trovare alibi quando le cose si mettono male e si avvicina la sconfitta.

A Charleston in finale contro Kasatkina, dopo aver perso il primo set Ostapenko si era sciolta, raccogliendo un solo game nel secondo. A Parigi contro Halep si è ritrovata sotto 4-6, 0-3 e con tre palle per andare 0-4. Ma ha continuato a lottare, non cedendo di un centimetro sino a rovesciare il set, e a vincerlo. E nel terzo set ha recuperato da 1-3 aggiudicandosi cinque game consecutivi per il 4-6, 6-4, 6-3 conclusivo.

Alla luce della vittoria di sabato mi sono chiesto se Ostapenko abbia davvero bisogno di evolvere sul piano psicologico per vincere nel tennis. In fondo quelli che sembrano dei limiti caratteriali potrebbero essere canalizzati in modo positivo. Testardaggine, sfrontatezza e anche una certa dose di presunzione sono i tratti dei ragazzini capricciosi? Forse sì, ma sono da sempre anche le qualità di molti grandi campioni.
L’atteggiamento professionale, quello sì, probabilmente è indispensabile, ma se Jelena ha capito che può permetterle di arrivare a grandi risultati potrebbe avere compiuto un passo in avanti fondamentale per il futuro.

Una cosa mi pare difficile che possa cambiare nel carattere di Ostapenko: è una ragazza di grande personalità e con il curriculum che ha alle spalle difficilmente diventerà molto popolare tra le colleghe. Ma non è che nel suo modo di fare ci siano solo gli spigoli.
Per quanto mi riguarda la ricordo in occasione della sua prima grande vittoria, a Wimbledon 2015 (aveva ricevuto una wild card per il tabellone principale perché vincitrice del torneo junior 2014) quando all’esordio, da numero 147 del ranking, aveva rifilato un 6-2, 6-0 alla numero 9 del mondo Carla Suarez Navarro. Avevo avuto la possibilità di intervistarla un paio d’ore dopo, non in sala stampa ma sul terrazzo della players’ lounge, in una situazione meno formale. La rappresentante della WTA premeva perché si facesse in fretta, ma invece Jelena sarebbe rimasta a parlare molto più a lungo, e lo faceva con un sorriso radioso stampato in faccia, che proprio non riusciva a togliersi qualsiasi cosa dicesse, e che la rendeva di una simpatia contagiosa.

Aggiungo che c’è un altro aspetto curioso del personaggio Ostapenko. Mi riferisco alle buffe espressioni che assume al momento di colpire, soprattutto in occasione del servizio. Trovare foto di Jelena in azione senza smorfie è complicato, tanto che rischia di diventare un bizzarro problema per giornali, riviste e siti on line; in compenso potrebbe fare la fortuna di chi si dedica alle gif spiritose e divertenti.

a pagina 4: le partite di Ostapenko a Parigi

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