Next Gen ATP: Francia, vuoto generazionale e Nouvelle Vague

Nonostante sia il Paese dominante nelle prime 100 posizioni del ranking, la Francia è nel pieno di una crisi. Il compito di salvarla è affidato a una schiera di giovani talenti, ma sullo sfondo c’è un sistema sclerotizzato

Next Gen ATP: Francia, vuoto generazionale e Nouvelle Vague
Quentin Halys - ATP Challenger Bergamo 2017 (Credit Antonio Milesi)

Alcuni commentatori lo hanno già etichettato annus horribilis del tennis francese. La ragione risiederebbe nel fatto che al Roland Garros appena concluso soltanto un terzo dei francesi nei due tabelloni di singolare è riuscito a qualificarsi al secondo turno: quarto peggior risultato dell’era Open. In verità, lo Slam parigino è storicamente il luogo in cui il tennis francese ha fatto registrare il peggior rendimento. Ancora scolpita nella memoria collettiva è naturalmente la vittoria di Yannick Noah (1983); prima di lui  Marcel Bernard (1946), Nelly Landry (1948) e Françoise Dürr (1967), mentre in tempi recenti la coppa è stata sollevata solo da Mary Pierce (2000), che per luogo di nascita e storia personale di francese ha ben poco. Le altre vittorie nei Major, tutte rigorosamente femminili (Mauresmo e Bartoli), sono arrivate altrove. Più in generale, sembra che più il tennista francese sia lontano dalla terra rossa di Porte d’Auteuil, tanto più riesca a esprimersi. Makis Chamalidis, psicologo presso la Fédération Française de Tennis (FFT) ha raccontato dei demoni che puntualmente affollavano, per dirne una, la mente di Amélie Mauresmo sulla terra del Philippe Chatrier.

Il problema del tennis francese oggi si chiama vuoto generazionale. E a poco serve replicare che la Francia, nonostante tutto, sia la nazione più rappresentata nelle prime cento posizioni del ranking mondiale: i suoi esponenti di spicco sono infatti ormai trentenni che, salvo tardivi exploit, hanno lasciato il meglio della carriera alle proprie spalle. In una prospettiva di breve-medio periodo, l’unico tennista competitivo sembra il ventitreenne Lucas Pouille, al quale i francesi molto si affidano per instillare nei giovanissimi la fame di successo. Se fra Pouille e la “vecchia guardia”, in termini anagrafici, c’è poco e niente, alle sue spalle si agita una nutrita schiera di talenti della cosiddetta Next Gen. Per comprendere lo stato attuale del tennis francese, occorre fare un passo indietro. Negli anni ottanta la vittoria di Noah, come puntualmente accade nella storia sportiva, innesca un forte processo emulativo: gli investimenti si moltiplicano, sorgono nuove strutture, cresce esponenzialmente il numero di tesserati, chiunque acquista una racchetta.

 

Ed è sulla coda lunga del successo di Noah che è venuta a formarsi la generazione dei cosiddetti “nuovi moschettieri” (Tsonga, Simon, Gasquet, Monfils), a rievocare i quattro moschettieri dell’unica età d’oro del tennis francese (Lacoste, Cochet, Borotra, Brugnon). Il bilancio di questa generazione è noto. Per gli uomini nessun successo Slam, un paio di Masters 1000 (vedi Tsonga 2008 e 2014), tante magnifiche corse morte sul più bello e nessuna nuova età d’oro per il tennis francese. Nonostante i migliori auspici e le facce (vedi Gasquet, Herbert) troppo precocemente sbattute sulle prime pagine dei giornali. Non che questi abbiano sfigurato, ma l’era dei dominatori ha inevitabilmente offuscato il valore dei francesi; per esempio quello di Tsonga, che nell’anno del suo best ranking (n. 5 nel 2012) candidamente confessava quello che i francesi sapevano ma non volevano sentire: “Non c’è alcuna possibilità che qualcuno di noi possa vincere il Roland Garros. Né oggi, né domani”.

Perché questo? Perché forse c’è un elemento caratteristico della tradizione francese. Reeves Wiedeman, in un pezzo apparso qualche anno fa sul New Yorker, si sforza di individuarlo nel gesto eccentrico o artistico. Wiedeman risale indietro nel tempo, ai comportamenti della “divina” Suzanne Lenglen, al basco di Borotra, all’eccentricità intrinseca nel personaggio di Noah. In tempi a noi più vicini, ritroviamo quell’elemento nel talento quadrumane di Santoro, nei rovesci di Pioline e Gasquet, nei gesti inspiegabili di Monfils, nei colpi smorzati di Paire, nelle deliziose volée di Mahut e Herbert (questi ultimi, perlomeno, vincitori di due Slam in doppio). È come se, per dirla con Phillippe Bouin, il filo rosso della scuola francese contemporanea fosse rappresentato dalla bellezza, ma non dalla tenacia. I francesi sono ottimi giocatori, a volte dotati di un talento cristallino, ma non sono tenaci lottatori. E quindi non vincono.

Quello dell’attitudine mentale è un problema che si ripropone oggi con rinnovata forza, in un momento cruciale per una federazione chiamata a superare l’epoca del vuoto generazionale e a gettare le basi per un futuro più luminoso. Fra gli addetti ai lavori prevale però un certo scetticismo. Georges Deniau, uno dei tecnici più esperti di Francia, ha denunciato una involuzione dell’insegnamento. Agli allenatori mancherebbero addirittura le basi essenziali del proprio mestiere. Tutti bravi a usare software e tecnologie avanzate, osserva Deniau, ma non serve a niente se poi sono tecnicamente scarsi nel momento in cui si mette loro una racchetta in mano.

Altrettanto critico Cedric Nouvel, presidente dell’accademia des Hairs de Nimes, che imputa alla federazione francese di aver “burocratizzato” il percorso dei tennisti nel delicatissimo passaggio dal mondo juniores a quello professionistico. Come? Disegnando per tutti i tennisti la stessa traiettoria, senza curarsi dei loro bisogni e delle loro specifiche attitudini. Per ogni giovane, al contrario, ci si dovrebbe domandare: è necessario sradicarlo dal suo ambiente? Fino a quando il suo club d’origine sarà in grado di coltivarne le qualità? Ma Nouvel punta il dito anche contro l’assenza di qualsiasi principio di merito nel percorso degli allenatori della federazione, così come contro l’atteggiamento dei giovanissimi: troppo assistiti, con troppe pretese, separati dalle famiglie. Un complesso di fattori che determina mancanza di educazione e di punti di riferimento, come del resto dimostra il comportamento puerile del Next Gen Maxime Hamou.

In estrema sintesi, non vi sarebbero le condizioni che consentono di formare dei campioni sotto ogni aspetto, soprattutto quello dell’attitudine mentale, a prescindere dal loro talento. E parlare dell’attitudine mentale necessaria per vincere significa, appunto, parlare del problema probabilmente più serio del tennis francese contemporaneo. Eppure, nonostante i giudizi impietosi e le debolezze del sistema tennistico nazionale, da più parti viene evidenziata una certa vitalità nella nuova generazione di talenti.

I volti della Next Gen francese: segue nella prossima pagina

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